“Il sabato del villaggio” di Giacomo Leopardi. Una lettura.

“Il sabato del villaggio” di G. Leopardi. Un interessante esercizio di lettura.

 

Questo è un lavoro scritto in classe il 9 marzo 1993, e poi completato a casa, da due studentesse del quinto anno del Liceo Linguistico e Pedagogico “L. Stefanini” di Venezia-Mestre. L’esercitazione dimostra che una ragazza di diciotto anni può essere capace di un’analisi accurata e paziente, ricca di osservazioni acute e strutturata su solide basi metodologiche, pur con qualche ingenua ed inevitabile approssimazione. Non ho riportato le notizie e le valutazioni, pur filtrate con intelligenza, sull’autore (biografia, ideologia, poetica), naturalmente ricavate dai manuali e da alcune pagine saggistiche. Mi ha interessato, invece e soprattutto, valutare positivamente la personale “fatica del concetto”, germoglio di buone letture. “Un classico”, scriveva Italo Calvino, “è un’opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé: ma continuamente se li scrolla di dosso”. A diciotto anni un testo non deve solo provocare emozioni ma aprire porte, aiutare a costruire un personale e critico punto di vista, sviluppare la lunga gestazione del pensiero. Penso che l’analisi di un testo poetico sia molto interessante quando l’interprete ci fa capire cosa c’è dietro la sua tessitura linguistica e metrica e perché è stato costruito così in tanti suoi passaggi. Con il tempo ho imparato che l’apprendere è una fatica vera: ogni cosa assume un valore proporzionale al lavoro e alla pazienza che si sono impiegati per realizzarla. Non voglio, perciò, che questi micro-testi siano sepolti nel dimenticatoio terribile degli archivi scolastici, per poi finire malinconicamente bruciati o dispersi.

prof.  Gennaro  Cucciniello

 

La donzelletta vien dalla campagna,

in sul calar del sole,

col suo fascio dell’erba; e reca in mano

un mazzolin di rose e di viole,

onde, siccome suole,                                                                  5

ornare ella si appresta

dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

Siede con le vicine

su la scala a filar la vecchierella,

incontro là dove si perde il giorno;                                      10

e novellando vien del suo buon tempo,

quando ai dì della festa ella si ornava,

ed ancor sana e snella

solea danzar la sera intra di quei

ch’ebbe compagni dell’età più bella.                                    15

Già tutta l’aria imbruna,

torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre

giù da’ colli e da’ tetti,

al biancheggiar della recente luna.

Or la squilla dà segno                                                                20

della festa che viene;

ed a quel suon diresti

che il cor si riconforta.

I fanciulli gridando

su la piazzuola in frotta,                                                              25

e qua e là saltando,

fanno un lieto romore:

e intanto riede alla sua parca mensa,

fischiando, il zappatore,

e seco pensa al dì del suo riposo.                                           30

 

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,

e tutto l’altro tace,

odi il martel picchiare, odi la sega

del legnaiuol, che veglia

nella chiusa bottega alla lucerna,                                        35

e s’affretta, e s’adopra

di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

 

Questo di sette è il più gradito giorno,

pien di speme e di gioia:

diman tristezza e noia                                                              40

recheran l’ore, ed al travaglio usato

ciascuno in suo pensier farà ritorno.

 

Garzoncello scherzoso,

cotesta età fiorita

è come un giorno d’allegrezza pieno,                                     45

giorno chiaro, sereno,

che precorre alla festa di tua vita.

Godi, fanciullo mio; stato soave,

stagion lieta è cotesta.

Altro dirti non vo’; ma la tua festa                                       50

ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

 

Schema metrico.  Canzone libera di endecasillabi e settenari, con rime e assonanze; scritta a Recanati il 29 settembre 1829, martedì, in un solo giorno.

