Giacomo Leopardi, “Il tramonto della luna”. Una lettura.

Giacomo Leopardi, “Il tramonto della luna”, Torre del Greco, 1836

 

Questo è un lavoro scritto nel marzo 1988 da uno studente del Corso Propedeutico dell’Istituto Magistrale “L. Stefanini” di Venezia-Mestre. L’esercitazione dimostra che un ragazzo di diciotto anni può essere capace di un’analisi accurata e paziente, ricca di osservazioni acute e strutturata su solide basi metodologiche, pur con qualche ingenua ed inevitabile approssimazione. Non ho riportato le notizie e le valutazioni, pur filtrate con intelligenza, sull’autore (biografia, ideologia, poetica) e sulla raccolta di “Le occasioni”, naturalmente ricavate dai manuali e da alcune pagine saggistiche. Mi ha interessato, invece e soprattutto, valutare positivamente la personale “fatica del concetto”, germoglio di buone letture. A diciotto anni un testo non deve solo provocare emozioni ma aprire porte, aiutare a costruire un personale e critico punto di vista, sviluppare la lunga gestazione del pensiero. Penso che l’analisi di un testo poetico sia molto interessante quando l’interprete ci fa capire cosa c’è dietro la sua tessitura linguistica e metrica e perché è stato costruito così in tanti suoi passaggi.

Con il tempo ho imparato che l’apprendere è una grande fatica: ogni cosa assume un valore proporzionale al lavoro e alla pazienza che si sono impiegati per realizzarla. Non voglio, perciò, che questi micro-testi siano sepolti nel dimenticatoio terribile degli archivi scolastici, per poi finire malinconicamente bruciati o dispersi.

 

prof.  Gennaro  Cucciniello

 

 

 

                                       Il tramonto della luna

 

Quale in notte solinga,

sovra campagne inargentate ed acque,

là ‘ve zefiro aleggia,

e mille vaghi aspetti

e ingannevoli obbietti                                                                                        5

fingon l’ombre lontane

infra l’onde tranquille

e rami e siepi e collinette e ville;

giunta al confin del cielo,

dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno                                                        10

nell’infinito seno

scende la luna; e si scolora il mondo;

spariscon l’ombre, ed una

oscurità la valle e il monte imbruna;

orba la notte resta,                                                                                             15

e cantando, con mesta melodia,

l’estremo albor della fuggente luce,

che dianzi gli fu duce,

saluta il carrettier dalla sua via;

Tal si dilegua, e tale                                                                                           20

lascia l’età mortale

la giovinezza. In fuga

van l’ombre e le sembianze

dei dilettosi inganni; e vengon meno

le lontane speranze,                                                                                           25

ove s’appoggia la mortal natura.

Abbandonata, oscura

resta la vita. In lei porgendo il guardo,

cerca il confuso viatore invano

del cammin lungo che avanzar si sente                                                       30

meta o ragione; e vede

che a se l’umana sede,

esso a lei veramente è fatto estrano.

 

Troppo felice e lieta

nostra misera sorte                                                                                            35

parve lassù, se il giovanile stato,

dove ogni ben di mille pene è frutto,

durasse tutto della vita il corso.

Troppo mite decreto

quel che sentenzia ogni animale a morte,                                                   40

s’anco mezza la via

lor non si desse in pria

della terribil morte assai più dura.

D’intelletti immortali

degno trovato, estremo                                                                                     45

di tutti i mali, ritrovàr gli eterni

la vecchiezza, ove fosse

incolume il desio, la speme estinta,

secche le fonti del piacer, le pene

maggiori sempre, e non più dato il bene.                                                    50

 

Voi, collinette e piagge,

caduto lo splendor che all’occidente

inargentava della notte il velo,

orfane ancor gran tempo

non resterete; che dall’altra parte                                                                 55

tosto vedrete il cielo

imbiancar novamente, e sorger l’alba:

alla qual poscia seguitando il sole,

e folgorando intorno

con sue fiamme possenti,                                                                                  60

di lucidi torrenti

inonderà con voi gli eterei campi.

Ma la vita mortal, poi che la bella

giovinezza sparì,non si colora

d’altra luce giammai, né d’altra aurora.                                                     65

Vedova è insino al fine; ed alla notte

che l’altre etadi oscura

segno poser gli Dei la sepoltura.

 

Schema metrico: quattro strofe libere di endecasillabi e settenari, con frequenti rime baciate discendenti (endecasillabo-settenario) e rime al mezzo.

Probabilmente questa fu l’ultima poesia terminata da Leopardi. Nell’edizione postuma dei “Canti” del 1845 Antonio Ranieri, forse su indicazione dell’autore, l’antepose alla “Ginestra” che assumerà così un più netto valore di “testamento”.

