Giacomo Leopardi, “Le Ricordanze”. Recanati, agosto-settembre 1829

Giacomo Leopardi, “Le Ricordanze”, Recanati, 26 agosto – 12 settembre 1829.

 

Questo è un lavoro scritto nel dicembre 1986 da una studentessa del quinto anno, Corso propedeutico all’università, dell’Ist. Magistrale “L. Stefanini” di Venezia-Mestre. L’esercitazione dimostra che una ragazza di diciotto anni può essere capace di un’analisi accurata e paziente, ricca di acute osservazioni e strutturata su solide basi metodologiche, pur con qualche ingenua approssimazione. Non ho riportato le notizie e le valutazioni, anche se vagliate con intelligenza, sull’autore (biografia, ideologia, poetica), inevitabilmente ricavate dai manuali scolastici e da alcune pagine saggistiche studiate in precedenza. Mi ha interessato, invece, valutare positivamente la personale “fatica del concetto”, germoglio di buone letture, il non rinunciare al piacere delle idee e dei pensieri pazienti e curiosi. A diciotto anni un testo non deve solo provocare emozioni ma aprire porte, aiutare a costruire un personale e critico punto di vista, sviluppare la lunga gestazione del pensiero.

Penso che l’analisi di un testo poetico sia molto interessante quando l’interprete ci fa capire cosa c’è dietro la sua tessitura linguistica e metrica e perché è stato costruito così in tanti suoi passaggi. E credo anche che la scuola dovrebbe essere un vivaio di menti indagatrici, quelle persone curiose che Francesco Bacone, nel ‘500, definiva “mercanti di luce”. Con il tempo ho imparato che l’apprendere è una grande fatica: ogni cosa assume un valore proporzionale al lavoro e alla pazienza che si sono impiegati per realizzarla. Soprattutto non deve dominarci la paura delle difficoltà: bisogna accettare culturalmente l’idea che un ostacolo va affrontato e superato. Non voglio, perciò, che questi micro-testi siano sepolti nel dimenticatoio terribile degli archivi scolastici, per poi finire malinconicamente bruciati o dispersi.

 

prof.  Gennaro  Cucciniello 

 

 

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea

tornare ancor per uso a contemplarvi

sul paterno giardino scintillanti,

e ragionar con voi dalle finestre

di questo albergo ove abitai fanciullo,                                                                     5

e delle gioie mie vidi la fine.

Quante immagini un tempo, e quante fole

creommi nel pensier l’aspetto vostro

e delle luci a voi compagne! allora

che, tacito, seduto in verde zolla,                                                                              10

delle sere io solea passar gran parte

mirando il cielo, ed ascoltando il canto

della rana rimota alla campagna!

E la lucciola errava appo le siepi

e in su l’aiuole, susurrando al vento                                                                          15

i viali odorati, ed i cipressi

là nella selva; e sotto al patrio tetto

sonavan voci alterne, e le tranquille

opre de’ servi. E che pensieri immensi,

che dolci sogni mi spirò la vista                                                                                              20

di quel lontano mar, quei monti azzurri,

che di qua scopro, e che varcare un giorno

io mi pensava, arcani mondi, arcana

felicità fingendo al viver mio!

Ignaro del mio fato, e quante volte                                                                           25

questa mia vita dolorosa e nuda

volentier con la morte avrei cangiato.

 

Né mi diceva il cor che l’età verde

sarei dannato a consumare in questo

natio borgo selvaggio, intra una gente                                                                   30

zotica, vil; cui nomi strani, e spesso

argomento di riso e di trastullo,

son dottrina e saper; che m’odia e fugge,

per invidia non già, che non mi tiene

maggior di sé, ma perché tale estima                                                                                  35

ch’io mi tenga in cor mio, sebben di fuori

a persona giammai non ne fo segno.

Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,

senz’amor, senza vita; ed aspro a forza

tra lo stuol de’ malevoli divengo:                                                                               40

qui di pietà mi spoglio e di virtudi,

e sprezzator degli uomini mi rendo,

per la greggia c’ho appresso: e intanto vola

il caro tempo giovanil; più caro

che la fama e l’allor, più che la pura                                                                         45

luce del giorno, e lo spirar: ti perdo

senza un diletto, inutilmente, in questo

soggiorno disumano, intra gli affanni,

o dell’arida vita unico fiore.

 

Viene il vento recando il suon dell’ora                                                                                 50

dalla torre del borgo. Era conforto

questo suon, mi rimembra, alle mie notti,

quando fanciullo, nella buia stanza,

per assidui terrori io vigilava,

sospirando il mattin. Qui non è cosa                                                                         55

ch’io vegga o senta, onde un’immagin dentro

non torni, e un dolce rimembrar non sorga.

Dolce per sé; ma con dolor sottentra

il pensier del presente, un van desio

del passato, ancor tristo, e il dire: Io fui.                                                                  60

Quella loggia colà, volta agli estremi

raggi del dì; queste dipinte mura,

quei figurati armenti, e il Sol che nasce

su romita campagna, agli ozi miei

porser mille diletti allor che al fianco                                                                        65

m’era, parlando, il mio possente errore

sempre, ov’io fossi. In queste sale antiche,

al chiaror delle nevi, intorno a queste

ampie finestre sibilando il vento,

rimbombaro i sollazzi e le festose                                                                              70

mie voci al tempo che l’acerbo, indegno

mistero delle cose a noi si mostra

pien di dolcezza; indelibata, intera

il garzoncel, come inesperto amante,

la sua vita ingannevole vagheggia                                                                            75

e celeste beltà fingendo ammira.

 

O speranze, speranze; ameni inganni

della mia prima età! sempre, parlando,

ritorno a voi; che per andar di tempo,

per variar d’affetti e di pensieri                                                                                              80

obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,

son la gloria e l’onor; diletti e beni

mero desio; non ha la vita un frutto,

inutile miseria. E sebben vòti

son gli anni miei, sebben deserto, oscuro                                                                85

il mio stato mortal, poco mi toglie

la fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta

a voi ripenso, o mie speranze antiche,

ed a quel caro immaginar mio primo;

indi riguardo il viver mio sì vile                                                                                    90

e sì dolente, e che la morte è quello

che di cotanta speme oggi m’avanza;

sento serrarmi il cor, sento ch’al tutto

consolarmi non so del mio destino.

E quando pur questa invocata morte                                                                                   95

sarammi allato, e sarà giunto il fine

della sventura mia; quando la terra

mi fia straniera valle, e dal mio sguardo

fuggirà l’avvenir; di voi per certo

risovverrammi; e quell’imago ancora                                                                                  100

sospirar mi farà, farammi acerbo

l’esser vissuto indarno, e la dolcezza

del dì fatal tempererà d’affanno.