 

Costruiamo questa sequenzializzazione:

versi 1-7: La fanciulla torna dalla campagna in paese.

versi 8-15: La vecchierella siede sulla scala e ricorda.

versi 16-19: Rapido arrivo della sera.

versi 20-23: Il suono della campana annuncia la festa.

versi 24-30: La spensieratezza dei fanciulli; il ritorno a casa del contadino.

versi 31-37: Tutto è silenzio. Di notte qualcuno lavora.

versi 38-42: Riflessioni sul giorno pre-festivo.

versi 43-51: Il poeta parla con un fanciullo e lo invita a vivere i suoi sogni.

 

Il villaggio: un centro abitato di dimensioni molto limitate ma che racchiude in sé un vasto assortimento di personalità, mentalità, età. E’ colto un momento della vita del borgo: le ultime ore del sabato, l’animazione raccolta alla vigilia della festa. Ci sarà presentata dal poeta una breve galleria di figure umane: ognuna ha una propria storia e conosce quella dei compaesani. Sono accomunati dal pensiero del sabato, un giorno di gioia perché precede la festa, e questo –nella società rurale ottocentesca- era un dato rituale molto importante.

Versi 1-7. La giovane contadinella torna dalla campagna verso il tramonto del sole col suo fascio d’erba per le bestie ma ha in mano, anche, un mazzolino di rose e di viole, con le quali si prepara a ornare l’indomani, giorno di festa, il petto e i capelli. La lirica comincia collocando con precisione il primo personaggio, la donzelletta, in un tempo definito ma in un luogo spazialmente indeterminato: ella viene dalla campagna al tramonto. Luigi Russo ci suggerisce che la parola, donzelletta, sia giunta a Leopardi dai poeti del Seicento, che ne fecero uso frequente: “Donzelletta superbetta” (Redi), “Come pura donzelletta, che sposata ancor non è” (Chiabrera). La sequenza è fortemente visiva, immaginiamo un piccolo quadro ricco di colori: la luce del sole che sta calando, il verde dell’erba, i fiori (rosso probabilmente e viola). In questo paesaggio armonioso la fanciulla sta tornando al villaggio quasi con passo di danza spensierata, senza mostrare segni di affaticamento, pur tenendo in equilibrio sul capo il fascio d’erba. Nei campi ha preso i fiori che utilizzerà per ornarsi il giorno seguente e così, con una dolce attesa, preannuncia il dì festivo. E’ proprio dell’età giovanile “non curarsi degli affanni” ed essere sempre in grado di sostituirli con prontezza con pensieri più felici. Il diminutivo, mazzolin, infonde una sensazione di delicatezza e di freschezza primaverile. Nello “Zibaldone” Leopardi annotava: “I diminutivi sogliono essere sempre graziosi, e recar grazie e leggiadria ed eleganza al discorso, alla frase ec.”.

Un gioco di assonanze e di rime costruisce la figura della giovinetta, la lega al suo lavorare, alla natura che la circonda e alle sue gioie e speranze per la domenica successiva. “Donzelletta, erba, reca, ella, appresta, festa”: il ritmo delle vocali in “e-a”; “sole, rose, viole, onde, siccome, suole” (questi ultimi tre addirittura in un solo verso): ritmo in “o-e”. Le assonanze in serie ravvicinata o addirittura continua, come in questo caso, creano una musicalità soave e placida. Si noti come il primo endecasillabo discende morbidissimo nel settenario (in sul calar del sole), come procedono leggere le sillabe fino alla conclusione del periodo. Interessante ci sembra l’allitterazione, in mano un mazzolin” e di derivazione petrarchesca l’uso delle parole in coppia, “rose e viole, petto e crine”, qui anche in legame diretto in quanto i fiori, semplici ed essenziali, adorneranno parti del corpo della ragazza. Anche il verbo “suole” è rivelatore, a sottolineare che questo è per lei una povera, semplice ma gentile abitudine. La rima interna, “appresta-festa”, rafforza il senso di apprensione, di trepidazione e di attesa per la festa che sta per venire; e il tutto è accompagnato dal verbo ornare, che Leopardi aveva già usato in “A Silvia”, e che noi interpretiamo come “apparecchiare, preparare con gusto” e che dunque raffigura al meglio l’età giovanile che si prepara a gustare la sua festa anche con la cura per i dettagli. Vogliamo azzardare un’ultima cosa: la parola “crine” fa rima con “vicine” del v. 8, e così si lega la rappresentazione fisica della giovinezza a quella successiva della vecchiaia, anche perché gli atti festosi della prima sembrano accendere la nostalgia della seconda. Scrive il Russo che “tutto il linguaggio è allontanato nel tempo, appunto per creare l’atmosfera del mito”. La patina letteraria del lessico aiuta a sfumare ogni possibile valenza realistica del testo, a proiettare le figure fuori dalla storia.

