Il Medioevo? Un’invenzione elaborata a Napoli

Il Medioevo? Un’invenzione napoletana

Alla corte di Roberto d’Angiò Francesco Petrarca e altri concepirono l’idea di “media tempestas”.

 

Ne “La Lettura”, supplemento culturale del Corriere della Sera, il 3 ottobre 2021, è pubblicato un articolo di Amedeo Feniello che sintetizza il suo intervento a “Lezioni di Storia Festival”, manifestazione progettata da Laterza e che si è tenuta a Napoli dal 7 al 10 ottobre ’21.

 

Medioevo: un concetto artificiale. Una categoria e una convenzione. Che è soggetto a mutare pelle. Con tante configurazioni. Da quella, più antica e prevalente, di età oscura e immobile; ad altre, spesso legate alla nostra modernità, di epoca splendente e innovativa. Un tempo che si allunga e si accorcia a dismisura, a seconda delle impostazioni, che per alcuni si chiude presto, nel corse del fatidico Trecento; oppure si conserva, immutabile e inscalfibile, in alcune strutture profonde della nostra società, fino addirittura al XX° secolo, come pensava Jacques Le Goff. Tempo che, tuttavia, appare indissolubilmente vincolato alla storia europea, compreso, in genere, tra due grandi cadute che marcano la storia occidentale: dell’impero romano d’occidente, nel 476 d.C., da un lato: e di quello bizantino, nel 1453, dall’altro. Una categoria incomprensibile al di fuori del nostro ambito geografico e ideologico. Pressoché inutile per spiegare la storia indiana, cinese, nipponica o africana.

Questo concetto artificiale ha avuto una lunga gestazione. E’ il prodotto culturale di una reazione ideologica verso un presente nel quale, a partire dalla generazione degli uomini del maturo XIV° secolo, non ci si riconosceva più. In questa rivolta dei figli contro i padri si genera una rivoluzione che si rivolge al futuro guardando al passato. Col rifugiarsi nell’esaltazione di un tempo aulico, razionale, armonioso, antico. In una parola: classico. Riprendendone i caratteri e le forme, ma pure le strutture filologiche, le attitudini mentali, gli apparati critici. Una lunga epoca di riscoperta del passato e di demolizione del contemporaneo, che ha il volto simbolico di Lorenzo Valla e  della sua sconfessione pubblica della falsa donazione di Costantino, su cui si reggeva la pretesa del potere temporale del papato.

Dove cominci questa demolizione è, per molti versi, sorprendente. Ci si aspetterebbe, per stereotipi culturali, in una delle grandi capitali dell’Italia centro-settentrionale. A Firenze, culla della nascente cultura capitalistica. A Genova o a Venezia, il cui baricentro si estendeva sul Mediterraneo e oltre. O in uno dei capisaldi del potere signorile a cavallo tra Appennini e Pianura padana. Invece le prime picconate avvengono altrove. A Napoli, tra le possenti mura del Maschio Angioino, sede della corte angioina. Perché proprio qui?

Nella prima metà del Trecento la città sta vivendo un forte momento di crescita. Non soltanto di ordine demografico ma proprio nei suoi elementi più intrinseci, sociali e politici. A sorvolarla a volo radente, appare chiaro come la Napoli sveva e normanna avesse mutato anima. Gli Angioini l’hanno trasformata da semplice centro urbano nella capitale di un regno. La città antica e altomedievale ha lasciato il posto ad una città ariosa che cresce, rispetto al centro antico, ad ovest, proprio intorno al Maschio Angioino. Che sorge sul mare ed è castello e reggia, sede di corte e maestosa struttura fortificata: che sta lì a dire a tutti che, con esso, è nata una nuova potenza politica e militare mediterranea ed europea.

