A. Scurati, “Mussolini, l’uomo della Provvidenza” (1925-1932).

L’ulcera del Ventennio fascista

Con “L’uomo della Provvidenza” (Bompiani, pp. 656, euro 23) Antonio Scurati racconta la nascita del culto della personalità di Mussolini. Quando il corpo diventa simbolo.

 

Con questo secondo volume dedicato a Mussolini Antonio Scurati prosegue la sua notevole impresa di rendere le vicissitudini del fascismo e di Benito Mussolini oggetto di letteratura. Nel suo precedente “Il figlio del secolo” al centro della sua narrazione era l’invenzione mussoliniana del fascismo come risposta ad un tempo di incertezza, di angoscia e di conflitti insanabili, era l’idea del fascismo come soluzione paranoica della paura sociale: localizzare in un nemico esterno il Male (la feccia socialista, le masse rosse, gli scioperi di operai e braccianti) per annullarlo, ristabilendo l’ordine.

In questo “L’uomo della Provvidenza”, che esamina gli anni dal 1925 al 1932 del regime, la paranoia dell’origine si integra via via al culto della personalità del Duce. In gioco è una doppia metamorfosi. Politica: la liquidazione irreversibile della vecchia democrazia parlamentare e la fascistizzazione dello Stato. Il plebiscito del 1929, che sostituisce le elezioni democratiche, sancisce la trasfigurazione della democrazia in un regime dittatoriale fondato sulla venerazione idolatrica del suo capo. Antropologica: il fascismo da partito politico diventa una religione che trasfigura i propri militanti in un esercito di credenti e il suo leader in un Dio-Messia. Le masse sono nelle mani del Duce, il suo sguardo ipnotico le seduce, le possiede; la politica si confonde con la religione. Per l’arcivescovo di Praga (in visita a Roma nel 1929) egli è “l’uomo della Provvidenza”.

Se in apertura del “Figlio del secolo” Scurati narrava la fondazione dei Fasci di combattimento a Milano nel 1919, descrivendo un Mussolini torbido e disperato che in piazza San Sepolcro si rivolgeva a una masnada di derelitti, ad “un’umanità di superstiti”, ne “L’uomo della Provvidenza” racconta, invece, in modo altrettanto emblematico e intenso, un Mussolini piegato in due dal dolore provocato dall’ulcera duodenale che infiamma il suo intestino. Si tratta di un incipit di grande rilievo non solo narrativo: il corpo del Duce presenta, nella sua oscura intimità, una piaga nascosta, una ferita che spurga sangue. Vomito, dolore implacabile del ventre, stitichezza alternata a potenti emicranie, fitte addominali, è così che il corpo del Duce del fascismo fa la sua prima apparizione nel racconto di Scurati. Si tratta di un corpo che viene descritto come “una palude di tremiti e sudori”. Il carnefice della democrazia appare come preda inerme della sua ferita: “il dolore lo riagguanta, insiste, sordo, costrittivo”. E’ questa la scena di apertura del libro che non deve essere trascurata perché contiene la cifra della lettura scuratiana della personalità del Duce e dell’impresa politica del fascismo: dietro il carattere fastoso e monumentale del regime, i suoi successi, il suo crescente consenso c’è un’ulcera nascosta, una piaga innominata che nessun bisturi è in grado di curare. E’ la tesi maggiore di Scurati: “il trionfante Duce del fascismo è un groviglio dolorante di viscere attorcigliate”.

L’uomo della Provvidenza” narra con forza e destrezza questo doppio fondo del corpo del fascismo e del suo Duce: l’ulcera inguaribile e il suo tentativo di rimozione. La piaga ulcerosa attraversa lo stesso partito fascista: da una parte la sua salute granitica, la sua disciplina severa, dall’altra le sue infinite lacerazioni interne, le continue risse tra gerarchi per accaparrarsi le poltrone migliori, la gramigna dell’invidia, della lotta fratricida, dello scontro senza esclusione di colpi. Attraversa altresì l’esercito italiano: da una parte i suoi sbandierati successi in Africa, dall’altra l’uso sadicamente pianificato dei bombardamenti con i terribili gas letali sui “ribelli” (bombe a iprite e a fosgene), l’edificazione dei campi di concentramento delle tribù del Gebel costrette alla deportazione nel corso della riconquista coloniale della Libia, per non parlare della ridicola impreparazione alla seconda guerra mondiale.

Ma il massimo occultamento dell’ulcera avviene proprio attraverso lo stesso corpo del Duce. Il corpo esposto del capo inaugura una idolatria inedita. Il corpo ulcerato e sanguinante lascia il posto ad un corpo integro, risanato, vigoroso. La sua esibizione non è solo teatrale, ma religiosa. Mai prima di Mussolini è accaduto che il corpo di un leader politico assumesse questo straordinario rilievo. “Nelle piazze e nei paesi” –scrive Scurati- “si va in processione dietro alle immagini di Mussolini”. E’ un corpo monumentale che riflette il popolo e nel quale il popolo si riflette. “Corpo terragno e forte di contadino padano… massiccio e ben piantato in terra”, ma, al tempo stesso, corpo immortale da imperatore romano, superomistico, “incarnazione dello Stato, circonfuso da una luce semidivina”. Si sottrae a diversi attentati mortali, è redivivo, indistruttibile, un corpo-evento che “crea da sé la propria drammaturgia”. L’idolatria comporta che l’immagine si separi dal corpo carnale provocando adorazione. Alcune sequenze del film “Una giornata particolare” di Ettore Scola sono indimenticabili a questo proposito: le fantasie erotiche e allucinatorie della casalinga interpretata da Sofia Loren.

La sua presenza è pervasiva: “le sue parole, la sua mascella, il suo fantasma sono ovunque”. Il feticismo dell’Imago del padre completa così la prima risposta paranoica fascista all’incertezza e alla morte. Il corpo del Duce appare come il sembiante di un “grande Padre, amoroso, severo, presago del futuro e del volere del popolo”. Non a caso nelle sue analisi sulla psicologia di massa del fascismo, Wilhelm Reich notava che la domanda essenziale nei confronti del fascismo non è tanto quella del perché le masse abbiano accettato passivamente il suo regime, l’abolizione della libertà, la dittatura ecc., quanto perché abbiano potuto desiderare il fascismo. Gli fa eco Scurati quando scrive che “in tempi di crisi i popoli domandano di essere comandati”. E’ quello che egli definisce come “sconfinata proclività della specie umana alla sottomissione”.

Lo sguardo di Nerone che brucia la città di Roma, faceva notare Kierkegaard, ha un tratto melanconico. La stessa cupa melanconia, la stessa ombra, che Scurati non smette mai di indicare nel ritratto di Mussolini: un abisso, un fondo scuro, una inquietudine mascherata dalla forza virile, dall’adesione fanatica alla causa del fascismo e dall’idolatrica megalomania del proprio Ego; un’ulcera che scava implacabilmente il suo corpo e la sua mente.

 

Massimo  Recalcati

 

Articolo pubblicato in “Repubblica”, venerdì 25 settembre 2020, p. 35

 

  • Ritengo utile un’aggiunta. Il 25 aprile del 1995 Umberto Eco celebrò il 50° anniversario della Liberazione italiana alla Columbia University di New York. Una sua frase mi sembra opportuno citare: “Nel nostro tempo (era il 1995, si badi), in cui i vecchi “proletari” stanno diventando piccola borghesia, un nuovo tipo di fascismo, completamente diverso dal modello storico ma non per questo meno pericoloso, potrebbe trovare il suo uditorio”.

 

Gennaro Cucciniello