Il testo si articola in quattro strofe disposte come un grande chiasmo. Io ho scelto questo schema sequenziale:

  1. 1-12 Tramonta la luna, il mondo si oscura.
  2. 13-19 La notte oscura, il canto triste del carrettiere.
  3. 20-26 La giovinezza svanisce e con lei scompaiono le illusioni.
  4. 27-33 “Abbandonata, oscura resta la vita”.
  5. 34-43 Troppo breve la condizione giovanile.
  6. 44-50 La vecchiaia: maggiori le pene, mai nessun bene.
  7. 51-62 La luna tramonta; il sole inonda il mondo di luce.
  8. 63-68 Non c’è alcun sole per la vita umana: c’è la morte.

 

  1. 1-12 Come in una notte solitaria sopra campagne e acque inargentate dal raggio della luna, là dove soffia zefiro (il vento di primavera) e dove le ombre lontane formano mille apparenze indefinite e immagini illusorie proiettandosi sulle onde tranquille e fra i rami, le siepi, le collinette e i casolari, la luna, giunta all’orizzonte, scende dietro i monti o nella sconfinata distesa del mare, a seconda del punto di vista di chi guarda; e il mondo si oscura;

E’ stato notato che il poeta usa la similitudine, una figura retorica che non gli è molto familiare, per sviluppare fin nei più minuti dettagli il parallelo tra il paesaggio (tramonto della luna) e la vita dell’uomo (tramonto della giovinezza), perciò i particolari descrittivi della prima strofa (i vaghi aspetti, gli ingannevoli obietti, vv. 4-5, non a caso in rima) vanno letti in rapporto ai termini di paragone della strofa successiva (l’ombre e le sembianze dei dilettosi inganni, vv. 23-24).

La contemplazione idillica, la dettagliata descrizione di un notturno, si avvale di una ricerca di musicalità insistita, costruita con rime e assonanze fitte e ripetute (campagne inargentate ed acque, v. 2, ombre lontane, v. 6; onde tranquille, collinette e ville, vv. 7-8); Tirreno, infinito seno, vv. 10-11), inusuali in questa fase estrema della sua poesia.

 

  1. 13-19 spariscono le ombre e una sola, uniforme oscurità rende bruna la valle e scuro il monte; la notte resta priva di luce e il carrettiere, mentre cammina per la sua via, cantando saluta con una mesta melodia l’estremo, pallido chiarore della luce che fugge e che poco prima gli aveva fatto da guida nel cammino;

L’immagine della luna che tramonta dietro le montagne o sul mare e il motivo del canto che si perde nella notte sono tra i più familiari alla sua poesia. Ma la memoria non è più fonte di consolazione e il suo sentimento della miseria degli esseri umani mortali è diventato lucidissimo, perciò la sua meditazione diventa oggettiva e impersonale.

Abbiamo trovato l’immagine della luna come guida del viandante anche in “Alla Primavera”, vv. 42-47: “allor che ignuda / te per le piagge e i colli,/ ciprigna luce, alla deserta notte / con gli occhi intenti il viator seguendo,/ te compagna alla via, te de’ mortali / pensosa immaginò”. l’estremo albor della fuggente luce” (v. 17) è probabilmente un ricordo foscoliano, “Dei sepolcri”, v. 123, “mandano i petti alla fuggente luce”. Le rime sono fitte e insistite: “una / imbruna (vv. 13-14), resta / mesta (vv. 15-16), luce / duce (vv. 17-18), melodia / via”  (vv. 16, 19).

 

  1. 20-26 così si dilegua la giovinezza e lascia la vita umana priva di luce. Fuggono le ombre e le apparenze delle care e piacevoli illusioni; e vengono meno le indefinite speranze nelle quali la natura umana trova conforto.

Ancora le rime “tale / mortale (vv. 20-21), sembianze / speranze” (vv. 23, 25), e l’assonanza “fuga / natura” (vv. 22, 26), legata poi a “oscura” del verso seguente. In “s’appoggia la mortal natura” la critica ha trovato echi di Petrarca, “Rime, CXXVII, 61, “ove la stancha mia vita s’appoggia”.

 

  1. 27-33 La vita umana resta abbandonata, immersa nell’oscurità. Protendendo lo sguardo nella vita che gli resta, il viandante (cioè l’uomo che percorre la strada della vita), smarrito perché privo della luce, cerca invano il fine o il senso del lungo cammino che sente rimanergli ancora, e vede che la terra è diventata a lui estranea, e lui estraneo alla terra (non potendone più godere).  

Il motivo della vita come cammino è esemplare anche nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”. Il v. 33, “esso a lei veramente è fatto estrano” richiama “Le ricordanze”, v. 97-98, “quando la terra / mi fia straniera valle”.

Continuano le rime e le assonanze: “invano / estrano, in assonanza con guardo, (vv. 29, 33, 28); vede / sede, in assonanza con sente” (vv.  31, 32, 30). Queste rime baciate e interne costruiscono un fluire ininterrotto e melodioso del discorso. Un critico, il Bandini, annota con grande finezza: “la lirica è percorsa dal tremore che ha ogni voce poetica quando ritorna ai temi dei suoi esordi, quando un certo fervore è ormai scomparso ma ne resta l’emozione nel ricordo”. 

