In ricordo del prof. Lino Palmeri

In ricordo del prof. Lino Palmeri, morto il 17 marzo 2011

 

Caro Lino,

io nel pensier mi fingo che tu sia ancora vivo, non lacerato dalla malattia, non toccato dalla morte, non strappato alla nostra amicizia.

Mi vengono alla mente i nostri colloqui: intorno a un tavolo, intenti a discutere un problema, ad approfondirne un aspetto controverso, a chiarificarne un dilemma. Ti rivedo, mite ed ostinato, lucido ed instancabile, paziente, mentre spieghi a tutti noi la tua speranza nella forza disarmata delle convinzioni, più forte dei poteri amministrativi e talora oppressivi delle burocrazie ministeriali. Tutti noi docenti impegnati con te in quell’esperienza eroica ed affascinante, anticipatrice e profetica, a tratti persino velleitaria ma oggi ancora più attuale, che è stata la Sperimentazione teorica, metodologica e didattica dell’Istituto “Stefanini” dal 1975 al 1996.

Hai scritto centinaia, migliaia di pagine, dattiloscritte, ciclostilate, stampate, in tutti quegli anni: lì sono le tue intuizioni, le tue convinzioni, le tue lungimiranze sui processi di riforma possibile della scuola italiana; lì si spiega come hai accettato di vivere senza protezioni la dialettica di sempre tra l’uomo e l’istituzione, tra il sentire personale e il lavoro d’un collettivo, tra la lucidità di una teoria e la fatica d’una trascrizione didattica nella vita scolastica quotidiana.

Sei stato capace di riunire intorno a te una squadra numerosa di docenti che venivano dalle più diverse esperienze e che erano portatori di culture ed ideologie non solo differenziate ma persino antagoniste, con tinte diverse di marxismo, variegato cristianesimo, azionismo liberale, agnosticismo: eppure, nella collaborazione comune e pur fra molte contraddizioni, ognuno di noi è stato convinto a rivedere criticamente i propri atteggiamenti educativi, in un processo faticoso e spesso non pacifico.

Oggi l’Istituto “Stefanini” ha una bella sede, luminosa e polifunzionale: ma tanti di quelli che vi lavorano e vi studiano, forse tutti, non sanno che quella Scuola è debitrice interamente a te, non solo nella sua intelaiatura intellettuale ma anche nella sua logistica materiale, nei suoi spazi: solo le tue pressioni insistenti e continue sull’Amministrazione Comunale di Venezia, sulla Giunta e sul Consiglio, permisero prima la progettazione e poi la realizzazione del nuovo Istituto in sostituzione del vecchio plesso di via Cicognara. Oggi di te, in questo nuovo istituto, non c’è alcun segno, alcun ricordo: a contrasto, il suo Auditorium è stato intitolato alla memoria inerte, pigra, talora corriva, di un Carneade.

Ci trastulliamo con la cronaca, in questo mondo rovesciato, perché è più difficile capire la storia che ha un disegno mentale degli avvenimenti. E un fatto ti sfuggì, caro Lino, e questo coincise col tuo pensionamento, nel 1986. Ci lasciasti proprio nell’anno in cui l’inopinata abolizione del Comando per i docenti sperimentatori e il contemporaneo raddoppio (da tre a sei) dei Corsi Sperimentali aprirono un’autostrada per gli opportunismi e le improvvisazioni. Tanti docenti, giovani per lo più, videro in quella svolta l’occasione per abbandonare sedi scomode in provincia e avvicinarsi al capoluogo. Erano ignari dei progetti di ricerca teorica e di metodologia che giustificavano le autorizzazioni a sperimentare: per di più non erano per nulla disposti né a studiarli né a rispettarne le indicazioni. I Consigli di Classe divennero autoreferenziali, le spinte individualistiche e disgregatrici divennero prevalenti: proprio in quell’occasione erano venuti a mancare la tua presenza e il tuo carisma. Qualche tempo dopo mi confidasti il tuo dolore e il tuo rammarico per quegli avvenimenti.

Finita l’esperienza scolastica, cominciò per te, non più giovane ormai, una fase intensissima di impegno politico, in anni in cui la crisi irrimediabile dei partiti storici della Sinistra produceva i suoi effetti sul quadro politico e rifletteva le trasformazioni profonde della società italiana, accompagnandone il mutamento antropologico e la progressiva disgregazione: del tuo impegno mi colpirono soprattutto la forza e la coerenza etica.

Nel 2003 scoprii, con grande stupore, il candore della tua poesia: una poesia d’amore, di paesaggi, di natura, quasi un’arcadia tramata di incanto e tessuta di malinconia.

Ti ho voluto bene, caro Lino, e ti voglio salutare con i versi delicati di Ovidio:

“Inque leves abiit paulatim spiritus auras / paulatim cana prunam velante favilla”

“Piano piano dilegua lo spirito nell’aria leggera / mentre una bianca cipria di cenere vela le braci piano piano”             (Metamorfosi, libro VIII, vv. 524-5)

Nascono nella nostra memoria una quantità inesauribile di echi, di ricordi, ma si constata sopra ogni cosa la realtà umanissima dell’amicizia, del lavoro, degli ideali, della morte e dell’infinita vanità del tutto.

                                                                       Gennaro  Cucciniello