 

E già nel primo giovanil tumulto

di contenti, d’angosce e di desio,                                                                               105

morte chiamai più volte, e lungamente

mi sedetti colà su la fontana

pensoso di cessar dentro quell’acque

la speme e il dolor mio. Poscia, per cieco

malor, condotto della vita in forse,                                                                           110

piansi la bella giovinezza, e il fiore

de’ miei poveri dì, che sì per tempo

cadeva: e spesso all’ore tarde, assiso

sul conscio letto, dolorosamente

alla fioca lucerna poetando,                                                                                       115

lamentai co’ silenzi e con la notte

il fuggitivo spirto, ed a me stesso

in sul languir cantai funereo canto.

 

Chi rimembrar vi può senza sospiri,

o primo entrar di giovinezza, o giorni                                                          120

vezzosi, inenarrabili, allor quando

al rapito mortal primieramente

sorridon le donzelle; a gara intorno

ogni cosa sorride; invidia tace,

non desta ancora ovver benigna; e quasi                                        125

(inusitata meraviglia!) il mondo

la destra soccorrevole gli porge,

scusa gli errori suoi, festeggia il novo

suo venir nella vita, ed inchinando

mostra che per signor l’accolga e chiami?                                      130

Fugaci giorni! a somigliar d’un lampo

son dileguati. E qual mortale ignaro

di sventura esser può, se a lui già scorsa

quella vaga stagion, se il suo buon tempo,

se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?                                       135

 

O Nerina! e di te forse non odo

questi luoghi parlar? caduta forse

dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,

che qui sola di te la ricordanza

trovo, dolcezza mia? Più non ti vede                                                 140

questa Terra natal: quella finestra,

ond’eri usata favellarmi, ed onde

mesto riluce delle stelle il raggio,

è deserta. Ove sei, che più non odo

la tua voce sonar, siccome un giorno,                                                          145

quando soleva ogni lontano accento

del labbro tuo, ch’a me giungesse, il volto

scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi

furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri

il passar per la terra oggi è sortito,                                                    150

e l’abitar questi odorati colli.

Ma rapida passasti; e come un sogno

fu la tua vita. Ivi danzando; in fronte

la gioia ti splendea, splendea negli occhi

quel confidente immaginar, quel lume                                             155

di gioventù, quando spegneali il fato,

e giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna

l’antico amor. Se a feste anco talvolta,

se a radunanze io movo, infra me stesso

dico: o Nerina, a radunanze, a feste                                                 160

tu non ti acconci più, tu più non movi.

Se torna maggio, e ramoscelli e suoni

van gli amanti recando alle fanciulle,

dico: Nerina mia, per te non torna

primavera giammai, non torna amore.                                           165

Ogni giorno sereno, ogni fiorita

pioggia ch’io miro, ogni goder ch’io sento,

dico: Nerina or più non gode; i campi,

l’aria non mira. Ahi tu passasti, eterno

sospiro mio: passasti: e fia compagna                                              170

d’ogni mio vago immaginar, di tutti

i miei teneri sensi, i tristi e cari

moti del cor, la rimembranza acerba.

 

Metro: endecasillabi sciolti raggruppati in sette strofe di varia lunghezza, ciascuna delle quali aggiunge alle precedenti nuove variazioni sul tema del ricordo.

 

Per l’analisi mi sono avvalso di questo schema sequenziale:

  1. 1-6 Di nuovo, dopo anni, un colloquio meditativo con le stelle.
  2. 7-13 Le stelle suscitavano allora in Giacomo immaginazioni e fantasie.
  3. 14-19 Le immagini e i ricordi cominciano ad affollarsi nella memoria.
  4. 19-27 “Pensieri immensi, dolci sogni”.
  5. 28-37 “Il natio borgo selvaggio”.
  6. 38-43 Gli anni passano, tristissimi.
  7. 43-49  “Senza una gioia ti perdo, cara giovinezza”
  8. 50-55    Il suono delle ore, i ricordi. Ritorno al passato.
  9. 55-60 Passato e presente si intrecciano.
  10. 61-67 La fantasia trasfigurava la realtà. Era un “possente errore”.
  11. 67-76 Illusorietà della vita vagheggiata nella fanciullezza.
  12. 77-87   “Ora so la verità ma non so dimenticare le belle illusioni”.
  13. 87-94   “Mi sento stringere il cuore, non so consolarmi del mio destino”.
  14. 95-103 “Però di voi, speranze antiche, certamente mi ricorderò”.
  15. 104-109 Gioie, angosce, desideri adolescenziali.
  16. 109-118 Lamento poetico nel silenzio della notte.
  17. 119-130 Si torna ai giorni bellissimi dell’adolescenza.
  18. 131-135 “Giorni che sono fuggiti con la velocità del lampo”.
  19. 136-140 Nerina, io qui di te trovo solo il ricordo.
  20. 140-148 I luoghi in cui ti vedevo sono abbandonati.
  21. 148-157 La giovinezza danzava nella tua vita.
  22. 157-165 Ora sei morta, non vedi più la primavera.
  23. 166-173 A me resta solo il doloroso ricordo.

 

  1. 1-6 Belle incantevoli e lontane stelle dell’Orsa Maggiore, io non credevo dopo tanto tempo di ritrovare la consuetudine di contemplarvi con ammirazione –come un tempo- scintillanti sul giardino paterno e di tornare a parlare e fantasticare con voi dalle finestre di questa casa dove ho passato la mia fanciullezza e dove ho visto la fine delle mie speranze e illusioni nel futuro.

Il poeta comincia, rifacendo il corso della memoria, a rievocare gli anni e i ricordi della giovinezza, le adolescenziali estatiche contemplazioni notturne del cielo, le sue consuetudini e disposizioni fantastiche, i suoi abbandoni a parlare con la natura con nostalgia e malinconia. Ben tre verbi all’infinito contrassegnano questo meraviglioso inizio, uno dei più belli di tutta la poesia italiana: “tornare (parola-chiave, la ritroveremo al v. 79), contemplarvi, ragionar”. Essi si accompagnano alla posizione speciale del participio “scintillanti” alla fine del terzo verso, quasi a riscontro musicale di “Vaghe stelle dell’Orsa”, poste al principio del primo verso. Il cielo stellato è suggestivo per le idee di vastità e di lontananza che esso suscita, che evocano l’idea dell’infinito, ma anche per la vista della moltitudine innumerevole delle stelle (nelle pagine dello Zibaldone dedicate alla teoria dell’infinito-indefinito si legge “è piacevolissima ancora, per le sopraddette cagioni, la vista di una moltitudine innumerabile, come delle stelle…”).

