Repubblica giacobina napoletana. 36° puntata. 17 dicembre 1799- 4 gennaio 1800. Un esempio per Mazzini

Cronologia della Repubblica giacobina napoletana.  36° puntata.  17 dicembre 1799 – 4 gennaio 1800. “Ancora esecuzioni e condanne. Dalle vicende del 1799 all’azione di Mazzini. Il ruolo della Massoneria. Ripercussioni in provincia”.

 

Comincio a scrivere, in molte puntate, una cronologia dettagliata degli avvenimenti che –giorno dopo giorno- caratterizzarono l’esperienza della Repubblica giacobina napoletana e meridionale del 1799. Ai fatti intreccerò le opinioni e i commenti dei cronisti di quei giorni e degli storici otto-novecenteschi per far convivere la cronaca in presa diretta con uno sguardo panoramico in posizione arretrata: costruendo così una struttura alla quale appendere una serie immensa di fatti, delitti, eroismi, pensieri, avventure, sacrifici, ideali.

Voglio rivivere io e far rivivere ai lettori –nei limiti del possibile- le esaltazioni e le sofferenze di quelle giornate, gli entusiasmi e i fanatismi, le contraddizioni e le illuminazioni, così che risulti più chiaro, o meno oscuro, l’avvilupparsi contrastato degli episodi. “La storia è il corpo” –ha scritto Alexander Ross- “ma la cronologia è l’anima della scienza storica”, anche se (aggiungo io) la linea del tempo non spiega il Tempo, ma questo lo sappiamo da sempre senza riuscire bene a spiegarlo. Bisogna sempre tenere a mente un pensiero di George Santillana: “Quelli che non hanno familiarità con la storia sono condannati a ripeterla senza nessun senso di ironica futilità. Ci sediamo a guardare, e la storia si ripete. Non abbiamo imparato niente? No, non abbiamo imparato niente”.

Tanti anni fa, ero studente di liceo, lessi per la prima volta le cronache di quella rivoluzione. Mi colpirono, in modo vivissimo, il martirologio finale, l’eroismo civile dei patrioti impiccati e decapitati, i tanti morti ammazzati negli scontri, la furia selvaggia della plebe, la ferocia vile della monarchia borbonica. Fui indotto a riflettere sulla separazione drammatica che i tragici fatti di quei mesi avevano prodotto, nel Sud dell’Italia, tra il ceto colto e illuminato e la grande massa della popolazione, un dato che era già stato anticipato –sia pure in misura minore- nella guerra antifeudale del 1647-’48.

“Alla fine del Settecento la situazione nelle regioni meridionali italiane si presentava in modo gravemente sbilanciato: da un lato la popolazione era aumentata, la produzione pure, il prezzo dei cereali ed altre derrate era salito moltissimo, il commercio si era intensificato, le terre comunali erano state divise, le proprietà nobiliari e borghesi si erano moltiplicate; dall’altro il lavoro scarseggiava ed erano cresciuti i disoccupati, i salari erano rimasti quelli di mezzo secolo prima, la piccola proprietà contadina era in crisi, dilagavano pauperismo e brigantaggio, c’era una fuga costante dai villaggi rurali verso le città. Non si erano sviluppati nuovi moderni rapporti di lavoro nelle campagne, non si erano visti massicci investimenti di capitali, sviluppo di manifatture, una riorganizzazione finanziaria e creditizia. Le continue usurpazioni a danno delle proprietà comunali prima, la quotizzazione dei demani poi a vantaggio dei proprietari borghesi avevano accelerato un generale processo di proletarizzazione contadina e diminuito le già scarse possibilità di sopravvivenza delle grandi masse popolari. A ciò si aggiungeva che l’attacco ai beni ecclesiastici e la soppressione di parecchi conventi avevano peggiorato la situazione dei contadini inaridendo l’unica possibilità per essi di avere piccoli prestiti ad un tasso modico di interesse ed esponendoli al ricatto delle speculazioni usuraie dei mercanti (la Chiesa, infatti, esercitava da sempre un prestito di denaro ai piccoli coltivatori, allevatori ed artigiani ad un basso saggio di profitto per venire incontro alle loro esigenze immediate). Le poche e contrastate riforme che s’erano fatte avevano colpito, in ultima analisi, le forze socialmente più deboli (i contadini) o politicamente più scoperte (il clero), aumentando anzi il potere dei gruppi più potenti: da ciò uno squilibrio sociale, una tensione e un’inquietudine popolari crescenti”. (Questo avevo scritto in un mio libro nel 1975, Cucciniello, p. 9). Questa mia analisi era stata confermata, qualche anno dopo, dal giudizio di G. Galasso: “Complessa, pluridimensionale e contraddittoria era l’articolazione nazionale del popolo meridionale, con la difficoltà obiettiva di stringere in un unico nesso le molte e discordi fila di una storia singolare. Diversi i gradi di differenziazione e di mobilità sociale, diversi la natura e il ritmo di sviluppo delle attività economiche, diversi il folklore e gli usi e i costumi, forti i caratteri di disgregazione sociale e di debolezza dello spirito pubblico”.  In un contesto di questo genere si collocano i fatti di cui qui si narra. Senza sottovalutare un dato: l’illuminismo armato di Bonaparte frantumerà anche nel Sud Italia le illusioni delle élites liberali e patriottiche.