Versi 8-15. Sui gradini dell’uscio di casa, con le vicine, siede la vecchietta, proprio di fronte al sole che tramonta, quasi per non perderne l’ultimo tepore, e racconta con toni di fiaba della sua giovinezza, quando anche lei si ornava per il giorno della festa e poi, integra e leggera, ballava la sera coi suoi giovani compagni. Ora la descrizione passa dalla donzelletta alla vecchierella (non a caso figure legate anche in assonanza); la parola, probabilmente, è derivata dal Petrarca, Rime, XXIII, 5, “levata era a filar la vecchiarella”.  Anche in questo caso la protagonista, introdotta subito dal verbo “siede” -non a caso posto all’inizio del verso- è collocata in uno spazio preciso, su la scala, e in un tempo indeterminato, là dove si perde il giorno”, con un’inversione a chiasmo rispetto al primo personaggio. La giovinetta si muoveva, dinamica; anche la vecchietta lavora, infatti fila, ma è seduta, statica, anche per l’età che la costringe all’immobilità. Un intero verso, “incontro là dove si perde il giorno”(v. 10), con un cumulo di preposizioni e avverbi, è utilizzato per alludere, con la solita bellissima vaghezza leopardiana, al tramonto del sole: come se l’anziana donna aspettasse –ferma- l’incontro con la fine di quel giorno, a voler gustare tutto il calore di quel sole che tramonta ma anche come se attendesse –senza tante illusioni ormai- il giorno nuovo che dovrà iniziare. Anche il verbo “perdere” è molto interessante perché sembra un voler togliere alla vita della vecchierella un altro giorno della sua ormai breve esistenza. Ci sembra di vederla, questa anziana donna, col volto rivolto al sole (assonanza di incontro e giorno), una luce tiepida la avvolge quasi proiettandola in una dimensione lontana come quella del ricordo. Ella narra, con tono da incantamento, del tempo buono, del tempo giovane, quando la sua mente e il suo aspetto erano simili a quelli della  donzelletta: anche lei si ornava ai dì della festa, ma il verbo è al passato, richiama alla memoria sabati ormai trascorsi, e l’imperfetto sottolinea un’abitudine cara e tante volte ripetuta. Il poeta scrive al v. 11: “e novellando vien”: si ha l’impressione che la donzelletta iniziale sia quasi il ricordo della vecchierella, la memoria si fa avanti, le parole ci vengono incontro e sono esse a far riemergere “il buon tempo e l’età più bella”, la felicità giovanile irrimediabilmente perduta, come è sottolineato dall’ebbe del v. 15 che chiude e delimita l’azione in un passato oggettivamente perduto. Il verbo novellando, poi, è stilisticamente molto interessante: intanto crea uno stacco per introdurre il ricordo e il gerundio –come già nell’Infinito– allunga i tempi e dà la sensazione di un’azione lenta e continua; infine sembra quasi che la donna tenti di ricordare tanti particolari, tante vicende, tante storie, tanti desideri.

