Ludovico Ariosto, “Orlando Furioso”, canto I, ottave 42-43: “La verginella è simile alla rosa”. Un’interpretazione.

 

Ludovico Ariosto, “Orlando Furioso”, canto I, ottave 42-43, “La verginella è simile alla rosa”. Un’interpretazione.

 

 

 

Questo è un lavoro scritto nel dicembre del 1991 da una mia studentessa del quarto anno del Liceo Linguistico Sperimentale “L. Stefanini” di Venezia-Mestre e da lei utilizzato per una lezione alla classe. L’esercitazione dimostra che una ragazza di diciassette anni può essere capace di un’analisi accurata e paziente, ricca di acute osservazioni e strutturata su solide basi metodologiche, pur con qualche ingenua approssimazione. Non ho riportato le notizie e le valutazioni, anche se vagliate con intelligenza, sull’autore (biografia, ideologia, poetica) e sul poema dell’”Orlando Furioso”, inevitabilmente ricavate dai manuali scolastici e da alcune pagine saggistiche. Mi ha interessato, invece, valutare positivamente la personale “fatica del concetto”, germoglio di buone letture. A diciassette anni un testo non deve solo provocare emozioni ma aprire porte, aiutare a costruire un personale e critico punto di vista, sviluppare la lunga gestazione del pensiero. Penso che l’analisi di un testo poetico sia molto interessante quando l’interprete ci fa capire cosa c’è dietro la sua tessitura linguistica e metrica e perché è stato costruito così in tanti suoi passaggi. Questo naturalmente costa fatica: ogni cosa assume un valore proporzionale al lavoro e alla pazienza che si sono impiegati per realizzarla. Non voglio, perciò, che questi micro-testi siano sepolti nel dimenticatoio terribile degli archivi scolastici, per poi finire malinconicamente bruciati o dispersi.

 

 

 

prof. Gennaro Cucciniello

 

 

 

“La verginella è simile alla rosa,

 

ch’in bel giardin su la nativa spina

 

mentre sola e sicura si riposa,

 

né gregge né pastor se le avicina;

 

l’aura soave e l’alba rugiadosa,

 

l’acqua, la terra al suo favor s’inchina:

 

gioveni vaghi e donne innamorate

 

amano averne e seni e tempie ornate.

 

 

 

Ma non sì tosto dal materno stelo

 

rimossa viene e dal suo cespo verde,

 

che quanto avea da gli uomini e dal cielo,

 

favor, grazia, bellezza, tutto perde.”

 

 

 

Una nota tecnica preliminare. Le strofe sono di versi endecasillabi riuniti in ottave; lo schema delle rime è A-B, A-B, A-B, C-C, alternate nei primi sei versi, baciate negli ultimi due. Siamo nel 1° canto del poema e ci troviamo di fronte ad un’ottava completa (la 42) e ai primi quattro versi della seguente (43). Chi parla è Sacripante, re pagano di Circassìa, anch’egli come Orlando, Rinaldo, Ferraù, innamorato e all’inseguimento della bella Angelica. Numerosissime sono nel testo le assonanze; in generale, si può dire che ogni rima alternata possiede un termine che con lei assona. Ecco la rima A (rosa, riposa, rugiadosa) che assona con sola, la rima B (spina, avicina, s’inchina) con nativa, la rima D (stelo, cielo) con ceppo e materno, la rima E (verde, perde) con viene e con la clamorosa assonanza della strofa precedente (mentre, gregge, averne). E anche la rima C (inamorate, ornate) con terra e bellezza, ma in assonanza inversa. E si possono trovare ancora consonanze e allitterazioni, ma per ora mi fermo qui. Voglio solo riferire di una precisa reminiscenza classica che Ariosto sicuramente ha tenuto presente: il Catullo dei “Carmina”, LXII, 39-58.

 

v. 1) Una chiarissima similitudine apre l’ottava. La “verginella” (interessante l’uso del suffisso con valore diminutivo, dà un’idea di fragilità, di bisogno di protezione) è paragonata alla rosa. Ci aspettiamo che, nei versi seguenti, l’autore voglia ampliare la sua riflessione e contemplazione.

