Giosuè Carducci, “San Martino”. Ipotesi di lettura.

Giosuè Carducci (1835-1907), “San Martino”. Ipotesi di lettura.

 

Questo è un lavoro scritto nel marzo 1988 da una studentessa del quinto anno, Corso propedeutico all’università, dell’Ist. Magistrale “L. Stefanini” di Venezia-Mestre. L’esercitazione dimostra che una ragazza di diciannove anni può essere capace di un’analisi accurata e paziente, ricca di osservazioni acute e strutturata su solide basi metodologiche, pur con qualche ingenua ed inevitabile approssimazione. Non ho riportato le notizie e le valutazioni, pur filtrate con intelligenza, sull’autore (biografia, ideologia, poetica) e sulla raccolta di “Le occasioni”, naturalmente ricavate dai manuali e da alcune pagine saggistiche. Mi ha interessato, invece e soprattutto, valutare positivamente la personale “fatica del concetto”, germoglio di buone letture.

A diciotto anni un testo non deve solo provocare emozioni ma aprire porte, aiutare a costruire un personale e critico punto di vista, sviluppare la lunga gestazione del pensiero. Penso che l’analisi di un testo poetico sia molto interessante quando l’interprete ci fa capire cosa c’è dietro la sua tessitura linguistica e metrica e perché è stato costruito così in tanti suoi passaggi. Questo naturalmente costa fatica: ogni cosa assume un valore proporzionale al lavoro e alla pazienza che si sono impiegati per realizzarla.

Non voglio, perciò, che questi micro-testi siano sepolti nel dimenticatoio terribile degli archivi scolastici, per poi finire malinconicamente bruciati o dispersi.

prof.  Gennaro  Cucciniello

 

La nebbia a gl’irti colli

piovigginando sale,

e sotto il maestrale

urla e biancheggia il mar;                                                       4

 

ma per le vie del borgo

dal ribollir de’ tini

va l’aspro odor de i vini

l’anime a rallegrar.                                                                    8

 

Gira su’ ceppi accesi

lo spiedo scoppiettando:

sta il cacciator fischiando

su l’uscio a rimirar                                                                     12

 

tra le rossastre nubi

stormi d’uccelli neri,

com’esuli pensieri,

nel vespero migrar.                                                                   16

 

Metro: quattro quartine di settenari (in rima secondo lo schema ABBC, dove C rimane identico nelle quattro strofe.

La poesia fa parte della terza sezione delle “Rime nuove” e fu scritta nel 1883.

1-4. Sta piovigginando e la nebbia sale verso le colline spoglie e sotto lo spirare del maestrale (vento freddo che soffia da nord-ovest) si sente il mare urlare e biancheggiare di spuma. Il testo si articola in quattro momenti, strutturalmente corrispondenti alle quattro strofe. Lo spazio è un borgo familiare al poeta (forse Bolgheri o Castagneto, i luoghi della sua infanzia maremmana). Il tempo è la settimana di San Martino, a novembre (lo desumiamo, oltre che dal titolo, dalla svinatura, fase che segue alla vendemmia). Le immagini sono realistiche, una nebbia piovigginosa sui colli, le onde di un mare in gran tempesta. Domina il bianco, visto da vicino (siamo circondati da una nebbia impalpabile) e scorto da lontano (la furia delle onde). Due metafore impreziosiscono il quadro e illuminano i particolari: siamo colpiti dal suono (il mare urla) e insieme dal colore (la spuma biancheggia). E anche la rima in B è interessante: il lento ascendere della coltre nebbiosa, sale (sensazione visiva), si intreccia al sibilo lontano del maestrale. La critica è divisa: “da subito si avvertono sfumature di tristezza e di nostalgia” si legge in taluni. Ma altri intravedono in questo paesaggio autunnale non tanto un senso di abbandono malinconico quanto un senso cupo di morte (i rami scheletriti degli alberi sui colli) e un senso di minaccia ostile in una natura inquietante e angosciosa (vedi la posizione rilevante del verbo metaforico “urla” all’inizio del quarto verso, quasi trasformando il mare in un mostro aggressivo e terribile). L’effetto è potenziato poi dall’elemento fonico: il suono cupo della “u” e quello vibrante della “r”.