Certo, c’è un rischio in questo lavoro ed è quello che si arranchi dietro agli avvenimenti alla ricerca di una contemporaneità coi fatti che giorno dietro giorno vediamo svolgersi sotto gli occhi, fatti dei quali afferriamo solo il senso ristretto e localistico, sfuggendoci la dimensione universale di cose che in quegli anni stavano trasformando l’Europa. Già Huizinga nel 1919, in “L’autunno del Medioevo”, sosteneva che i passaggi storici erano un lento declinare della vecchia epoca unita all’incubazione di una nuova età: e proprio il nostro 1799, paradigmaticamente, è un intrecciarsi terribile di perduranze –anche superstiziose- e di utopie innovative.  Si può anche restare affascinati dal gioco dei “si dice”: un gioco vario, imprevedibile, che riesce quasi a darci il respiro intimo del tempo, la voce pubblica nel suo dinamico e contrastato formarsi. I “si dice” riflettono il tessuto mutante delle opinioni e permettono quasi di vedere l’avvenimento prima ancora che sia accaduto, nei mutamenti anche psicologici che lo preparano e lo determinano. Si sa, una cronaca puntigliosa, infinita può essere insensata e inutile. Se essa è legata, invece, ad una storiografia che è ricerca mirata, orientata da problemi e da valori, interpretazione documentata, può favorire l’abitudine al giudizio informato, il possesso di un metodo, la conoscenza strutturata di nozioni, il confronto con una varietà di analisi, distinte con chiarezza nelle loro premesse e nelle loro conseguenze.

Non scrivo di più. Ho usato un metodo di ricerca attento alla decodifica delle informazioni e alla validazione delle fonti. Lascio ai lettori l’interpretazione dei dati e le conclusioni che vorranno trarne.

 

                                                                       Gennaro Cucciniello

 

 

 

17 Dicembre. Martedì. Napoli. Effemeridi cronachistiche. “Corre voce che sarà proibito lo sparo nella notte del S. Natale, e che dalle ore tre in poi sia proibito girare per la città. L’indulto pei saccheggiatori non è stato quello che si disse, ma è solo per quei saccheggi che si commisero pria dell’editto del card. Ruffo, che fu publicato lo stesso giorno 14 giugno” (De Nicola, p. 487).