 

v. 2) Infatti, ecco l’immagine della rosa. Essa si trova in un bel giardino; si erge naturalmente sulla sua nativa spina (sull’arbusto-rovo da cui è nata). Lampante è l’assonanza, come ho già rilevato, tra l’aggettivo e il sostantivo ma evidente è anche la metonimia che ci propone la spina (ovvero una parte dello stelo) come stelo del fiore. La spina ha qui due significati: il primo è quello di elemento di difesa della rosa, il secondo è il noto accento di contrasto tra la bellezza della corolla e le spine pungenti e dolorose.

 

v. 3) La rosa è sola e sicura. Prima coppia (ne seguiranno altre) formata da due aggettivi. Direi che essi sono quasi “contrapposti”: pur essendo sola la rosa è sicura. Più avanti questa apparente contraddizione verrà spiegata. Rinotiamo l’assonanza tra rosa e sola.

 

v. 4) Ecco una seconda coppia, formata questa volta da due sostantivi (che si incontreranno in altri canti): il gregge e il pastore. Tuttavia il verbo che ad essi si riferisce è al singolare: ciò significa che gregge e pastore costituiscono un’unità, rappresentano il genere umano nel suo aspetto più umile, più vicino alla natura.

 

v. 5) Di nuovo una coppia, raddoppiata questa volta: sostantivo + aggettivo. Aura e alba non sono in perfetta assonanza ma entrambe iniziano con la vocale A e sono parole bisillabe con accento sulla prima vocale. Si tratta in realtà di una elaborata sinestesia: aura sta per venticello ma richiama anche il colore dell’oro; alba, oltre a coinvolgere il senso della vista perché la sua luce illumina le goccioline sul fiore, è definita rugiadosa e coinvolge anche il tatto (soave, umida). Si noti l’alternarsi di asindeti e polisindeti.

 

v. 6) Altra coppia: due sostantivi, acqua e terra, il primo in assonanza con aura. E di nuovo il verbo che segue è al singolare. Infatti l’aura, l’alba e, ora, l’acqua e la terra esauriscono quasi tutti gli elementi della natura, pertanto è l’intera natura che si inchina al cospetto della rosa. Non già gli uomini (che non le si sono ancora avvicinati) ma la natura. Anche acqua e terra sono bisillabi piani.

 

v. 7) Ora la coppia coinvolge nuovamente due sostantivi e due aggettivi: gioveni e donne sono gli uni vaghi e le altre inamorate. Due diverse sfumature che

 

v. 8) trovano la loro unione nel verbo amano (non a caso vi è un enjambement tra questi due versi). “Amano” è certo riferito ad “averne ornate” che segue ma ritengo che la scelta del verbo non sia casuale. Non è casuale neppure l’accostamento di seni e tempie”. “Seni” è chiaramente legato a “donne”, “tempie” può essere legato sia alle donne che ai giovani. Forse Ariosto vuole concentrare la bellezza dell’immagine su queste due parti importanti del corpo: importanti perché sono i “centri” dell’amore come sentimento (tempie, testa) e come passione sensuale, carnale (seni).

 

v. 9) Il “Ma”, posto all’inizio del verso, esprime un brusco stacco dalla descrizione fatta nell’ottava precedente. L’immagine si fa più patetica e anche malinconica. Infatti la “nativa spina” è diventata il “materno stelo” (altra assonanza). “Nativo e “materno” hanno, in alcune accezioni, lo stesso significato ma non si può certo trascurare il passaggio ad una sfumatura più affettuosa, sottolineata anche dalla scelta di abbandonare l’uso della metonimia. A questo proposito si può cogliere un processo che si sviluppa in tre fasi: 1) la spina, piccola, sottile, pungente, è solo un particolare che è, però, chiamato ad assumere dimensioni più ampie (la rosa) proprio grazie alla metonimia. 2) lo stelo rappresenta il vero sostegno del fiore, pur implicando anch’esso l’idea di sottigliezza, non una sottigliezza pungente, com’è per la spina, ma flessuosa.