5-8. Ma nel borgo, per le vie si diffonde un odore aspro: dai tini –dove il mosto fermenta- si sprigiona l’odore del vino che rallegra gli animi degli abitanti. Non più colori ora ma profumi. Al paesaggio della prima strofa, un esterno autunnale e marino, si contrappone lo stato d’animo semplice e allegro di questa seconda, ed è la congiunzione “ma” a contrapporre agli aspetti rabbiosi della natura la letizia del borgo; anche qui la rima in B (tini-vini) sembra quasi farci vedere l’operazione (i succhi vengono separati dalle vinacce prima di metterli nelle botti) e tutto il paese festeggia. Il vino è un simbolo solare: contro l’immagine ossessiva della morte, che dominerebbe la strofa precedente, si suggerisce l’idea della gioia, del lavoro, della vitalità, della continuità felice delle tradizioni.

9-12. Fra scoppiettii lo spiedo con la cacciagione gira su un bel fuoco acceso: sulla soglia della casa il cacciatore sta fischiettando e contempla… Ora siamo in un interno rustico. Anche in questa terza strofa il cromatismo acceso dell’arcaico barbecue si intreccia al suono del fischio, non sai se soddisfatto o meditabondo, del cacciatore, l’unica figura umana, che dovrebbe essere contento della preda che ha catturato e che ora sta diventando un boccone succulento. Questa volta la rima in B (scoppiettando-fischiando) è unita dai suoni ma sembra quasi unire le sensazioni di allegria dei versi precedenti (dei paesani) con un presagio inquieto del singolo. Ancora la critica sottolinea che il vino e il fuoco richiamano tematiche conviviali tipiche della poesia classica: ci sarebbe un riferimento a una ode di Orazio (che a sua volta si rifà a una lirica greca di Alceo) nella quale, dopo un quadro di natura invernale irrigidita dal gelo, il poeta invita a scacciare la tristezza ravvivando il fuoco e versando copiosamente vino.

13-16. Cosa rimira il cacciatore? Nella luce del tramonto, tra nuvole rossastre, stormi di uccelli neri, come pensieri vagabondi, migrare nella sera, nell’ora del vespro. I motivi umili della quotidiana vita del paese, costruita sui riti agresti, lasciano spazio a una nota intima e soggettiva ma che ancora una volta, con una specie di correlativo oggettivo, parte da una osservazione naturale. Gli uccelli neri lasciano le campagne toscane e annunciano l’avvicinarsi dell’inverno. Il contrasto coloristico qui è fortissimo: un gioco rosso e nero affascinante, quasi a contrapporsi al bianco indistinto dell’inizio. E anche stavolta la rima in B (neri-pensieri) è illuminante: di chi sono questi pensieri, del cacciatore o forse del poeta? Il cacciatore non riesce a essere soddisfatto del cibo che si è procurato, della giornata che si sta concludendo, non riesce a concentrarsi sull’ora di un tramonto che sembra sereno? Il poeta è assalito da ombre e paure, da inquietudini e tormenti dei quali vorrebbe liberarsi? In conclusione abbiamo due immagini solari, le strofe centrali, chiuse da due immagini angosciose, secondo uno schema a chiasmo, ABBA. Sembra un movimento dinamico: di fronte a un quadro negativo si cerca rifugio e conforto in una visione di gioia vitale ma l’immagine di morte ritorna e ha il sopravvento. Il poeta sente romanticamente la presenza insistente di oscure inquietudini e angosce.

La critica sottolinea che “nel settembre-ottobre del 1883, lo stesso anno di questo componimento, Carducci soggiornò lungamente a Roma e fu colpito dalla corruzione e dalla decadenza morale della vita cittadina; quindi, per contrasto, qui vuole rievocare la semplice e intatta decorosità rurale della vita degli abitanti delle sue terre natali, una semplicità agreste ancora immune dall’ipocrisia e dai maneggi della capitale”. Ma un’altra interpretazione, quella del Getto, puntualizza con acutezza: “Tutta la poesia del Carducci sembra oscillare tra serenità greca e spleen baudelairiano: ma è oscillazione non già fra classicismo e romanticismo, al contrario è oscillazione tutta romantica. E’ la sua “malattia” romantica una fertile fonte di conoscenza critica del reale”.

                                                                       Giovanna  M.