Gli spot della pubblicità. Come ci guardano i figli.

                                        Gli spot. Come ci guardano i figli.

 

Può uno spot pubblicitario, quello di Esselunga, diventare un test di Rorschach collettivo nel quale si proiettano i fantasmi ideologici di un Paese? A scanso di equivoci, non ho nessuna nostalgia per la cosiddetta famiglia tradizionale-patriarcale e ritengo che il diritto al divorzio non solo sia una conquista civile irrinunciabile, ma, nel caso dell’esistenza di figli, una possibilità che tutela anche la loro vita affettiva.

Un mio piccolo paziente era afflitto da stati d’angoscia insopportabili e da incubi notturni che gli impedivano di dormire serenamente. Mostri, orche, terremoti, tzunami, cortocircuiti elettrici, battaglie feroci tra ciclopi popolavano le sue notti. Non è servito molto tempo per capire che i suoi stati d’ansia e i suoi incubi erano la traduzione di una sensazione profonda di pericolo e di instabilità che viveva in famiglia. I genitori non facevano altro che litigare violentemente senza risparmiargli l’orribile spettacolo. Incoraggiato dal suo analista il piccolo paziente li convoca chiedendo loro perché non si separassero. Di fronte a questa domanda diritta i due genitori risposero all’unisono “e tu cosa faresti?”. Ma il bambino non si lasciò irretire e, inchiodandoli alle loro responsabilità, disse: “Dunque io dovrei morire perché voi possiate separarvi?”.

All’ascolto di uno psicoanalista che si occupa di legami famigliari questa situazione è nota. Talvolta per un figlio è molto più dannosa una convivenza infelice tra i propri genitori che non il dolore inevitabile che comporta una separazione. Al tempo stesso non è difficile constatare che una separazione può essere un grande dolore per un bambino che coltiva giustamente un’immagine idealizzata della propria famiglia unita. E’ il punto di vista adottato dallo spot di Esselunga. Fatte le dovute e necessarie distinzioni, è il grande passo drammaturgico di “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica. Il valore di questo film non è stato solo quello di averci mostrato, tra i primissimi, la decadenza della figura tradizionale di padre e della sua gloria simbolica, ma quella di averci fatto cogliere cos’è il mondo visto con gli occhi di un bambino. In letteratura è la grande impresa di Mc Carthy con “La strada”: cos’è il mondo, cosa sono un padre e una madre, visti con gli occhi di un bambino?

Senza ovviamente azzardare nessun impossibile paragone, né nessuna altrettanto improbabile genealogia, è questa la prospettiva adottata dallo spot della Esselunga che ha acceso una vivace discussione. Notare che al centro di questo breve racconto è lo sguardo di una bambina non è affatto secondario. Lo scrivo dopo aver dedicato una vita all’ascolto di coppie separate e di figli di genitori separati. E’ qualcosa che talvolta gli adulti dimenticano. Come ci guardano i nostri figli? Non sempre esiste una famiglia traumatica alle spalle di una separazione e non sempre le separazioni si rivelano traumatiche. Non solo per i genitori ma anche per i figli.

Il principio generale che i sentirei di affermare è che il sacrificio della propria libertà da parte dei genitori per il bene dei loro figli è sempre un dono avvelenato. Il legame familiare è generativo solo quando è liberamente scelto, quando è desiderato e voluto e non quando viene subito come una maledizione o un sacrificio mortificante. Nel racconto dello spot la bambina rivela di amare profondamente i propri genitori nonostante la separazione. Per questa ragione non le fanno scegliere un frutto della discordia (una mela) ma un frutto simbolo, come ritiene per esempio la mitologia cinese, di immortalità (la pesca). Dunque un frutto che rappresenta un legame che non si interrompe, che non finisce, che si mantiene nel tempo. Non è forse questo un modo con il quale i bambini fantasmizzano il legame affettivo coi loro genitori? Un legame che non può essere spezzato, un riferimento solido, una base sicura, come direbbe Bowlby.

Io personalmente non vedo alcuna celebrazione della famiglia tradizionale anti-divorzista. Vedo piuttosto lo sguardo di una bambina che vuole assicurarsi che tra i suoi genitori sussista ancora un legame e vedo due genitori in grado di sopportare il lutto del loro fallimento di coppia senza coinvolgere come un ostaggio la propria figlia. Ed è quello che è necessario che gli adulti che, con diritto e spesso con sofferenza, decidono di separarsi sappiano assicurare ai loro figli: la funzione genitoriale non può infatti coincidere con la loro libertà personale. Le liti, le incomprensioni, le differenze, le ostilità che possono consumare la vita di una coppia, di qualunque sesso essa sia composta (etero, omo, lesbo, ecc), non dovrebbe coinvolgere la vita dei figli. E’ lo sforzo che ogni genitore separato sa di dover provare a compiere: differenziare la sua posizione soggettiva e il suo diritto alla libertà dalla responsabilità illimitata che comporta l’essere padre o madre di un figlio. Non è quello che il gesto di questa bambina traduce nel carattere magico del suo dono? Preservare un legame tra i genitori anche nella distanza?

Il fatto che questo spot si sia tramutato rapidamente in una vera e propria macchia di Rorschach collettiva rivela, a mio giudizio, l’immaturità democratica del nostro Paese. E’ bastato che Giorgia Meloni si esprimesse positivamente su questo spot per aizzare i fantasmi di chi vi ha visto il canto nostalgico della famiglia tradizionale. Esempio limpido di come talvolta gli adulti non sappiano guardare il mondo con gli occhi di una bambina, facendo prevalere sul suo dolore la loro aggressività. In primo piano è l’immaturità politica e culturale del nostro Paese che vive di continue ed estenuanti proiezioni ideologiche. Il pregiudizio è, infatti, sempre antidemocratico. Per esso non conta mai il contenuto di ciò che uno dice, perché esso viene sempre subordinato a chi lo dice. Per la psicoanalisi questa è una definizione, anche clinica, dell’immaturità.

 

                                                        Massimo Recalcati

 

L’articolo è pubblicato ne “La Repubblica” del 29 settembre 2023, a pag. 41.