Belli. Sonetti. “La cechezza der Papa Pio IX”

Belli. Sonetti. “La cechezza der Papa Pio”

Roma è la città del Papa, del Vice-Dio. Scrivono i critici, sulla scia del nostro poeta, “che Dio stesso non si può concepire che come un tiranno allegramente feroce, che crea gli uomini per dopo prendersi gioco di loro, e che ride a crepapelle se vogliono dare la scalata al Cielo, e che si diverte a tormentare inutilmente gli uomini, così come fece inutilmente morire sulla croce il Figlio”. La crocifissione di Gesù non ha redento il genere umano, spaccato in due dall’abisso delle differenti e incolmabili condizioni sociali. La Città del Papa, col caravanserraglio delle confessioni, delle indulgenze e dei giubilei e con la moltiplicazione dei santi, ha solo reso inutile il Diavolo. La Città del Papa è nata sulla città di Romolo e Remo, dell’odio fratricida. Resta la capitale di un “mondaccio” su cui grava il peccato di Caino, che ha protestato invano contro i privilegi di Abele, il preferito da Dio e l’ultra-raccomandato. Nella Città del Papa la disuguaglianza non è solo nelle ricchezze o nella possibilità di alimentarsi; si è disuguali anche di fronte alla religione, il peccato dei poveri vale poco nel mercato delle indulgenze. E se mai si può pensare di uscire da questa città e da questo mondo, si troverebbe moltiplicata all’infinito la nostra storia sacra e profana. E se gli altri mondi fossero mai abitati, il Papa penserebbe ad estendervi il suo dominio, ad allargare i confini del suo potere”.

Belli ha voluto rappresentare il Papa vedendolo da tutti i lati. E quando lo colloca più su della cronaca spicciola, quando lo vede nella situazione fantastica fondamentale del suo dramma, allora il personaggio assurge all’altezza non solo della commedia ma della tragedia romana. La teocrazia come tirannide senile.

E’ chiaro alla coscienza del nostro poeta che l’inattuabilità del progresso a Roma è dovuta all’onnipotenza del papa, il proconsole di Dio. E in tanti modi sono spiegati i simboli e le forme di questo immenso potere vòlto all’oppressione dell’uomo. Il sostantivo “papa” è in assoluto la parola più citata nei sonetti belliani, a rimarcare l’ossessiva presenza del Vicario di Cristo. Nella sua doppia natura di capo spirituale e politico, o –se si vuole- di capo politico in quanto spirituale, egli dovrebbe essere l’uomo più impegnato e sollecito a risolvere il problema della divisione in classi e dell’ingiustizia: invece è sempre uguale a se stesso, eterno e immutabile, chiuso nel suo sovrano disinteresse per l’umanità dolente, teso solo a realizzare il suo sogno di potenza. In margine al sonetto, “Cosa fa er papa?”, Belli scrive una nota che dovrebbe far accettare la scoperta eterodossia dei suoi versi all’eventuale opinione pubblica: “Se fosse vero quello che qui asserisce il nostro romano, potrebbe San Pietro ripetere quanto già disse di Bonifacio: “Quegli che usurpa in terra il luogo mio,/ Il luogo mio, il luogo mio che vaca / Nella presenza del Figliuol di Dio”, stendendo una cortina fumogena e nascondendosi dietro il severo giudizio di Dante.

A un sovrano di questo tipo quali sudditi possono corrispondere? Se lo scandalo irrimediabile è nella testa del corpo sociale, come meravigliarsi se poi nel popolo trionfano l’indolenza e l’apatia? Il papa proiettandosi nell’aldilà dà al Belli l’idea di Dio, il popolano romano proiettandosi nella storia diventa Caino, l’infelicità umana proiettandosi nell’eternità diventa l’ossessione dell’inferno. Non sarà una casualità inspiegabile ma lo Stato del Papa vedrà nascere nei suoi confini, nello stesso decennio, Belli e Leopardi, rappresentanti importantissimi, anche se diversi tra loro, del pessimismo di estrazione post-illuministica del XIX° secolo.