19 Dicembre. Giovedì. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio perpetuo con la confisca dei beni Raimondo de Gennaro, marchese di Auletta, 41 anni; Luigi Macedonio, marchese di Ruggiano, 35 anni, padre Ludovico Vuoli, Paolo Luzi, Eugenio Palumbo, Giovan Francesco Andreatini; Antonio Avella, figlio del giustiziato Pagliucchella, all’esilio per anni venti per aver acclamato la libertà e per aver buttato al popolo dei biscottini e tarallini in segno d’allegria nel giorno che suo padre fece la festa fuori porta Capuana per l’Albero della Libertà, così come Raffaele de’ Nobili; il sacerdote Gregorio Granata all’esilio per anni quindici perché facendo da maestro di scuola nel Conservatorio della Pietà insinuava ai ragazzi suoi discepoli gli ideali vantaggi della libertà ed uguaglianza, istruendoli nelle massime repubblicane; Francesco Iovine, Gennaro Montuoro di Gallipoli, Arcangelo Santorelli, Giovanni Covaci, Gaetano Granata, Lorenzo Funicella (per aver girato per le strade facendo ordine in nome della Repubblica) all’esilio per anni sette; frate Verginiano Giacinto d’Agnese, Vicario nel convento di Arienzo (per aver lasciato l’abito religioso, e vestito giamberga color verde, e sotto abito nero a guisa di prete, e per aver assiduamente abitato con una certa Donna Concetta), e Antonio del Pezzo, alia lo Diavolo, all’esilio per anni cinque (Filiazione dei rei di Stato, pp. 282-6).

20 dicembre. Venerdì. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio a vita il sacerdote Giuseppe Martone per aver predicato nella fine di maggio e principi di giugno nella chiesa di S. Maria Menchina in favore dei Francesi, Pasquale Macchiavelli soldato di artiglieria, Alessandro Vitale, Vincenzo Alvino, Bartolomeo Criscitelli di Altavilla per aver fatto stampare una declamazione diretta ai cittadini che non erano repubblicani, Pietro Balasso; all’esilio per venti anni Macario Ferrante per aver vestito montura repubblicana, per aver fatto la spia contro i realisti, per aver pubblicamente eruttate proposizioni indecenti; all’esilio per quindici anni Emanuele Gilardone, Domenico Scrugli, Francesco Antonio Pomarici, Carlo Vaster, Filippo Grandinetti per essere stati ascritti al libro della “Società Popolare”; all’esilio per dieci anni Raffaele Cirillo per aver sparlato contro le Sacre Persone e per aver servito nella truppa civica; all’esilio per sette anni Domenico Calco, Raimondo Guardiani; all’esilio per cinque anni Giuseppe Costantino perché era scritto alla guardia civica, e per aversi tagliato li capelli a zazzara, per aver portato montura repubblicana con sciabola e pennacchio, e perché fu veduto con la sciabola in mano e pennacchio in testa, avanti le bandiere repubblicane, sebbene ciò fu deposto da una sola testimonia per averlo inteso dire; all’esilio per tre anni Padre Maestro Giuseppe Criscitelli, priore del convento di Mater Dei, per aver manifestato un genio repubblicano, per avere sparlato contro la monarchia; all’esportazione de mandato, a disposizione di S. M., Michele Paleo, Giuseppe Sancio, Pietro Arena, Carlo Tocci, Andrea Cacciolo, Luigi Monda, Filiberto De Angelis, Gennaro de Fabritiis, Giacinto Mercadante, Giovanni Battista Noni, Ferdinando Palermo, Francesco Pareta, Giovanni Tozzi per avere costoro servito nella guardia civica; Bianchina Di Giovanni, di nazione francese, per essere stata la favorita del condannato a morte marchese Carlo Mauri, a essere sfrattata dal Regno (Filiazione dei rei di Stato, pp. 286-90).

21 dicembre. Sabato. Napoli. E’ decapitato Nicola Ricciardi, ufficiale. E’ impiccato Giuseppe Cammarota. E’ impiccato Giovanni Antonio Gualzetti per aver dato alle stampe in lingua napolitana un’opera contenente il veleno repubblicano con sentimenti insinuanti ed infamanti le Sacre Persone, descrivendo la cattiva amministrazione della Giustizia a danno dei sudditi”.