Giacomo era tornato da poco a Recanati, non erano mutati i luoghi e gli oggetti della sua infanzia e giovinezza. Dall’anno 1819, l’anno della tentata fuga erano passati anni, anni cruciali nei quali egli aveva lucidamente scoperto la verità crudele del mondo, l’inganno della vita; eppure quei luoghi erano tornati a parlargli il loro antico linguaggio di sentimenti e desideri, di speranze, di illusioni e gli avevano risvegliato emozioni dimenticate, sovrapponendo il passato al presente.

  1. 7-13 Quante immaginazioni e quante fantasie mi creò tanto tempo fa la vista vostra e delle stelle vostre compagne! Quando, seduto sull’erba verde del prato, assorto e in silenzio, io ero solito passare gran parte delle sere contemplando il cielo ed ascoltando il gracidio della rana lontana e sperduta in mezzo alla campagna.

Alcune notazioni di stile in questa che è la prima ricordanza, la fantasticheria del passato più lontano, quando non c’era ancora il presentimento dell’infelicità futura: nel v. 7 la determinazione temporale, un tempo, racchiusa tra i due termini della dittologia, immagini e fole, con l’intensità della ripetizione, quante, assume un tono di favola e contribuisce a creare quell’aria di infinito che è ripresa nei versi successivi con l’affiorare lento delle parole. I due gerundi del v. 12, mirando ed ascoltando, quasi per miracolo – come se fossero sensazioni fuori del tempo- rievocano la suggestione della contemplazione mentale dell’Infinito, e si legano alla voce della rana, capace anch’essa di evocare l’indefinito e il tempo remoto, con l’armonia della rima, dell’assonanza in “a” (rana alla campagna), che del canto è un’eco vaga e suggestiva, degli incontri sapientissimi delle vocali e delle consonanti, prevalentemente “l” e “r”, dell’allitterazione fonosimbolica (rana rimota). In pochi versi ritornano aggettivi e verbi tipici della lingua leopardiana (vaghe, mirando, rimota). Nota la critica che in questo canto ci sono solo endecasillabi, a differenza della tessitura di endecasillabi e settenari propria degli altri grandi idilli. Ma in realtà anche qui vi è tutta una serie di più agili settenari contenuti entro gli endecasillabi, che creano una modulazione musicale dissimulata, più fluida e varia. Ecco nel primo verso: il settenario ne è la prima parte, prima della cesura (Vaghe stelle dell’Orsa / io non credea); v. 7, Quante immagini un tempo, / e quante fole; oppure invertendo, v. 12, mirando il cielo / ed ascoltando il canto. E ancora una volta Giacomo dimostra di seguire le teorie del sensismo, facendo derivare dalle sensazioni visive o sonore (mirando il cielo ed ascoltando il canto, v. 12) i sentimenti e i pensieri.

Nella lettera alla sorella Paolina, scritta da Pisa il 25 febbraio 1828, egli annotava: “Ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle Rimembranze; là vo a passeggiare quando voglio sognare a occhi aperti. Vi assicuro che in materia d’immaginazioni mi par di essere tornato al mio buon tempo antico”. E il nostro poeta aveva già scritto nello Zibaldone il 7 ottobre 1821: “La rimembranza quanto più è lontana, e meno abituale, tanto più innalza, stringe, addolora dolcemente, diletta l’anima, e fa più viva, energica, profonda, sensibile e fruttuosa impressione, perché essendo più lontana, è più sottoposta all’illusione”. Sul “tacito” del v. 10, aggettivo che si conviene allo spirito leopardiano, si può citare un passo di una lettera al Viesseux del 4 marzo 1826: “La mia vita, prima per necessità di circostanza e contro mia voglia, poi per l’inclinazione nata dall’abito convertito in natura e divenuto indelebile, è stata sempre, ed è, e sarà perpetuamente solitaria, anche in mezzo alla conversazione, nella quale, per dirlo all’inglese, io sono più “absent” di quel che sarebbe un cieco e sordo”. E in una pagina dello Zibaldone (I, 1484) aveva confermato: “Ho contratto (l’abito) di dimorar quasi sempre meco stesso, e di tacere quasi tutto il tempo, e di viver tra gli uomini come isolatamente e in solitudine”.

  1. 14-19 E la lucciola vagabondava presso le siepi e sulle aiuole, mentre a causa del vento i viali profumati del giardino e i cipressi lontani nel bosco sussurravano; e nella casa paterna risuonavano tante voci familiari intrecciate e i rumori delle occupazioni domestiche della servitù.

Ora il ricordo si fa racconto diffuso e comincia una serie di frasi introdotte dalla “e”: il polisindeto ci rivela che le immagini, tutte suggestioni indefinite, si affollano nella memoria. Riemergono le sensazioni di un tempo e il poeta sembra abbandonarsi all’io di una volta, con una vena di affettuoso rimpianto (l’indugio sull’imperfetto); però si avverte una distanza irrimediabile, c’è la coscienza ferma della loro irrimediabile vanità.

Parlando della poesia che possono ispirare i ricordi Leopardi, ancora nello Zibaldone, commentava: “Tali lontane rimembranze, quanto dolci, tanto separate dalla nostra vita presente, e di genere contrario a quello delle nostre sensazioni abituali, ispirando della poesia ecc. non ponno ispirare che poesia malinconica, come è naturale, trattandosi di ciò che si è perduto” (I, 1182). E ancora: “A queste considerazioni appartiene il piacere che può dare (…) lo stormire del vento (…) quando freme confusamente in una foresta”.

  1. 19-27 E che pensieri immensi, che dolci sogni suscitò nel mio animo la vista di quel mare lontano, di quei monti azzurri che da qua io intravedo e che un giorno io pensavo di attraversare, mondi ignoti e misteriosi, felicità sconosciuta immaginando per la mia vita futura! Ignoravo il mio destino, non potendo prevedere quante volte avrei cambiato con la morte senza rimpianti questa mia vita desolata e priva di piaceri.