Anche in questa sequenza è bellissimo il gioco delle assonanze strettamente intrecciate e ripetute: vecchierella, festa, ella, snella, solea, sera, età, bella, a rappresentare –con malinconica nostalgia- la vivacità perenne della giovinezza e il desiderio –vivo solo nel ricordo- di ballare fino a notte senza mai essere stanchi. Ancora: la coppia di termini, sana e snella, riprende le rose e viole e il petto e il crine, tutti simboli della bellezza e della giovinezza. “Età più bella” è un’indicazione che rievoca la bellezza del passato e riconferma la concezione di Leopardi che la bellezza e la vera essenza della vita sono nel passato, sono nel saper guardare alla vita con gli occhi incantati di un bambino, con gli occhi e le sensazioni più verginali, pure e incorrotte. Le due figure femminili hanno una chiara valenza simbolica: rappresentano la speranza, la confidenza nel futuro che è tipico dell’adolescenza e il piacere del ricordo che è proprio dell’età anziana. In modo simile, più avanti, le figure maschili, i ragazzi e lo zappatore, alluderanno alla totale spensieratezza e alla paziente accettazione della fatica, confortata anche dal pensiero di un breve riposo.

Versi 16-19. Già tutta l’aria si oscura; ritorna azzurro il cielo, finora quasi diafano per i colori del tramonto; e le ombre, che si erano disperse con la fine del giorno, scendono di nuovo dai tetti e dalle colline illuminate dal candido splendore della luna sorta or ora. Lo sguardo del poeta-raccontatore si sposta ora sul paesaggio, nel momento del passaggio tra il giorno e la sera; usa la metafora dell’aria che imbruna, che diventa scura, poi osserva il cielo sereno che si sta facendo –dopo il rosso del tramonto- d’un colore azzurro intenso, bluastro, colore che si accompagna alle ombre che non sono più solari ma quelle diverse e più nette della luna. Sembra di vederle queste ombre, che si allargano mano a mano che l’ora si fa più tarda, e che avvolgono i punti più alti del paesaggio, i colli, i tetti, e quella meraviglia di luce lunare che inonda tutto il paese e dà come un senso nuovo alle cose. L’ampiezza del verbo centrale, biancheggiar, fa scendere sul piccolo borgo un dilagare e palpitare di luce. E anche gli altri verbi sono tutti posti al presente, sebbene indichino momenti e passaggi successivi (imbruna, torna, tornan).

Questi versi sono interamente visivi. Il Già nel principio del v. 16 descrive il rapido arrivo della sera (svelato anche dalla ripetizione, al v. 17, torna…tornan). I suoni predominanti sono in “r” (aria, imbruna, torna, tornan, azzurro, sereno, ombre, biancheggiar). Si coglie chiaramente un’eco della prima bucolica di Virgilio, 82-83, che così chiude: “et iam summa procul villarum culmina fumant / maioresque cadunt altis de montibus umbrae” (e già fumano lontano i comignoli dei casolari e le ombre scendono più lunghe dagli alti monti). Leopardi, rispetto al grande modello classico, infittisce la varietà e la bellezza dei colori e soprattutto aumenta il ritmo veloce dei fenomeni, l’avvicendamento improvviso degli scenari.

Versi 20-23. Nel biancheggiare della luna risuona lieto il suono della campana che annunzia la festa del domani. L’aspetto visivo, prima prevalente, si fonde a questo punto con quello dei suoni. Si comincia con le campane del paesino. Come nel “Passero solitario”, v. 29, la campana è chiamata squilla, la campana più piccola di un campanile, quasi con eco di tromba; continua il ritmo veloce, anche i versi si fanno più brevi e rapidi, le due parole tronche (suon – cor) danno la carica, per ben otto volte si susseguono dei settenari.