24 Dicembre. Martedì. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio a vita, ad arbitrio di S.M., Antonio Marino, Domenico La Marra, Raffaele Profitto, sacerdote Giuseppe Lucci (per aver domandato alla Commissione Esecutiva lo sterminio degli insorgenti e lo spurgo dei preti ribelli), Gaetano Perla –padre del giustiziato Domenico Perla-, Antonio De Figliolio (per aver scritto vari esposti nei quali dichiaravasi repubblicano), Pietro Clausi, Bartolomeo De Angelis, Argeo Tartaglia (per aver scritto un invito al Comitato di Polizia contro l’arcivescovo di Napoli che non ave va tolti gli emblemi di S.M. dalla porta piccola della Chiesa), Nicola Massari, Pietro Bracone, Francesco Patini, Carmelo Guerra (reo di aver fatto una memoria al Governo Provvisorio in cui affastella un cumulo di mal connesse dicerie dei suoi meriti, delle persecuzioni ed arresti sofferti, infingendosi per benemerito cittadino), Giacomo Pecci; all’esilio per 25 anni Pietro Paolo Santarcangelo; all’esilio per quindici anni Bartolomeo De Guida, Salvatore Paren, Salvatore Grassi, Domenico Cofaro; all’esilio per dieci anni Antonio Franchini, medico negli Incurabili (all’ingresso dei Francesi si spiegò repubblicano, encomiando il Governo, declamando contro il tiranno); all’esilio per sette anni Pasquale Petracca; all’esilio per cinque anni Francesco Antonio; ad essere sfrattati dal Regno Giovanni Andrea Parazzi, dell’isola di Scuglia; Francesco Feburel, francese commorante da molti anni in Napoli; Giovanni Borri di Ferrara (Filiazione dei rei di Stato, pp. 290-92).