Il vasto polisindeto (ben otto e) continua la sua marcia e prolunga sensazioni e pensieri: per ben tre volte, ai vv. 19, 22, 25, accompagnato dalle quattro ripetizioni di “che”, gioca in contrappunto e accompagna la visione sognata e lo sfogo amaro del poeta. Il ricordo del passato e la sensazione viva e presente si mescolano: quel lontano mar, quei monti azzurri, che di qua scopro. Tutto concorre: il chiasmo dei vv. 19-20 (pensieri immensi / dolci sogni), la dittologia dei vv. 23-24 (arcani mondi / arcana felicità) con l’enjambement che rimarca un’attesa smisurata e inattingibile, il fingendo del v. 24 che riprende il verbo de “L’Infinito” (io nel pensier mi fingo…), la contrapposizione creata con gli aggettivi dimostrativi, (quel mar, quei monti del v. 21; questa mia vita del v. 26). L’aggettivo ignaro (v. 25) e il gerundio fingendo (v. 24) sottintendono l’inganno teso a Giacomo dalla natura.

Il 1° gennaio 1829, pochi mesi prima di questa composizione, Leopardi aveva scritto nello Zibaldone: “Il piacere che ci dà la poesia, dico la poesia antica e d’immagini, tra le sue cagioni, ha per una delle principali, se non la principale assolutamente, la rimembranza confusa della nostra fanciullezza che ci è destata da tal poesia. La qual rimembranza è, fra tutte, la più grata e la più poetica, e ciò, principalmente forse, perché essa è più rimembranza che le altre, cioè a dire, perché è la più lontana e più vaga”. Un’ultima notazione: al termine di questa prima strofa, tutta tesa a rievocare le fantasie fanciullesche, il poeta propone già il motivo negativo della vita “dolorosa e nuda” che sarà dominante nella strofa successiva.

  1. 28-37 Né il cuore mi diceva allora che sarei stato condannato a sciupare la mia giovinezza in questo mio nativo borgo incivile, tra una gente rozza, meschina e grossolana; per la quale cultura e sapere sono nomi strani, cose bizzarre, causa di risate e argomento di futile chiacchiericcio; gente che mi odia e mi evita, non certo per invidia, poiché non mi ritiene superiore a sé, ma perché pensa che tale io mi consideri dentro di me, per quanto io mi guardi bene dal manifestare apertamente questa opinione o dal confidarla a qualcuno.

In questi versi, sparito il velo nostalgico dei ricordi, si rivela la realtà miserrima nella quale il poeta credeva di vivere, l’assoluta incomunicabilità sua con la società di Recanati. Nella carta 83 dello Zibaldone Leopardi scriveva: “Quei tali piccoli spiriti (che madama di Stael descrive nel libro 14 della Corinna) non hanno mai considerato il genio e l’entusiasmo come una superiorità, anzi come una pazzia, come fuoco giovanile, difetto di prudenza, di esperienza, di senno ec. e si stimano molto più essi, onde non possono provare invidia, perché nessuno invidia la follia degli altri, bensì compassione, o disprezzo, e anche malvolenza, come a persone che non vogliono pensare come voi, e come credete che si debba pensare. Del resto credono che ancor esse fatte più mature si ravvedranno, tanto sono lontane dall’invidiarle. E così precisamente porta l’esperienza che ho fatta e fo”. Quanto all’insofferenza per Recanati, per l’orrenda notte di Recanati, questa era una “dolce e penosa ossessione del nostro poeta, che è indice al tempo stesso di amore esasperato per quella sua terra, che egli ha immortalato con versi tra i più belli e più grandi che abbia la letteratura d’ogni paese”.

Si noti l’efficacia parodistica di borgo tra natio e selvaggio; la forza della dittologia, riso/trastullo, dottrina/saper, con un’aggettivazione convulsa, zotica, vil. E’ interessante la sua ripresa di un passo dell’Invito a Lesbia Cidonia del poeta settecentesco L. Mascheroni, antologizzato nella “Crestomazia”: “le morbide fragranze americane / argomento di studio e di diletto”; annota a questo proposito il critico Bandini: “i passaggi prosastici, anche nella loro inconfondibile individualità sentimentale (originalità), trovano spesso in Leopardi riscontro e legittimità nel linguaggio didattico e satirico della poesia settecentesca”. La fredda lucida contemplazione del vero, col suo linguaggio spoglio- è mossa da increspature patetiche o da vibrazioni di sdegno: il poeta piange il trascorrere vano di quel che resta della sua giovinezza.

  1. 38-43 In questo luogo trascorro i miei anni abbandonato a me stesso, in una vita oscura, senza passioni e senza alcuno stimolo all’azione, avvilito; e mio malgrado finisco per diventare intrattabile per reazione a tanta malevolenza: qui smarrisco ogni affetto e gentilezza, ogni inclinazione virtuosa e divento scorbutico e misantropo a causa del gregge umano che mi circonda.

E’ la drammatica constatazione della tristezza e dell’infelicità della sua vita, dopo il disinganno e la morte delle speranze. La sua situazione ora è diversissima da quella degli idilli giovanili: non c’è più la poesia sentimentale, è sparito il mito dell’infanzia, invece è la stagione della giovinezza che diventa mito. Ora il bene più grande, scrive un critico, “gli appare quella capacità di illudersi, di credere negli “errori” che era andata perduta. Riuscire a rievocare la giovinezza è ritrovare quell’unico, fragile, precario e pur grandissimo bene, vissuto anni prima senza consapevolezza”.

Continuano gli esempi prima citati: senz’amor/senza vita; abbandonato, occulto;  la ripetizione del qui a inizio dei vv. 38 e 42; rilevo la forza di mi spoglio tra di pietà e di virtudi. Quanto allo sprezzator degli uomini mi rendo” del v. 42 è determinante ricordare un passo dello Zibaldone, scritto il 2 gennaio 1829, pochi mesi dopo la stesura del Canto: “La mia filosofia di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore, quell’odio (…) che tanti e tanti (…) portano cordialmente a’ loro simili, sia abitualmente, sia in occasioni particolari, a causa del male che, giustamente o ingiustamente, essi, come tutti gli altri, ricevono dagli altri uomini. La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera dei mali dei viventi”. Questa precisazione leopardiana sottolinea ancor più la sua condanna verso il gretto mondo di Recanati. Voglio annotare, a questo proposito, che fin dal 5 dicembre 1817 –Giacomo aveva 19 anni- egli scriveva al Giordani: “In Recanati poi io son tenuto quello che sono, un vero e pretto ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo, di filosofo, d’eremita e che so io”. In una lettera al fratello Carlo del 25 novembre 1822 aveva scritto: “Ho bisogno d’amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita”. E poi, il 18 maggio 1830, mandando un suo ritratto a Paolina, scriveva: “è bruttissimo; nondimeno fatelo girare costì, acciocché i Recanatesi vedano con gli occhi del corpo (che sono i soli che hanno) che il “gobbo de Leopardi” è contato per qualche cosa nel mondo, dove Recanati non è conosciuto pur di nome”.