Sembra quasi che il poeta non voglia ammetterlo: pure egli confessa che da quelle immagini, da quel suono il suo cuore riceve un conforto. Per un momento il suo animo è in armonia con quello dei paesani. Poi dirà che anche quella gioia è vana, illusoria; intanto però ha trascurato i suoi pensieri profondi e ha scoperto il senso delle cose più semplici. Ma il condizionale impersonale, diresti, dissimula la consapevolezza dell’inganno. Vorremmo soffermarci, anche, su quel “riconforta”: il suono della campana assume il significato di un segno di gioia (come anche, tra qualche verso, il chiasso dei fanciulli e il fischiettare dello zappatore saranno simbolo di spensieratezza); il cuore però non si conforta ma si riconforta, ad indicare il fatto che più volte nella vita si è confortato ma che poi è ritornata la tristezza e quel cuore ha avuto bisogno di un nuovo conforto perché –come sempre dopo la tempesta c’è il sole- ma la tempesta fa sempre ritorno prima o poi.

Versi 24-30. I fanciulli, i primi a gioire della festa tanto attesa, gridano e saltano -in gruppo- nella piazzola e producono un chiasso allegro, che rende felice per un momento anche chi lo ode. Nel frattempo torna alla sua povera casa e alla sua cena frugale il contadino, fischiettando, lieto anche lui per quella domenica di riposo. Ancora una coppia di personaggi, i ragazzi che corrono e saltano e il maturo contadino che torna a casa, accomunati dai gerundi (gridando, saltando, fischiando): è la contrapposizione e, insieme, la simmetria che esprimono –stupendamente- la letizia del momento, una concordia pacata che fa sì che persino il romore sia lieto (un ossimoro delizioso), un senso di umana compagnia avvolta nell’atmosfera magica del crepuscolo. Una straordinaria serie di assonanze accompagna l’irruzione dei ragazzi e ne amplifica le grida festose ed è centrata sulla coppia delle vocali “A – O”: riconforta, frotta, piazzuola, gridando, saltando, fanno, intanto, fischiando, e le studiate alternanze producono un effetto di confuso vocio. Dopo ben otto settenari (vv. 20-27) che hanno dato l’idea e il ritmo del moto frenetico dei fanciulli l’endecasillabo calmo e pacato, e intanto riede alla sua parca mensa, introduce la figura del contadino (con l’uso toscano, elegante, dell’il invece del lo davanti a zappatore) che pensa tra sé e sé al giorno del suo riposo; cammina lentamente fischiando e intorno a quel fischiare si avverte lo spegnersi lento dei rumori. Un critico, a questo punto, ha ricordato alcune righe del Manzoni, al VII capitolo dei “Promessi sposi”: “C’era infatti quel brulichio, quel ronzio che si sente in un villaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti dà luogo alla quiete solenne della notte”.

Versi 31-37. Poi, quando tutte le luci sono spente e tutto è silenzio intorno, senti un martello picchiare, senti la sega del falegname che lavora nel chiuso della sua bottega, e si dà tanto da fare per finire il suo lavoro prima dell’alba del nuovo giorno. Un’ombra compatta è calata sul villaggio. L’inizio del “poi quando” segna il passaggio del tempo, a cui segue subito una collocazione spaziale, “tutto intorno”; l’intreccio continua con una notazione visiva, “è spenta ogni altra face”, legata ad una uditiva, “e tutto l’altro tace”. Mi sembra che la vista degli occhi si trasformi nella vista della mente, con un procedimento che Leopardi ha già usato altre volte. Si ripetono anche gli aggettivi indefiniti, “ogni altra” e “tutto l’altro”, con un contrasto tra ogni (ogni cosa singolarmente e che richiamerà la sola lucerna del falegname) e tutto (tutto come insieme). In questo silenzio di colori e di suoni il poeta introduce meravigliosamente il verbo “odi”, ripetuto due volte nello stesso verso 33. E’ un suono che si ascolta in lontananza, è un martellare e un segare del legnaiuolo che è chiuso nella sua bottega di notte e solo un lume fioco lo illumina. Egli lavora con un ritmo scandito, preciso, sottolineato dalle assonanze (s’adopra, l’opra) e dall’allitterazione in “r” che dà un timbro di operosità alacre (lucerna, s’affretta, s’adopra, fornir, l’opra, chiarir). La rima “face (lume) – tace”, che è anche una sinestesia, ci fa entrare nella bottega del falegname, dove anche il picchiare del martello assonantizza coi precedenti. E così è facile scoprire un altro “gioco” assonantico, con rima interna, tra “sega-veglia-bottega-lucerna-affretta”, che dà luogo alla rappresentazione fisica di un uomo chino sul proprio lavoro e le cui mani abili si muovono velocemente, con zelo e precisione, per riuscire a completare l’opera che egli ha assegnato a se stesso. Il fascino è dato soprattutto dall’eco tranquilla di quei rumori, da quel senso di pacata allegrezza, di solitarietà operosa e raccolta.