26 Dicembre. Giovedì. Dal 1799 al Mazzini. “Già in uno degli scritti del 1831-33 troviamo un aperto ricordo delle vittime dei Borboni: “I vostri padri, o Napoletani, davano sangue; i vostri padri morivano, morivano dal palco, che essi chiamavano il luogo non di dolore ma di gloria. Morivano intrepidi come la virtù, e le ultime loro parole erano di vaticinio. Il sangue dei repubblicani, dicevano, è seme di repubblica e la repubblica risorgerà. Oh! Avranno essi mentito? E la coscienza che dettava a Vincenzio Russo queste solenni parole non sarebbe stata che illusione? Figli degli uomini del 1799! Rinnegherete voi i vostri padri? Le ombre di Mario Pagano, di Cirillo di Francesco Conforti, di Mantoné, della Pimentel, di Caracciolo vi contemplano”. Ma per quanto lo stile mazziniano traspaia evidente da queste righe, in esse siamo ancora troppo di fronte alle esigenze di un proclama rivoluzionario, per annettere ad esse altra importanza che quella di testimoniare il vivo ricordo di una tradizione troppo recente e luminosa, per essere assente. Non si può, tuttavia, fare a meno di notare che, tra i tanti fatti e detti delle vittime del ’99, proprio le parole messe in bocca al Russo dal Lomonaco sulla fecondità del sacrificio siano riprese e così caldamente rilanciate nell’appello mazziniano. Come quello della fiducia nei giovani, anche questo è un motivo di materiale continuità tra la vecchia e la nuova tradizione repubblicana. Nello scritto di poco posteriore, “Della guerra d’insurrezione conveniente all’Italia” (1833), gli accenni mazziniani al ’99 napoletano battono su tutt’altro tasto: “Chi fé prova di suscitarla cotesta energia (degli Italiani che si asserisce spenta) che pochi anni prima s’era mostrata ardentissima nelle Calabrie contro al francese, e che anche allora irritata da misure impolitiche quando era mestieri impadronirsene e dirigerla, si sfogava nella Sicilia in battaglie cittadine ed infami, ma combattute con una fortezza degna d’una causa migliore? Se invece d’affidar tutto all’esercito Napoletano, gli uomini della Calabria fossero stati chiamati alle prove che poco tempo innanzi avevano indugiate per anni le divisioni francesi, e le gole degli Abruzzi si fossero popolate di bande che avessero, estendendosi, minacciato l’esercito austriaco d’una insurrezione suscitata alle spalle, l’occupazione di Napoli, quand’anche il nemico si fosse a quella avventurato, avrebb’essa finite le cose?”. Analogamente il motivo viene più ampiamente sviluppato nelle “Lettere sulle condizioni e sull’avvenire d’Italia” (1839): “Prima e dopo i moti rivoluzionari che in un tempo recente vennero dal di fuori ad agitare l’Italia, il popolo ha guadagnato più terreno che non le classi colte; ciò è dimostrato dalle manifestazioni popolari, fatte di tempo in tempo e coronate da successo, quali quella del 1746 a Genova e l’altra, finora così poco compresa, del 1799 a Napoli. Questo gran fatto generale, che il popolo d’Italia si è gradatamente sostituito a tutti gli elementi parziali è sfuggito completamente a tutti gli scrittori, le opinioni dei quali ho tentato di confutare. Il libro della nazione è stato per loro lettera morta”. Come si vede, la notazione positiva per cui il Mazzini ritiene opportuno ricordare il ’99 è paradossalmente derivata non dall’azione dei patrioti ma da quella delle plebi sanfediste. Suggestione romantica? Può darsi. Ma altri elementi giocano anch’essi in modo evidente, e vanno dall’interpretazione che al ’99 avevano dato Cuoco e Colletta sino al punto veramente fondamentale per cui l’interpretazione del Cuoco e del Colletta si converte in un’applicazione della dottrina mazziniana dei rapporti tra classe politica e popolo. Così che ai patrioti del ’99 Mazzini rivolge la stessa critica rivolta alla Carboneria: di non aver saputo –cioé- mobilitare il popolo, ricco di fresche e formidabili energie, a pro della loro causa. Bisogna arrivare al periodo posteriore al 1848 perché Mazzini –accanto all’enfasi sempre posta sulle tradizioni di coraggio e di valore del popolo meridionale- cominci di nuovo a sottolineare il proprio richiamo alla tradizione repubblicana del Sud. Ciò avviene, ad esempio, nel 1854 con lo scritto Il Sud d’Italia rispetto alla causa nazionale, ed avviene in funzione polemica contro il risorgente murattismo di quegli anni. Ma allora l’effusione di Mazzini, sempre più convinto della parte decisiva che il Sud avrebbe potuto giocare in Italia, è piena e commossa: “Vergogna siffatta non può escire da Napoli. Lo smembramento a beneplacito dello straniero, il medio evo rifatto, l’abdicazione d’ogni coscienza, d’ogni fede italiana non può escire, checché si tenti, dalla terra delle idee, dalla terra che prima evangelizzò colle sue associazioni segrete il credo della libertà, dalla terra che prima segnò quel credo col sangue dei martiri, dalla terra donde escirono i più forti pensatori d’Italia, che ci insegnò la filosofia della storia con Vico, la libertà del pensiero e l’unità della vita umana coi filosofi del XVII secolo, l’accordo dell’idea coll’azione, del genio teoretico e del pratico in una tradizione d’uomini, che incomincia dai repubblicani pitagorici e si chiude coi repubblicani di mezzo secolo addietro, con Cirillo, con Russo, con Pagano”. Nel 1855 troviamo finalmente fusi in un altro suo scritto i due motivi di ricordo del ’99: “Voi non siete codardi, lo so… La Francia ricorda tuttavia l’ardire col quale il popolo della vostra città, repugnante a una bandiera di libertà che si presentava cinta di baionette straniere, si levò in armi contro i suoi soldati riputati allora invincibili. Nessuno tra noi dimentica come di fronte a quella fiera protesta d’indipendenza sorgessero tra gli uomini vostri che intendevano l’importanza di quella bandiera per la Patria avvenire, i primi miracoli di valore e martirio repubblicano in Italia” (G. Galasso, pp. 294-296).