  1. 43-49 E intanto vola il caro tempo della giovinezza; più caro che la gloria poetica e la fama, più della pura luce del giorno e del respiro della vita: senza una gioia, inutilmente, in questo soggiorno indegno dell’uomo, tra le angosce, io ti perdo, unica cosa bella di questa vita infelice.

Lo stacco tra lo spettacolo tristissimo degli uomini e la fuga della giovinezza è modellato, sembra chiaro, sull’emistichio del sonetto Alla sera di Foscolo: “… e intanto fugge / questo reo tempo”. Insisterei ancora sulla malinconia di tempo circondato da caro e giovanil, sulla ripetizione di caro e di più ai versi 44 e 45, sull’improvviso e doloroso passaggio alla seconda persona del v. 46, quel ti perdo in un’apostrofe diretta alla giovinezza, quasi per improvvisa commozione. Con l’intanto vola del v. 43 –accentuato dall’enjambement- il poeta introduce il tema del fluire inarrestabile del tempo, tanto più veloce quanto meno se ne può godere, quante più intense erano state le illusioni e le speranze.

Quanto al soggiorno disumano del v. 48 (ancora Recanati) si legga quello che Leopardi scriveva al Giordani il 21 marzo 1817: “Di Recanati non mi parli. M’è tanto cara che mi somministrerebbe le belle idee per un trattato dell’Odio della patria, per la quale se Codro non fu “timidus mori” io sarei “timidissimus vivere”. Ma mia patria è l’Italia per la quale ardo d’amore, ringraziando il cielo d’avermi fatto Italiano”. E all’amico Puccinotti in una lettera del 19 maggio 1820: “Ma infine trova un momento da venire; che, dopo sei mesi, io oda per la prima volta una voce d’uomo e d’amico. Non so se mi conoscerai più: non mi riconosco io stesso: non son più io: la mala salute e la tristezza di questo soggiorno orrendo mi hanno finito”. E ancora più tardi, in tempi vicini alla composizione di questo canto: “Quanto a Recanati, vi rispondo ch’io ne partirò, ne scapperò, ne fuggirò subito ch’io possa; ma quando potrò?… Intanto siate certa che la mia intenzione non è di star qui, dove non veggo  altri che i miei di casa, e dove morrei di rabbia, di noia e di malinconia, se di questi mali si morisse” (ad A. Maestri, 31 dicembre 1828). “Io non posso più dare alla mia famiglia questo carico di mantenermi fuori di casa. Da altra parte non posso neanche vivere in questo infame paese, sepoltura di vivi” (a G. Tommasini, 30 gennaio 1829). E addirittura negli stessi giorni della composizione di questo canto: “Condannato per mancanza di mezzi a quest’orribile e detestata dimora, e già morto a ogni godimento e ad ogni speranza, non vivo che per patire, e non invoco che il riposo del sepolcro” (al Bunsen il 5 settembre 1829).

  1. 50-55. Dalla torre del borgo (la torre della piazza principale di Recanati), portati dal vento, giungono i rintocchi delle campane che suonano le ore (è un richiamo al presente e uno stimolo ulteriore ai ricordi). Questi rintocchi erano motivo di conforto, mi ricordo, durante le mie notti insonni, quando ancora bambino, al buio nella mia stanza, io restavo insonne, a causa di paure ricorrenti, aspettando con ansia le luci dell’alba.

Nell’atto stesso del lamento (gli anni della giovinezza consumati a Recanati) il vento gli porta all’orecchio il battito notturno dell’ora e per un istante egli si concentra solo su quel suono: si perdono gli accenti polemici, i lamenti amari della strofa precedente. Per un istante quel battito suona nella profondità della sua anima e rinnova i ricordi della fanciullezza, come nei primi versi era avvenuto per le stelle dell’Orsa. Ci sembra di ascoltare l’eco medesimo dei rintocchi e la quiete altissima della notte recanatese.

Negli “Appunti e ricordi” del 1819 il poeta ricorda le angosce dell’infanzia: “Mio giacere d’estate allo scuro a persiane chiuse colla luna annuvolata e caliginosa allo stridere delle ventarole, consolato dall’orologio della torre”. Dieci anni dopo, questa nota si traduceva in una delle voci più suggestive dei Canti. Anche nello “Zibaldone” Giacomo riprende il tema: “Sento dal mio letto suonare l’orologio della torre. Rimembranze di quelle notti estive nelle quali essendo fanciullo e lasciato in letto in camera oscura, chiuse le sole persiane, tra la paura e il coraggio sentiva battere un tale orologio” (p. 36). E qualche tempo dopo, a p. 351, “Nessuna sventura, nessuno spavento, nessun pericolo per formidabile che sia ha forza in altra età di produrre in noi angosce, smanie, orrori, spasimi, travaglio insomma paragonabile a quello dei detti timori fanciulleschi”. La memoria è capace di trasfigurare il passato e anche di ricrearlo attribuendo a sensazioni e a illusioni antiche una dolcezza, una pienezza e un’autenticità nuove. La realtà è come se fosse sublimata, spogliata della sua banalità e selezionata in dettagli emozionanti che colpivano la fantasia del ragazzo. Secondo U. Dotti, nell’intuizione dell’assoluta libertà della vita interiore, Leopardi sembra quasi anticipare uno dei più grandi scrittori del primo ‘900, Marcel Proust, l’autore della “Ricerca del tempo perduto”.

  1. 55-60 Qui, nella casa paterna, non c’è cosa che io veda o senta da cui non ritorni dentro di me un’immagine del passato e da cui non nasca un piacevole ricordare. Il ricordo, di per sé, è piacevole; ma poi dolorosamente subentra il pensiero del presente, un inutile rimpianto del passato (inutile perché non può ritornare), benché sia stato doloroso, e il dover riconoscere che quel passato è irrimediabilmente trascorso (io sono stato quella certa persona che né ora né mai potrà più tornare ad essere).

Anche in questa strofa si alternano, anzi qui si intrecciano, i due temi fondamentali, i dolci inganni giovanili e la consapevolezza del vero. Il pensiero del presente, con un’intrusione violenta, turba l’incanto. Però si aggiunge anche, con la dialettica che regola ricordi e pensieri, un sentimento del “mai più”, la coscienza che tutto è stato un’illusione ma anche che la vita reale, di fronte a quell’illusione così totalizzante, sarà sempre manchevole. E’ interessante la ripresa di un verso di Dante (Inferno, XVI, 84): “quando ti gioverà dicere “I’ fui”.