Dal giugno 1309 diventa re Roberto, terzo della casata d’Angiò. Governerà per un tempo lunghissimo, circa 34 anni. Pensando a lui, liberiamoci una buona volta dalle scorie dantesche, da quel giudizio pesantissimo sulla sua avarizia (“l’avara povertà di Catalogna”) e sull’essere un sovrano quasi incapace, un re da sermone più che un sovrano autorevole, non idoneo ad imprimere una salda azione di governo. Non fu così. Egli ebbe un’ampia visione politica. E la sua monarchia svolse un ruolo centrale tanto in Italia quanto in Europa, con una longa manus che raggiunse l’Ungheria.

Uno dei fondamenti modernissimi della sua autorità si basò sul prestigio intellettuale, mentre il personale impegno culturale e teologico rappresentò l’elemento sostanziale “per la mobilitazione di risorse intellettuali al servizio della monarchia”, come scrisse Jean-Paul Boyer. Il mecenatismo fu una delle molle che convinsero l’opinione pubblica e l’élite culturale che egli fosse un sovrano illuminato dalla grazia divina, simile, per saggezza, a Salomone. Alla sua corte, l’entourage fu capace di intessere una vasta gamma di relazioni con gli ambienti più vivaci dell’Italia d’allora, trasformandola nel luogo privilegiato di incontro tra i maggiori intellettuali e artisti del tempo. Con delle straordinarie eccellenze. Tra le tante, nell’arte, Simone Martini e Giotto. Poi Boccaccio e Francesco Petrarca, che arriva a Napoli nel 1341 per conseguire, sotto l’egida dello stesso Roberto, la palma per l’incoronazione poetica a Roma. E’ Francesco Petrarca il mito, il vero iniziatore della renascentia, l’intellettuale di caratura internazionale che indica nei secoli barbarici e cristiani “il luogo di un’oscura decadenza che aveva travolto, insieme, la cultura, la vita religiosa, la tradizione ecclesiastica e le istituzioni civili e da cui si poteva uscire solo con un ritorno all’antichità”, secondo le parole di Cesare Vasoli.

Tutti loro appartengono a un cerchio magico angioino proto-umanistico che condivise col re i medesimi valori, il gusto delle belle lettere, delle scienze e, soprattutto, della storia antica. Una solidarietà di gruppo per la quale il ritorno all’antico e l’idea di un presente come media tempestas, periodo caotico e ingovernabile rispetto ad un’antichità rispettosa ed armonica, non appartenne già ad un mero apparato estetico ma fu ispirato direttamente da preoccupazioni politiche e polemiche. La superiorità del mondo classico rispetto al passato più o meno recente si tradusse infatti in un ribaltamento dei valori consueti, come critica di un dannoso tempo presente della Chiesa e dell’Impero, riprovevole e da rifiutare. Ed è qui ed ora, a Napoli, che per la prima volta si alzano barriere contro l’immediato passato e si lancino ponti verso la classicità, in uno slancio che chiameremo Umanesimo e Rinascimento.

Anche se si trattò soltanto di un abbozzo, l’esperienza napoletana fu fondamentale per iniziare a modellare il concetto di Medioevo. Perché fu capace di aggregare intanto un coacervo di idee nuove che, sebbene spesso confuse e contraddittorie, diverranno, nel tempo, risolutive e programmatiche. Con una serie di protagonisti che, a partire dal re Roberto, cooperarono per primi alla rovina dei vecchi universalismi e dei sorpassati assetti ideologici, contrapponendo un presente progressivo a una passatista media aetas, età di mezzo da valicare per riscoprire le virtù dell’antichità. Napoli, in sintesi, fu l’avvio. Sebbene tanta acqua dovesse ancora scorrere sotto i ponti per arrivare ad una definizione netta di Medioevo. Che giunse solo nel 1688, con Cristoforo Keller, che per primo, nella sua “Historia medii aevii”, usò la parola come la intendiamo oggi, indicando un lungo tratto temporale tra il regno dell’imperatore Costantino e la caduta di Costantinopoli.

 

                                                                  Amedeo Feniello