Massoni giacobini, anzi terroristi comunisti. “Ogni sera l’abate Antonio Jeròcades portava nel salotto persone nuove, padre Kilian Caracciolo, il principe Diego d’Aragona, il giurista Planelli. “Tutti massoni come lui”, fu il commento di Sanges. “Da quando è venuta Maria Carolina, Napoli è invasa dai massoni”. Anche Jeròcades lo era, fin dal 1789 guidava alcune logge d’ispirazione giacobina (?) che avevano per progetto il crollo dei Borbone e la realizzazione di un governo repubblicano: con le cautele del caso, lo aveva confidato a Eleonora Pimentel una sera di maggio sul terrazzo grande: la Massoneria, “la più nobile fra le associazioni umane, di cui solo spiriti eletti potevano far parte”. Lo spirito del Grande Architetto Universale entra ne “Il resto di niente” di Enzo Striano, il romanzo di Eleonora de Fonseca Pimentel, di Napoli e della rivoluzione del ’99, quasi a voler definire il profilo di un protagonista di quegli anni e di quelle vicende. Ma al di là dello spessore letterario, di estrema e misterica suggestione, quale ruolo realmente ha avuto la Massoneria nella preparazione e nello svolgersi dei 144 giorni dell’utopia partenopea?

Per dare una risposta attendibile occorre riflettere sulla crisi che investe la Massoneria europea agli inizi degli anni ’90 del Settecento. In sintesi: è tutto e il contrario di tutto. Questa società di liberi muratori è una strana cricca che cresce dappertutto. Parlano di libertà, eguaglianza, morte ai tiranni, però si contraddicono; fra loro ci sono principi e re. E su questo terreno mutevole e slabbrato arrivano a collocarsi parole d’ordine che puntano a una riorganizzazione attraverso un sistema di tipo terroristico. A Napoli dietro i cosiddetti clubs c’è un’attività propagandistica di opposizione che si pone l’obiettivo della soppressione materiale dei sovrani e la presa del potere. Come? Impadronendosi con un colpo di mano del suo cuore materiale, la corte, il governatore, il castello. A Napoli è il Castello di Sant’Elmo, con i cannoni rivolti verso la città nel caso in cui il popolo dovesse ribellarsi. Si è trasformato il modello cospirativo massonico, così come gli obiettivi. Le logge hanno subìto, a causa della loro crisi, l’influenza del filone dell’egalitarismo comunista. La Massoneria non è un’associazione segreta ma un’associazione di segreti: ora ha una mutazione quasi antropologica, di suo conserva la struttura ma la sostanza diventa altra. Prova ne è che quando dopo il ’94 e dopo il ’97-’97 molti intellettuali meridionali fuggono, stabiliscono rapporti intensi con il Buonarroti a Oneglia. A Napoli, nel ’99, tornerà un nucleo ristretto di classe dirigente motivata da un’esperienza mista. La lezione giacobina suggerirà un tipo di governo rivoluzionario. La questione, in fondo, è questa. Nella consapevolezza dello schema massonico, cioè di una tensione alla riappropriazione delle verità originarie e a un’uguaglianza seppur tra fratelli, si inseriscono ideali illuministici elitari che non contribuiranno a risolvere il problema di far affezionare il popolo alla rivoluzione. Il ’99 fu un insuccesso ma dal ’99, anche Croce lo sapeva bene, parte la storia contemporanea del Mezzogiorno: tutto ciò che è moderno nasce da allora e il motore ne è proprio la borghesia emersa nel ‘99” (Giuseppe Giarrizzo, p. 7).

27 Dicembre. Venerdì. Bagnoli Irpino (Principato Ultra). Ripercussioni in provincia. “Non possiamo dare alcuna notizia se le persecuzioni e le vendette, che imperversarono nel Regno dopo la restaurazione borbonica contro coloro, che si erano dimostrati partigiani della Repubblica, si estesero anche in Bagnoli, ma pare, che oltre alla inscrizione nel Libro nero della Polizia di quei pochi, che troppo chiaramente aveano dimostrati sentimenti repubblicani e contrari al governo di Ferdinando IV, nessun’altra persecuzione essi subirono. Però i massacri del re borbonico non potettero cancellare ed assopire il sentimento della libertà, e nella mente e nel cuore dei più continuò a brillare l’immagine di una patria libera ed indipendente, che l’indusse a gettarsi con temeraria ed anche folle audacia pria nelle Sette, e poscia nelle cospirazioni. I pochi Bagnolesi, che sedotti dal miraggio di tali nuove idee aveano seguito i partigiani della Repubblica partenopea, conservarono tali sentimenti anche dopo il ritorno dalla Sicilia di Ferdinando Borbone, e per timore delle persecuzioni e vendette non li manifestarono in alcun modo palesemente, ma quando vennero tempi più propizi propagarono con entusiasmo tali idee tra i cittadini, e procurarono proseliti, che ascrittisi alla Setta dei Carbonari, furono dei più attivi ad estendere tale associazione segreta nel Regno, e specialmente nelle Puglie e nel Melfese” (Sanduzzi, pp. 539-40).