  1. 61-67 Quel loggiato là, volto a occidente, colpito dall’ultima luce del giorno; questi affreschi nella volta della mia stanza, le figure di quelle mandrie (quadri di scene pastorali) e del sole che nasce su una campagna solitaria, mi offrirono mille motivi di felicità durante il mio riposo e nelle ore passate a studiare e a scrivere, quando era al mio fianco e mi parlava (come fosse persona viva) la fantasia onnipossente che mi trasfigurava la realtà, sempre, ovunque io mi trovassi.

Ora Leopardi indugia sui particolari e dettaglia frammenti del suo ricordare; e alterna, come nei suoi momenti migliori, gli aggettivi dimostrativi, quella loggia, queste mura, quei figurati armenti. Un appunto dello Zibaldone, scritto il 27 aprile 1829, ci spiega la concezione della poesia di Leopardi: “Ci piace e par bella una pittura di paese, perché ci richiama una veduta reale, un paese reale, perché ci par da dipingerci, perché ci richiama le pitture. Il simile di tutte le “imitazioni” (pensiero notabile). Così sempre nel presente ci piace e par bello solamente il lontano, e tutti i piaceri che chiamerò poetici, consistono in percezion di somiglianze e di rapporti, e in rimembranze” (4495, pp. 1226-1227). Giacomo più volte accenna nei suoi scritti alla facoltà immaginativa dei suoi primi anni, alle fantasticherie suscitate in lui dalla contemplazione degli affreschi del palazzo paterno: “Io mi ricordo d’essermi figurate nella fantasia, guardando alcune pecorelle e pastori sul cielo d’una mia stanza, tali bellezze di vita pastorale che se fosse conceduta a noi cosiffatta vita, questa già non sarebbe terra, ma paradiso, e albergo non d’uomini ma d’immortali” (“Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”).

  1. 67-76 In queste sale antiche, al chiarore della neve dall’esterno, mentre il vento sibilava intorno alle grandi finestre, echeggiarono i divertimenti e le mie voci gioiose nell’età infantile, quando il mistero delle cose, crudele e indegno dell’uomo, ci appare pieno di dolcezza (la realtà si mostra ai fanciulli coperta da un velo di mistero ricco di attrattive e che nasconde la crudele verità); il fanciullo, come un innamorato inesperto, accarezza nel pensiero con desiderio e speranza la sua vita non ancora vissuta e tutta piena di promesse, vita che gli si presenta con sembianze ingannevoli, e, raffigurandola nel pensiero, contempla rapito una bellezza che non appartiene a questa terra.

I ricordi si susseguono quasi in modo irrazionale: la memoria non è organizzata secondo un rigore logico-cronologico ma si affastella nei versi con lo stesso andirivieni disordinato con cui si dipana nella coscienza di Giacomo. Dapprima le sale vaste ed antiche del palazzo, poi il riverbero della neve, il sibilare del vento, infine, in quello scenario remoto, mitico, il rimbombare sonoro degli allegri giochi infantili. La luce nuova, frizzante della neve eccita i bambini ad una gioia rumorosa. Ritornano l’intreccio e l’alternanza tra “vago” e “vero”, come tra passato e presente, e la natura illusoria della vita vagheggiata nella fanciullezza.

Luigi Russo, nella sua antologia, sottolinea un particolare: “Giacomo fu chiassoso da piccolo come tutti i ragazzi, ed ebbe una grande vivacità di mimèta (di regista si direbbe oggi). Inscenava rappresentazioni vere e proprie, dove erano introdotti personaggi delle sue letture quotidiane: “Mio discorso latino contro Cesare recitato a babbo e riflessioni su questo mio odio pel tiranno ed amore ed entusiasmo in leggere la sua uccisione ecc.; altre simili rappresentazioni che noi facevamo secondo quello che venivamo leggendo” (Appunti e ricordi, in Scritti vari).

  1. 77-87 O speranze, speranze; dolci illusioni della mia fanciullezza! Sempre, nei miei versi, parlando con me stesso, io ritorno a voi; poiché per quanto passi il tempo, per quanto cambino i sentimenti e i pensieri, io non so dimenticarvi. Illusioni, ora lo capisco bene, sono la gloria e l’onore; semplice e vano desiderio, una totale irrealtà sono i piaceri e le gioie; la vita, inutilmente infelice, non porta ad alcun risultato proficuo. E anche se i miei anni sono privi di attrattive e la mia condizione umana è solitaria e oscura, mi rendo ben conto che il destino mi sottrae ben poco perché sono poca cosa i cosiddetti beni della vita.

Il poeta ci vuol dire che tutta l’infelicità che la vita comporta è fine a se stessa né se ne potranno raccogliere i frutti in una prospettiva ultraterrena. Si insiste sulla constatazione angosciosa del crollo delle speranze fanciullesche, della natura illusoria della vita vagheggiata in quella prima età. Sono interessanti, per esempio, sia l’ossimoro del v. 77, “ameni inganni”, (inganni sì ma che recano piacere), sia il chiasmo dei vv. 81-83, “fantasmi son la gloria e l’onor; diletti e beni mero desio”. In questi versi appare più chiaro il valore positivo del cosiddetto pessimismo leopardiano, cioè quella capacità del poeta di sentire e rimpiangere e affermare la bellezza dei sogni, nonostante le convinzioni della ragione e l’esperienza della propria vita.

  1. 87-94 Ahi, ma ogni volta che ripenso a voi, o mie speranze infantili, e alla dolce immaginazione compagna della mia fanciullezza; e poi considero la mia vita così priva di valore e dolorosa, e il fatto che solo la morte è quello che mi rimane di così grande speranza, mi sento stringere il cuore e sento che non so rassegnarmi del tutto al mio destino.

Si fanno forti le riprese letterarie: il v. 92, “quello / che di cotanta speme oggi m’avanza” richiama Petrarca, Rime, CCLXVIII, 32, “questo m’avanza di cotanta speme”; a sua volta ripreso dal Foscolo, “In morte del fratello Giovanni”, 12, “questo di tanta speme oggi mi resta”. E nello Zibaldone Leopardi aveva anche spiegato il concetto che è sotteso al “serrarmi il cor” del v. 93: “Credereste che (…) ricordandomi la mia fanciullezza e i pensieri e i desideri e le belle viste e le occupazioni dell’adolescenza, mi si serrava il cuore in maniera ch’io non sapea più rinunziare alla speranza, e la morte mi spaventava? Non già come morte, ma come annullatrice di tutta la bella aspettativa passata” (p. 137).