 

  1. 34-43 Il nostro miserabile stato apparve agli dei troppo felice e gioioso, se la condizione giovanile, in cui pure ogni gioia nasce da mille affanni, durasse tutto il corso della vita. Lassù, in cielo, parve troppo mite decreto quello che condanna ogni essere vivente a morte, se ai viventi non fosse stata data, prima di morire, una metà del cammino (cioè la maturità e la vecchiaia) assai più dura della terribile morte.

La riflessione si fa ironica, amara. Gli dei, il cielo sono chiaramente un’allegoria della natura. Leopardi, già dieci anni prima, nel “Cantico del gallo silvestre”  scriveva: “Il fior degli anni, se bene è il meglio della vita, è cosa pur misera. Non per tanto, anche questo povero bene manca in sì piccolo tempo”.  E cfr. anche i “Pensieri”, VI: “La vecchiezza è male sommo: perché priva l’uomo di tutti i piaceri, lasciandogliene gli appetiti; e porta seco tutti i dolori”. Noterete come in tutto questo canto manchi ogni traccia di prima persona singolare; si è esaurita la vena della memoria come fonte di consolazione (si è chiusa con “Le ricordanze”); si è estremizzato il sentimento leopardiano della miseria degli uomini e dell’infinita vanità del tutto.

 

  1. 44-50 Gli dei trovarono, idea degna d’intelletti immortali! (una scoperta degna di intelligenze divine), come estremo di tutti i mali la vecchiaia, nella quale fosse ancora intatto il desiderio ma estinta la speranza di poterlo soddisfare; inaridite le fonti del piacere (cioè l’immaginazione e le illusioni), sempre maggiori le pene e non più concesso, in nessun modo, il bene.

La poesia qui nasce dal pensiero e ne è una conferma l’architettura complessa della lirica e lo stesso impiego della similitudine. Ma la canzone non ha un carattere puramente intellettuale: pensiero e immaginazione si sostengono reciprocamente. A conferma c’è l’indugiare della descrizione sul notturno lunare, ricco di espressioni indefinite. Per un momento sembra che il poeta voglia abbandonarsi a una visione, mancano però quegli elementi di linguaggio (pronomi, aggettivi possessivi, dimostrativi) che negli Idilli legavano la raffigurazione del paesaggio all’esperienza psicologica del poeta. Poi, però, la sintassi si fa più rapida, con questi periodi più brevi e sentenziosi; ora prevalgono i concetti astratti e le rime e le assonanze sottolineano le dure verità enunciate (ben / pene, v. 37; immortali / mali, vv. 44, 46; pene / bene, vv. 49-50). I suoni si fanno aspri e sordi.

 

  1. 51-62 Voi, collinette e pendii, caduto lo splendore della luna che a occidente inargentava la notte, non resterete ancora a lungo privi della luce; poiché da oriente vedrete presto il cielo schiarirsi nuovamente e sorgere l’alba: e dopo l’alba ecco spuntare il sole che, sfolgorando intorno con le sue fiamme possenti, inonderà di torrenti di luce –insieme a voi- gli spazi celesti.

Ora è ripreso il paragone tra la vita umana e il ciclo della natura ma, questa volta, per rimarcarne e sottolinearne le differenze. Il paesaggio naturale, dopo il tramonto della luna, vedrà ogni volta la bellissima luce del sole.

 

  1. 63-68 Ma la vita umana, dopo che sparì la bella giovinezza, non si colora mai d’altra luce né d’altra aurora. Rimane vedova fino alla fine; e gli dei posero la morte come termine alla notte della vecchiaia, che oscura le altre età della vita.                                                                                 

La vita degli uomini, invece, dopo lo scomparire della giovinezza, non conosce alcuna luce e l’oscurità della notte si concluderà solo con la morte. La similitudine ora lascia il posto a un’antitesi: la terra vedrà ogni volta la luce del sole ma la vita degli umani non vedrà altre aurore. Interessante ancora la rima “oscura / sepoltura”, vv. 67-8. E intriganti appaiono alla critica anche certe corrispondenze: la vita mortal, v. 63, riprende l’età mortale del v. 21 e non si dimentichi il secondo verso di “A Silvia” (“quel tempo della tua vita mortale”); il non si colora del v. 64 corrisponde a si scolora il mondo del v. 12. La vita che rimane vedova insino al fine (v. 66) si lega a orba la notte del v. 15 e a orfane piagge dei vv. 51, 54.

La vecchiaia vista come male è un topos della classicità. E’ nuova invece l’assimilazione della notte alla vecchiaia piuttosto che alla morte. Il confronto tra la ciclicità della natura e la linearità progressiva del tempo umano si trova per esempio in Orazio, Odi, IV, 7, 13-16: “Damna tamen celeres reparant caelestia lunae:/ nos ubi decidimus / quo pater Aeneas, quo Tullus dives et Ancus,/ pulvis et umbra sumus” (“tuttavia veloce la luna riporta le stagioni perdute: ma noi, quando cadiamo là, dove scesero il padre Enea, il ricco Tullo e Anco, siamo polvere e ombra”).

            Massimo  Z.