29 Dicembre. Domenica. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio a vita, col sequestro dei beni, Luigi Trenga, Michele Nucerino, Filippo Scancio, Onofrio Moranis –di anni 17-, Gennaro Cimino, Luigi Menici, Gaetano Nicola Pace, Giovan Lorenzo Mantegna, Luigi Gallo, Domenico Iborimo, Vincenzo Fabiano, Santo Serantoni (per essere stato incombensato per procurare l’albero della pretesa libertà, da piantarsi innanzi al Real Palazzo, come si esegiì e per varie petizioni sue, onde essere rimborsato di varie spese fatte per tale innalzamento), Giuseppe Mira, Stefano Pretesi, Domenico Marino (per aver fatto nel tempo dei ribelli un progetto dimostrativo tutto di suo carattere, vantandosi patriota), Luca Litto (per avere indirizzato una lettera a Championnet dinotando le carcerazioni da lui sofferte, e di essere stato come suddiacono cassato dal clero della di lui patria), Gabriele Polichetti, Carlo Fourquet, Luigi Mirra, Pasquale Mozzotti, Emmanuele Imbimbo (per avere domandato con memoria al Governo dei ribelli un impiego per vivere), Felice Stavalone, Carlo Marcello Pepe, Giuseppe Grippa, Raimondo Herman, Pietro Iodeno (per aver formato un libretto in istampa intitolato: “Pensieri sull’etica repubblicana”); all’esilio per venti anni Francesco Giuberti; all’esilio per quindici anni Gennaro Balzano; all’esilio per dieci anni Michele Di Maio, all’esilio per sette anni Pietro Vaccaro, all’esilio per cinque anni Giuseppe De Donatis, Nicola Di Pasquale (Filiazione dei rei di Stato, pp. 292-5).

31 Dicembre. Martedì. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio a vita, col sequestro dei beni, il sacerdote Michele Balestrieri (come reo confesso di essere ascritto al libro della Sala patriottica), Tommaso Riccio, Giuseppe Alfano, Antonino Chiurano; all’esilio per venti anni Carlo Grimaldi; all’esilio per quindici anni Giuseppe De Bellis; all’esilio per dieci anni Catteo Bettimelli (Filiazione dei rei di Stato, pp. 295-6).

1 Gennaio 1800, Mercoledì. I sommovimenti sono stati vani? “All’inizio del sec. XIX, cioè dopo la breve parentesi rivoluzionaria del ’99, dopo la lunga e polemica lotta antifeudale, una delle principali componenti del riformismo illuministico napoletano, G. Zurlo, esaminando la situazione del Regno in una “memoria” del 1801, così scriveva: “Quasi tutte le popolazioni del regno sono soggette ai baroni. Costoro vi esercitano dei diritti che bene spesso mettono un ostacolo alla prosperità dei paesi. Delle liti perpetue tra università e baroni formano la rovina generale e l’infelicità delle comunità (…) Dappertutto manca il dato essenziale del censo, cioè la notizia se non esatta almeno proporzionale delle sostanze. Il catasto del 1742 non offre nulla di approssimante su di cui possa avventurarsi la ripartizione della tassa… La disposizione di dare in proprietà i demani, da salutare che avrebbe potuto essere, ha accelerato la decadenza dell’agricoltura (…) Le università non hanno platea che assicuri la loro proprietà. I demani sono preda di ognuno. Il potente cittadino se li chiude ed appropria, il povero bruggia furiosamente le piante per seminarvi, soccorrere alla fame che lo pressa ed abbandonarli (…) In mezzo a questi mali le università non percepiscono alcuna rendita e perdono le loro proprietà”. Annotazioni e riflessioni queste che vanno oltre la superficiale ed esterna osservazione di fatti ed avvenimenti, penetrano in profondità e toccano la struttura dello Stato, della società, dell’economia quale si presentava ad un acuto ed attento osservatore, ad un esperto e qualificato funzionario qual era lo Zurlo. Quel che più ci colpisce è quasi l’amara constatazione che dopo mezzo secolo di accesa e appassionata polemica antifeudale, dopo quasi mezzo secolo di riforme, le condizioni del Regno erano tutt’altro che migliorate, anzi, per certi aspetti, peggiorate: ancora economicamente potente la feudalità, in grave crisi l’agricoltura per il particolare regime fondiario esistente e per la tutt’altro che risolta questione dei demani, in crisi i Comuni oberati di debiti e di liti giudiziarie coi baroni” (P. Villani, pp. 15-6).