La critica sottolinea che in questi versi Giacomo “ricostruisce intatta la commozione vaga e l’irragionevole disperazione di quegli anni lontani, risuscita un mondo di oggetti e di pensieri e di affetti, dove ogni forma si lega a un ricordo o a un sogno, e ogni creatura appare partecipe e fraterna, ed è capace di ridarci, con intenso e accorato stupore, il fascino misterioso di un’età in cui l’anelito all’infinito e l’eccesso delle speranze fa tutt’uno con l’angoscia struggente e il presagio della morte”.

  1. 95-103 E quando finalmente mi sarà accanto la morte tanto invocata, e sarà arrivata la fine della mia sventura; quando la terra sarà per me un paese estraneo, sconosciuto (cioè luogo di esilio e di dolore, nel significato del linguaggio biblico-cristiano) e non avrò più futuro; di voi, speranze di un tempo antico, certamente rivivrà in me il ricordo; e quell’immagine di vita vagheggiata mi farà sospirare, mi renderà doloroso l’esser vissuto invano e mescolerà il dolore alla dolcezza della morte.

Il ricorso a un duplice chiasmo temporale, vv. 95-97 e 97-99, vuole rendere solenne la notazione tanto dolorosa: “quando questa invocata morte sarammi allato – e sarà giunto il fine della sventura mia; quando la terra mi fia straniera valle – e dal mio sguardo fuggirà l’avvenir”. Si noti la disposizione in fine di verso (102-103) dei due termini dolcezza e affanno: l’amarezza del ricordo guasterà perfino la dolcezza della morte. Nell’autocommiserazione per la propria sorte infelice Leopardi qui inserisce anche il motivo dell’infelicità della vita umana; il tema sarà sviluppato più ampiamente nel successivo “Canto notturno di un pastore errante”. E più volte ritorna nei Canti e nelle Operette l’invocazione alla morte: vedi l’abbozzo di un inno Ad Arimane (dio persiano del male): “Non ti chiedo nessuno di quelli che il mondo chiama beni; ti chiedo quello che è creduto il massimo de’ mali, la morte. Non posso, non posso più della vita”. E si ricordi che tre anni prima di morire, nel 1834, Leopardi così scriverà nel “Dialogo di Tristano e di un amico”: “ogni immaginazione piacevole, ogni pensiero dell’avvenire, ch’io fo, come accade nella mia solitudine, e con cui vo passando il tempo, consiste nella morte, e di là non sa uscire. Né in questo desiderio la ricordanza dei sogni della prima età, e il pensiero di esser vissuto invano, mi turbano più come solevano. Se ottengo la morte, morrò così tranquillo e così contento, come se mai null’altro avessi sperato né desiderato al mondo…”

  1. 104-109 E già durante il primo contrastato agitarsi, nell’adolescenza, di gioie, di angosce e di desideri indeterminati, invocai più volte la morte, e mi sedetti a lungo là sulla fontana (la vasca del giardino di casa Leopardi), meditando di porre termine alla mia speranza e al mio dolore dentro quelle acque.

Già nel 1819, nello Zibaldone, Leopardi aveva annotato: “Io ero oltremodo annoiato della vita, sull’orlo della vasca del mio giardino, e guardando l’acqua e curvandomici sopra con un certo fremito, pensava: S’io mi gittassi qui dentro” (p. 82).

  1. 109-118 In seguito, condotto in pericolo di vita da una malattia misteriosa (forse i prodromi del rachitismo), piansi la bella giovinezza e il fiore della mia povera vita che così presto moriva: e spesso a tarda notte, seduto sul letto –testimone e partecipe delle mie sofferenze di malato-, senza poter prendere sonno, componendo versi alla fioca luce della lucerna, rivolsi al silenzio e alla notte il mio lamento per la vita che fuggiva, e mentre mi sentivo morire  cantai a me stesso un canto funebre.

Il funereo canto del v. 118 allude alla cantica “Appressamento della morte”, composta in undici giorni, senza interruzione, tra il novembre e il dicembre del 1816, quando il poeta aveva diciotto anni. I versi 111-112, “il fiore / de’ miei poveri dì”, enfatizzati dall’enjambement, riprendono la metafora del v. 49, “o dell’arida vita unico fiore” e rievocano anche il verso di Foscolo, “il fiore dei tuoi gentili anni caduto”. Il poeta ricorda la sua propensione adolescenziale a fantasticare sulla vita che lo aspettava e a immaginarsela tormentata ma bella. Questa strofa ne dipinge lo svolgimento reale, contrassegnato dal dolore e dallo sfiorire prematuro di ogni speranza. Di più: è probabile che Giacomo faccia esplicito riferimento alla malattia, il rachitismo, i cui segni comparvero apertamente alla fine della fanciullezza. Così infatti si confidò in una lettera a Pietro Giordani del 13 marzo 1818: “Io ho creduto fermamente di dover morire alla più lunga fra due o tre anni”.

  1. 119-130 Chi può ricordarvi senza sospiri, o tempi della mia prima giovinezza, o giorni pieni di lusinghe, ineffabili, impossibili da raccontare, quando per la prima volta al giovane preso dall’emozione della vita sorridono le fanciulle e a gara sorride ogni cosa intorno a lui; non si fa sentire l’invidia altrui non ancora risvegliata o comunque benevola e quasi, straordinaria insolita meraviglia!, il mondo gli porge la mano pronto a soccorrerlo, giustifica i suoi errori, festeggia il suo ingresso nella vita e, inchinandosi davanti a lui, finge di accoglierlo come suo signore e di chiamarlo tale?

Questa sesta strofa torna ai giorni bellissimi dell’adolescenza, della scoperta dell’amore, della piena confidenza con il mondo. La contrapposizione tra i contenuti di queste due strofe spiega bene la particolare infelicità del nostro poeta che, a differenza dei suoi coetanei, non ha potuto davvero godere della giovinezza se non su un piano puramente cronologico, del trascorrere del tempo. C’è un tono di mestizia, un sospiro di fugacità, annota un critico.

  1. 131-135 Giorni fuggitivi! Sono fuggiti con la velocità di un lampo. E qual essere umano può essere inesperto di sventura, se per lui è già trascorsa quella stagione indefinitamente bella, se il suo buon tempo, se la sua giovinezza, ahimè, la giovinezza è finita?