Versi 38-42. Il sabato, che si è appena concluso, è il giorno più gradito della settimana, pieno di speranza e di felicità (come abbiamo visto nei personaggi osservati); il domani, la domenica porterà solo tristezza e noia, e ciascuno, dentro di sé (senza neppure osare di confessare il proprio sconforto), tornerà col pensiero alla fatica di tutti i giorni feriali. Vi tornerà con rassegnazione, forse addirittura con desiderio, come a un rimedio efficace, l’unico, contro la delusione e la noia. Lo possiamo ben dire anche noi studentesse, avendolo provato nella nostra, ancora breve, esperienza quotidiana.

E’ di grande interesse il chiasmo semantico (speme-gioia / tristezza e noia), contrasto che evidenzia la lacerazione dell’animo umano: tutto ciò che è gioia non è destinato a durare, sopravverranno dolore e, soprattutto, la mortifera noia (assenza di felicità o dolore, mancanza di qualsiasi passione, privazione perciò anche della speranza). “Noia” è posta in risalto da uno dei rari enjambement della lirica e da un’inversione tra oggetto e verbo. Nello Zibaldone Leopardi scrisse frequentemente su questo tema: “la noia è più dannosa alla felicità che gli stessi mali; è la più sterile delle passioni umane; non è altro che il vuoto dell’anima”. Riportiamo un altro concetto per esteso: “Il piacere non è mai né passato né presente, ma sempre e solamente futuro. E la ragione è che non può esserci piacer vero per un essere vivente se non è infinito (e infinito in ciascun istante, cioè attualmente); e infinito non può mai essere, benché confusamente ciascuno creda che può essere e sarà, o che anche non essendo infinito sarà piacere; e questa credenza (naturalissima, essenziale ai viventi e voluta dalla natura) è quello che si chiama piacere, è tutto il piacere possibile” (Zibaldone, 20 gennaio 1821). E’ un accenno sobrio alla natura puramente immaginaria del piacere, che consiste nell’attesa o nel ricordo, mai in un bene presente. Con questa strofa comincia l’appendice riflessiva della lirica, che non è però in contrasto col tono pacato del racconto precedente, anzi è pacata anch’essa, priva di durezze e di note polemiche.

Versi 43-51. Ragazzo lieto e spensierato, la fanciullezza è simile a un giorno tutto felice, luminoso, senza nuvole, che precede la “festa” della vita, la giovinezza. Quindi la fanciullezza è simile al sabato, che promette ogni gioia, la giovinezza alla domenica, in cui ogni illusione svanisce. Dunque, fanciullo mio, godi, quanto più puoi, interamente, dell’adolescenza. Essa è una condizione soave, essa è lieta per tutta la sua durata. Non voglio dirti altro; ma la festa della tua vita, nella pienezza del suo tempo, non ti incresca se viene tardi perché questo indugio nella fanciullezza e nel piacere dell’immaginazione è tutto un guadagno. Avrai tempo, infatti, per imparare con l’esperienza che cosa essa ti riservi.