2 Gennaio. Giovedì. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio a vita, col sequestro dei beni, Angelo Boccanera di Lionessa (per essere stato destinato dai ribelli a rivedere come chirurgo le persone destinate per la truppa civica), Domenico Antonio di Claudio di Termoli, Vincenzo Cunto, Angelo Tirone, Antonio Gagini e Giovanna Chiocca –coniugi- (costei per aver praticata la casa di un patriota deputato della tassa dei due milioni e mezzo di ducati, ove malmenava coloro che andavano a soddisfare la loro tangente: dicendo che erano finiti i tempi di prima, e perché intervenne pomposamente vestita nella piantagione dell’albero della libertà nel Mercato); all’esilio per quindici anni Fortunato Telesio; allo sfratto dai Reali Domini, sotto pena di morte in caso di contravvenzione, Antonio Gazoni di Fermo nella Marca d’Ancona, Angelo Mariani di Milano, Antonio Fazzi di Mantova, Domenico Friggerio di Milano (per essere stato di una condotta equivoca, e per essere un estero) (Filiazione dei rei di Stato, pp. 296-8).

3 Gennaio. Venerdì. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio a vita, con il sequestro dei beni, Raffaele Bordino, Felice Gualtieri, Antonio Giordano, Nicolò Coccorese, sacerdote Pasquale De Magistris, Andrea Isech, Vincenzo Gaetano (perché confesso di aver servito da marinaro sui lancioni repubblicani); all’esilio per quindici anni Alessio Bonicelli, Pasquale Mango (per aver vestito uniforme repubblicana e per essere intrinseco del giustiziato Carlomagno); all’esilio per nove anni Michelangelo Macedonia (Filiazione dei rei di Stato, pp. 298-9).

4 Gennaio. Sabato. Napoli. La Giunta di Stato condanna all’esilio perpetuo Giuseppe Guglielmi, Nicola Dentici, Vincenzo Clemente, Donato Pasca (perché dalla di lui casa furono sparati alcuni colpi di schioppo e due testimoni videro uscire da un vetro mancante dalla di lui finestra una canna di schioppo nell’entrata delle Reali armi), Francesco Martino, Francesco Pessina, Nicola Lablasce, Giovanni Maria Pei; all’esilio per quindici anni Filippo Carcari, Girolamo Mandia, Domenico Maria de Augustinis, Gaetano Rodinò, Francesco di Costanzo, Giuseppe Sabatino (Filiazione dei rei di Stato, pp. 299-300).

 

Nota bibliografica

  1. Cucciniello, “Politica e cultura negli Illuministi meridionali”, Principato, Milano, 1975

Carlo De Nicola, “Diario napoletano (1798-1825)”, Napoli, 1906, vol. I

“Filiazioni dei Rei di Stato condannati dalla Suprema Giunta etc. ad essere asportati da’ Reali Dominij”, Napoli, 1800

Giuseppe Galasso, “Mezzogiorno medievale e moderno”, Einaudi, Torino, 1975

Giuseppe Giarrizzo, in “Il Mattino”, Speciale Bicentenario, Napoli, 21 gennaio 1999

Alfonso Sanduzzi, “Memorie storiche di Bagnoli Irpino”, Dragonetti, Montella, 1975

  1. Villani, “Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione”, Laterza, Bari, 1973