Questo motivo torna in Pensieri, XLII, dove è rielaborato un passo dello Zibaldone (p. 4287): “Certamente di nessuno che abbia passata l’età di venticinque anni, subito dopo la quale comincia il fiorire della gioventù a perdere, si piò dire con verità (…) ch’egli non abbia esperienza di sventure; perché se anco la sorte fosse stata prospera ad alcuno in ogni cosa, pure questi, passato il detto tempo, sarebbe conscio a se stesso di una sventura grave ed amara fra tutte l’altre, e forse più grave ed amara a chi sia dalle altre parti meno sventurato; cioè della decadenza o della fine della cara sua gioventù”. La critica spiega che “proprio perché lo vede così conchiuso e remoto nella sua luce inattingibile, il poeta può vagheggiare con tanta tenerezza questo ritratto della sua adolescenza, e di ogni adolescenza, ricostruire intatta la commozione vaga e l’irragionevole disperazione di quegli anni lontani, risuscitare un mondo di oggetti e di pensieri e di affetti, dove ogni forma si lega a un ricordo o ad un sogno, e ogni creatura appare partecipe e fraterna, e ridarci, con un così intenso e accorato stupore, il fascino misterioso di un’età in cui l’anelito all’infinito e l’eccesso delle speranze fa tutt’uno con l’angoscia struggente e l’inconsapevole presagio della morte”.

  1. 136-140 O Nerina! e forse questi luoghi, queste case, questo paesaggio non mi parlano di te? Sei tu forse fuggita dai miei pensieri? Dove sei svanita, dolcezza mia, giacché qui io trovo di te il solo ricordo?

Anche il nome di Nerina, come quello di Silvia, deriva dall’Aminta di T. Tasso. Secondo alcuni critici questi versi rievocherebbero una giovane donna recanatese, Maria Belardinelli, vicina di casa di Giacomo, morta nel 1827 a ventisette anni.

L’inizio dell’ultima strofa si caratterizza subito per gli enjambement e per le insistite interrogazioni che danno un tono accalorato, convulso ai sentimenti. La figura femminile è introdotta bruscamente come se all’improvviso il suo viso si affacciasse alla memoria del poeta evocato dalla precedente riflessione sul veloce scomparire della giovinezza.

  1. 140-148 Recanati, il tuo paese nativo, non ti vede più: quella finestra, dalla quale avevi l’abitudine di  parlarmi, e dove si riflette malinconica la luce delle stelle, è abbandonata. Dove sei, che più non sento il suono della tua voce, come un tempo, quando ogni parola delle tue labbra che mi giungesse di lontano mi faceva impallidire?

Sarà un caso ma l’espressione “il volto scolorarmi” (vv. 147-8) rievoca Dante e, in particolare, il racconto di Francesca che rievoca il suo amore: “Per più fiate li occhi ci sospinse / quella lettura, e scolorocci il viso” (Inferno, V, 130-31).

  1. 148-157 E’ un altro tempo, è un tempo trascorso ormai per sempre. I giorni tuoi non ci sono più, dolce amore mio. Te ne andasti per sempre. Ad altri oggi è dato in sorte il vivere e abitare queste colline profumate. Ma veloce sei passata; e la tua vita fu come un sogno. Camminavi nel mondo a passo di danza; la gioia splendeva sulla tua fronte, splendeva nei tuoi occhi quel fantasticare fiducioso sul futuro, quella luce di giovinezza, proprio mentre il destino cancellava la gioia, le fantasie piene di speranza, la luce della giovinezza; e tu morivi.

La figura-mito di Nerina è simile a quella di Silvia per la sua luminosità e perché hanno l’identica funzione di impersonare il rapido spegnersi della giovinezza nella morte; ma nello stesso tempo è diversa: più matura, meno adolescenziale, per cui al “vago avvenir” di Silvia si è sostituito un “confidente immaginar” (v. 155) e agli “occhi ridenti e fuggitivi” un sicuro e fermo “lume / di gioventù” (vv. 155-56). Sembra quasi questa più matura figura connotare un amore giovanile di Giacomo, il cui ricordo gli torna ossessivamente alla mente, evocato dai luoghi in cui era solito vederla, e chiudendo l’idillio con l’abbandono a tale amaro patetico ricordo. Lo confermerebbero gli appellativi teneri e sentimentali che il poeta rivolge alla giovane donna, dolcezza mia (v. 140), mio dolce amor (v. 149), in cor mi regna l’antico amor (vv. 157-58), eterno sospiro mio (vv. 169-70).

L’aggettivo odoroso/odorato è frequente in Leopardi: si trova in questo canto al verso 16 (i viali odorati”), nel v. 13 di “A Silvia” (era il maggio odoroso) e nella “Ginestra” (vv. 5-6, odorata/ginestra, v. 298, selve odorate). Si noti anche la bella immagine della vita-movimento (ivi danzando, v. 153), della vita-luce (splendea quel lume/di gioventù, vv. 155-6), della morte-buio (spegneali il fato, v. 156) e della morte-immobilità (giacevi, v. 157). Le frasi sono brevi e staccate, ferme nel ritmo; i verbi al passato remoto (furo, passasti) danno veramente il senso dell’irrevocabile, della fine.

  1. 157-165 Ahi Nerina! Nel mio cuore domina ancora l’antico amore. Se talvolta ancora mi reco a feste e intrattenimenti, dico fra me: o Nerina, ai ritrovi, alle feste non ti prepari più, tu più non vai. Quando tornerà la festa di Calendimaggio (1° maggio) e, secondo l’uso, i giovani innamorati cantando porteranno alle fanciulle ramoscelli fioriti, io dico: Nerina mia, per te non tornerà più la primavera, non tornerà l’amore.

Ancora un’eco petrarchesca: “Primavera per me pur non è mai” (Rime, IX, 14). La festa di Calendimaggio era un auspicio di amore e fecondità, che coincideva col rinascere della natura in primavera.

  1. 166-173 Ogni giorno sereno, ogni prato fiorito che io ammiro, ogni piacevole sensazione che io provo, dico: Nerina ora non gode più, la campagna, l’aria non ammira. Ahi, tu sei morta, eterno mio motivo di rimpianto: sei morta: e il tuo ricordo doloroso sarà compagno di ogni mia dolce fantasia, di tutti i miei sentimenti più intimi e delicati, delle tristi e amate emozioni del mio cuore.

Nerina, cioè la giovinezza, è passata per sempre; e compagna di ogni vago immaginare del poeta, di contemplazione idillica del paesaggio di Recanati, di ogni affettuoso sentimento, di ogni doloroso e caro moto del cuore, rimarranno solo le ricordanze. C’è un’ultima nota da sottolineare: il “vago immaginar” del v. 171 non è il “caro immaginar” della fanciullezza (“ed a quel caro immaginar mio primo”), bensì è l’immaginazione in genere alla quale, per Leopardi, è sempre legato il piacere.

 

                                                                       Gabriella  S.

 

 

 

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