 

v. 10) 3) il cespo, infine, in assonanza con “materno stelo”. Il poeta evocando l’immagine del cespuglio gli affianca l’aggettivo “verde”, e l’indicazione cromatica accentua la bellezza e la ricchezza della descrizione. Il gruppo di steli, di rami, di fiori nascenti dalla base di questo fusto suggeriscono nuove sensazioni: la flessuosità prima evocata cede il posto a solidità, saldezza, sicurezza. In generale tutto il verso risulta…”appesantito”. Consideriamo infatti il verbo: “rimossa viene” è l’unico esempio di forma passiva; chi rimuove la rosa? E come? Con forza o con grazia? Inoltre l’autore ricorre al verbo “rimuovere”, un verbo che generalmente indica l’allontanamento di un oggetto ingombrante dal luogo in cui si trova. Un insieme di artifizi, insomma, che riesce a creare un’atmosfera sospesa, inquieta. Da notare anche che il verbo funge da cerniera tra i vv. 9 e 10. Esso, infatti, si inserisce in una complicata combinazione giacché è legato sia al “materno stelo” (anche per mezzo dell’enjambement) sia al “cespo verde”. Quella che può sembrare (ma di fatto i concetti presentano notevoli differenze) una ripetizione viene dunque compensata dall’uso di un unico verbo. Per terminare l’analisi sottolineerei il chiasmo tra “materno stelo” e “cespo verde” (aggettivo + sostantivo; sostantivo + aggettivo) che conferma la stretta unità dei due versi.

 

v. 11) Il verbo “avea” è un indicativo imperfetto, si riferisce quindi ad un passato più che mai vicino al presente, che si prolunga nel presente. Lo stacco, il passaggio è veloce, così come è rapido l’attimo in cui la rosa viene strappata dallo stelo (anche se Ariosto ha volutamente “prolungato” quell’attimo). Inoltre ci imbattiamo in un’altra coppia, “uomini” e “cielo”, due termini generici e non senza motivo. In questo modo lo spazio è ampliato in ogni direzione: “gli uomini, i giovani desiderosi, le donne innamorate”, tutta la specie umana; e poi il cielo, termine che più di ogni altro si presta a svariate interpretazioni. Il cielo può essere contrapposto alla terra, rappresentata in questo caso dagli uomini; o può essere inteso come insieme di “fenomeni naturali o atmosferici” quali il sole (e quindi l’alba), il vento (l’aura), la pioggia (da cui l’acqua) che contribuiscono alla vita e alla bellezza della rosa; o si può addirittura pensare al Cielo come sede di Colui che ha creato la rosa. I critici concordano su un dato: non c’è in questi versi malinconia per la caducità della bellezza. Il poeta insiste invece sulla seduzione della verginità: ciò che è intatto e inattingibile è attraente e desiderabile.

 

v. 12) Si apre una specie di parentesi volta a specificare il “quanto” del verso precedente. La “parentesi” racchiude tre sostantivi: “favor” (già trovato al v. 6), “grazia, bellezza”: questo è quanto la rosa “avea” prima che un gesto ne segnasse il triste destino. A questo punto vi è un gioco di abbinamenti piuttosto complesso. Per comprenderlo occorre richiamare alla memoria quanto ho detto poco fa riguardo alle diverse interpretazioni del termine “cielo”. Se si considera una mia prima ipotesi i tre sostantivi (favor, grazia e bellezza) possono collegarsi sia agli uomini che al cielo. Ma se si considera la seconda ipotesi è opportuno sottolineare il chiasmo concettuale che lega, da un lato, gli uomini ai termini grazia e bellezza”, dall’altro il cielo al termine favor. Lo si è visto nella prima ottava presa in esame: sono i giovani e le donne che amano fare della rosa un oggetto di ornamento ed essa, come tale, deve possedere le doti fondamentali della grazia e della bellezza, appunto. D’altra parte abbiamo visto l’aura, l’alba, l’acqua inchinarsi al favor della rosa. Quale che sia la giusta interpretazione, il verso si conclude brutalmente. Qui va colto il passaggio tra “quanto avea” e “tutto perde”, due espressioni brevi ed efficaci (si noti l’accento che grava sulla penultima, “tùtto”). Il verbo è ora coniugato all’indicativo presente e solo a questo punto è individuabile lo stacco a cui accennavo. Se al verso 11 avevo parlato di ampliamento ora parlerei di dissoluzione, parola misteriosa e affascinante che riunisce in sé il concetto di improvvisa (a volte inspiegabile) disgregazione e di lenta, pigra, impalpabile scia…

 

 

 

 

 

Monica M.