La poesia sembrava finita sull’impressione della noia domenicale del v. 40: invece si affaccia un nuovo tono di confidenza. La strofa conclusiva richiama l’immagine d’apertura, con l’uso ancora una volta del diminutivo: prima la donzelletta, ora il garzoncello (parola che Leopardi forse derivava dal Boccaccio, “Avvenne che questo garzoncello s’incominciò a dimesticare con questo Federigo”, novella del falcone), e il poeta si rivolge direttamente al fanciullo nel quale forse riconosce se stesso durante gli anni della sua prima giovinezza. E lo esorta a godere di questo tempo, di questo stato soave perché questa è stagione lieta, questa è primavera di emozioni, è tempo di rose e di viole, è tempo di allegria e di spensieratezza cui seguiranno cupi inverni gelidi. E’ un “giorno” (ripete due volte la parola per sottolinearne l’importanza e la bellezza) chiaro e sereno come se fosse un riflesso del cielo azzurro. Leopardi accumula molte espressioni, e questo è insolito per lui, per indicare l’essenza e la condizione di quell’età: “età fiorita, giorno d’allegrezza pieno, giorno chiaro sereno, stato soave, stagion lieta”; è un tessuto verbale, leggiamo in un’antologia, “tutta composta di parole che appartengono all’area semantica del caro immaginar giovanile”. In quel “Godi, fanciullo mio” del v. 48 qualcuno, però, ha voluto vedere una piega di malinconia e di smagata ironia. Nei due versi conclusivi la reticenza di “Altro dirti non vo’” svela l’amarezza crescente del pensiero: però, invece di insistere sulla verità che dissipa l’illusione, lo invita a non spingere lo sguardo oltre i confini dell’illusione fanciullesca. Un’ultima annotazione stilistica ci fa ricordare che anche in questa strofa, come nella prima sequenza, ritorna l’assonantizzazione in “e –a”: “età, allegrezza, festa, lieta, cotesta, festa”, e –come all’inizio- questo ritmo vocalico crea una musica placida, in una struttura ad anello che richiama la ciclicità del tutto: un giovane “sostituirà” qualcuno che ora non vive più e di questo assorbirà i sogni, le speranze, toccherà forse le medesime tappe cercando di realizzare ciò che non è stato possibile realizzare…

 Abbiamo già sottolineato che questo finale riflessivo è accennato da Leopardi con pudore e discrezione, con semplicità e quasi con castità d’espressione, con un tono di dolce ammonimento. Anche le parole più malinconiche sono pronunciate attraverso un sorriso, con un’affettuosa mestizia, un tono di voce pacato. La lirica è costruita attraverso un sistema di contrasti tra l’impazienza da parte dei giovani e la condizione di coloro che giovani più non sono (e ai quali la festa poco o nulla promette); nel finale il poeta, che fino ad allora aveva lasciato parlare le cose e osservato i fatti senza mostrarsi (abbiamo letto in De Robertis, “il volto del poeta è assente in tanta presenza”), interviene direttamente senza i suoi consueti toni polemici e dice la sua universale verità, con un tono nello stesso tempo amaramente ironico verso l’ordine naturale delle cose e di affettuosa solidarietà per il ragazzino. La vita è un ciclo che non si potrà mai fermare ad un giorno bello ma tutto viene e tutto anche se ne va. Ed è molto interessante che ad esemplificare questa riflessione siano donne ed uomini semplici, povera gente che vive duramente in misera semplicità, che affida al lavoro manuale la sua sorte e che coglie un po’ di speranza e di felicità nel sogno del futuro e nel ricordo del passato: nella loro vita ingenua il poeta trova la conferma dell’amara verità da lui scoperta e razionalmente posseduta.

Enrica  F.  e Federica  P.