Suggerisco la lettura dei testi belliani soprattutto ai giovani d’oggi abilissimi a usare le nuove tecnologie. Il movimento d’una poesia si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Di sua natura, perciò, è veloce, portatile, trasmissibile, più della ponderosità di un romanzo: chiarezza, ritmo, bellezza, fascino. Il canale poetico, riscoperto, può allenare anche alla struttura rigorosa del codice comunicativo di Twitter, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da essere racchiusi in pochi caratteri. Così una tradizione di studio umanistico, profondamente legato al senso polveroso della scuola e dell’insegnamento obbligatorio, può trasformarsi in una forma espressiva immediata, con l’avvertenza però di non impoverire il linguaggio e di mantenere la profondità del pensiero critico. Infine non si dimentichi mai la lezione di Andrea Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”. La parola “verso” –diceva il grande poeta veneto- ha la stessa radice di “versoio”, l’attrezzo che rivolta le zolle: i poeti arano solchi in campi di silenzio e di meditazione nei quali possono crescere le parole.

Per una esauriente bibliografia sul nostro poeta suggerisco, mettendoli  a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992.

 

       La scechezza der Papa     2 gennaio 1847

 

No, ssor Pio, pe smorzà le trubbolenze,

Questo cqui nun è er modo e la maggnera.

Voi, Padre Santo, nun m’avete scera

Da fa er Papa sarvanno l’apparenze.                              4

 

La sapeva Grigorio l’arte vera

De risponne da Papa a l’inzolenze:

Vonno pane? mannateje innurgenze:

Vonno posti? impiegateli in galera.                                  8

 

Fatela provibbì st’usanza porca

De dimannà ggiustizzia, ch’è un inzogno:

Pe ffà ggiustizzia, ar più, bbasta la forca.                               11

 

Seguitando accusì, starete fresco.

Baffi, e gnente pavura. A un ber bisogno

C’è ssempre l’arisorta der todesco.                                    14

 

Metro: sonetto (ABBA, BAAB, CDC, EDE).

 

                            La cecità del papa Pio IX

 

No, signor Pio IX, per sconfiggere le turbolenze, questo che usate non è il modo migliore e più efficace. Voi, Padre Santo, non mi avete l’aria di fare il Papa salvando le apparenze. La sapeva Gregorio XVI l’arte vera di rispondere da Papa alle insolenze: Chiedono pane? Date loro indulgenze: Chiedono occupazione? Impiegateli in galera ai lavori forzati. Fatela proibire questa usanza bastarda di domandare giustizia, che è un sogno: per fare giustizia, al più, basta la forca. Continuando così, starete fresco. Mettetevi i baffi (segno di vigore virile), e niente paura. Se ce ne sarà davvero bisogno c’è sempre la risorsa delle truppe austriache.

 

Le quartine.

Viene evocato ancora una volta un sanfedista incallito e perseverante, che mette in guardia il nuovo papa e lo esorta a seguire la strada del suo predecessore, il papa Gregorio XVI, che viene qui evocato per l’ultima volta, dopo che per tanti anni è stato il bersaglio amato-odiato del nostro autore. “Pane e giustizia” erano anche le invocazioni gridate nel tumulto di San Martino (vedi “I promessi sposi”, capitoli XIII e XV), interessante ripresa belliana dal Manzoni.

Le terzine.

Merita una sottolineatura la frase malinconica del verso 10: “dimannà ggiustizzia è un inzogno”. Messa in bocca al fanatico reazionario sembra una contraddizione, accompagnata dall’insolente “st’usanza porca”: io vi noto, invece, l’illusione dell’incivilimento del sottomesso popolo romano.

 

Una settimana dopo, l’8 gennaio 1847, Belli scrive :

 

Er poverello de malagrazzia

 

Però, quer benedetto poverello

Fàsse trovà sdragliato pe le scale

Der palazzo d’un conte cardinale,

Come sott’a un bancone de macello!…                    4

 

Eppoi, sibbè che sse sentissi male,

Nun avé manco un deto de cervello

De tirasse un po’ in là mentre che quello

Se strascinava su coda e codale!…                            8

 

E avé coraggio in faccia a Ssu’ Eminenza

De fa ppuro la bava da la bocca

E de lassaje lì quela schifenza!…                               11

 

E morije, pe gionta, ar zu’ cospetto,

Come si stassi in de la su’ bicocca,

Nun ze chiama un mancaje de rispetto?

 

La denuncia sociale qui si fa apertissima, aspra e commovente: contro la sperequazione di classe ma anche contro l’ipocrisia del mondo nobiliare ed ecclesiastico disturbato dallo spettacolo della sofferenza e della morte in povertà. Belli sta appoggiando gli sforzi di Pio IX che in questo momento sta cercando di fronteggiare il fenomeno dell’accattonaggio e di assicurare un ricovero ai senza tetto. Scrive la critica: “il sonetto si sviluppa in un crescendo tragico e grottesco, con unità di tono ed entro una salda struttura sintattica”

                                                        Gennaro Cucciniello