Belli. Sonetti. La plebe. “Er lavore”, 30 gennaio 1833

La “Commedia umana” di G. Gioacchino Belli. Una “prospettiva plebea della storia”, murata in un orizzonte di non storia.

                        “Er lavore”                                                          30 gennaio 1833

 

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l’indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizii, le superstizioni, tuttociò insomma che la riguarda, ritiene una impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza (…) Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo; e questo io ricopio, non per proporre un modello ma sì per dare una immagine fedele di cosa già esistente e, più, abbandonata senza miglioramento”.

Quando Belli scrisse queste pagine introduttive aveva composto già 300 sonetti circa, sugli oltre duemila dell’intera sua produzione, custoditi segretamente, e aveva chiarito a se stesso il disegno, unitario ed organico, che era sotteso alla sua “Commedia romana”. Egli aveva individuato con grande precisione alcuni tra gli elementi più tipici della situazione storica e ideologica della Roma papalina: l’assenza quasi totale di ogni forma di coesione sociale, anche di un punto di vista linguistico (di qui l’inesistenza di un dialetto cittadino e di una tradizione vernacola scritta) che potesse essere per lui un punto di riferimento, come invece era accaduto per il Porta a Milano.

A Roma il governo dei papi aveva costretto gli intellettuali a tornare all’Arcadia e alle Accademie e faceva della città una sorta di culla delle dottrine morte: non a caso Leopardi, in una lettera da Roma al fratello Carlo del 16 dicembre 1822, aveva scritto: “qui l’Antiquaria è messa da tutti in cima al sapere umano, e considerata costantemente e universalmente come l’unico vero studio dell’uomo”.

Belli , nell’Introduzione, aveva annotato: “Voglio dare un’immagine fedele di cosa abbandonata senza miglioramento”. Roma era in una situazione senza alcuna prospettiva di sviluppo né politico né economico. Belli, scrive Asor Rosa, “porta così il popolo romano alla ribalta vera della storia: proprio perché non lo mitizza, non lo esalta, proprio perché non ne fa il figlio prediletto né della rivoluzione democratica (Mazzini) né della Provvidenza divina (Manzoni), riesce a darci –insieme al Porta- una visione della realtà in cui il popolo non è subalterno ma vive la sua vita in autonomia, è protagonista della storia. Ma quale storia poteva vivere il popolo? Se la storia è romanticamente progresso, incivilimento, perfettibilità, cultura, la storia del popolo non è storia: essa esprime infatti una immobilità senza speranza, una sofferenza diventata abitudine, una passività indifferente, un’oppressione accettata, una protesta destinata a restare sfogo, bestemmia, parolaccia. Questo popolo ci dice che la storia non si muove, è ferma. Nessuna speranza sopravvive”. Da quel suo fondo di istinto plebeo che tante volte esplode nell’insulto, nel sarcasmo, nella volgarità, sberleffo e volontà velleitaria di rottura delle norme di una società organizzata, nasce anche lo svuotamento delle funzioni delle sfere ufficiali e anche dei riti religiosi, ridotti tante volte a un ritmo di balletto, a una sorta di opera buffa, a un tragico presentimento di morte. Annota acutamente il Salinari: “Il suo è un qualunquismo della volontà che accompagna sempre il ribellismo dell’immaginazione”.

In una lettera del Belli a Francesco Spada dell’8 settembre 1838 il poeta definisce la sua città “una Romaccia, una galera”, la negazione vivente della possibilità stessa di esistere, o perlomeno la proiezione di una realtà talmente desolata in cui la vita si costruisse solo nei limiti di una elementare dimensione biologica. E in un’altra sua lettera al principe Placido Gabrielli del 15 gennaio 1861 egli scriveva che “nella mia commedia è il popolo ad essere introdotto a parlare di sé nella sua nuda, gretta ed anche sconcia favella, dipingendo così egli stesso i suoi proprii usi, i suoi costumi, le sue storte opinioni, e insieme con tutto ciò i suoi originali pensieri intorno ai più elevati ordini di questo social corpo di cui esso occupa il fondo”.

Suggerisco la lettura dei testi belliani soprattutto ai giovani d’oggi abilissimi a usare le nuove tecnologie. Il movimento d’una poesia si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Di sua natura, perciò, è veloce, portatile, trasmissibile, più della ponderosità di un romanzo: chiarezza, ritmo, bellezza, fascino. Il canale poetico, riscoperto, può allenare anche alla struttura rigorosa del codice comunicativo di Twitter, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da essere racchiusi in pochi caratteri. Così una tradizione di studio umanistico, profondamente legato al senso polveroso della scuola e dell’insegnamento obbligatorio, può trasformarsi in una forma espressiva immediata, con l’avvertenza però di non impoverire il linguaggio e di mantenere la profondità del pensiero critico. Infine non si dimentichi mai la lezione di Andrea Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”. La parola “verso”, diceva il grande poeta veneto, ha la stessa radice di “versoio”, l’attrezzo che rivolta le zolle: i poeti arano solchi in campi di silenzio e di meditazione nei quali possono crescere le parole.

Per una esauriente bibliografia sul nostro poeta suggerisco, mettendoli  a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992.

 

 

                               “Er lavore”                                                           30 gennaio 1833

 

Nun vojo lavorà: cosa ve dole?

Pe sta vita io nun me ce sento nato.

Nun vojo lavorà: me sò spiegato,

o bisoggna spregacce antre parole?                                               4

 

A diggiuno sò ffiacco de stajole;

e doppo c’ho bevuto e c’ho maggnato,

tutto er mi’ gusto è de stà lì sdrajato

su quer murello che ce batte er zole.                                              8

 

Quanno che ffussi dorce la fatica,

la vorìano pe ssé ttanti pretoni

che je puncica peggio de l’ortica.                                          11

 

Va’ in paradiso si ce sò minchioni!

Le sante ce se gratteno la fica,

e li santi l’ucello e li cojoni.                                                      14

 

Metro: sonetto (ABBA, ABBA, CDC, DCD).

 

Non voglio lavorare: cosa volete? Per questa vita di lavoro io non mi ci sento nato. Non voglio lavorare: mi sono spiegato o devo sprecarci altre parole? Quando sto a digiuno mi sento fiacco nelle gambe; e dopo che ho bevuto e mangiato tutto il mio piacere è di stare lì sdraiato su quel muretto riscaldato dal sole. Se la fatica fosse dolce la vorrebbero per sé tanti pretoni infastiditi dal lavoro peggio delle punture dell’ortica. Guarda in paradiso se ci sono minchioni! Le sante e i santi vivono nell’ozio, non fanno niente di niente, si grattano i genitali.

 

Le quartine.

Belli qui mette in primissimo piano un sottoproletario romano, lo mette proprio sul palcoscenico a declamare –come annota acutamente Salinari in una sua analisi- il suo “qualunquismo della volontà che si accompagna sempre al ribellismo dell’immaginazione”. Altro che mancanza di lavoro: è perentorio il suo “Nun vojo lavorà” del primo verso. E la rima in B lo conferma: “nun me ce sento nato / me so spiegato / bevuto e maggnato / stà lì sdraiato”. C’è poco da dire: Belli ha il gusto della cronaca e sa trasformarla in arte. Crede molto nella brevità come bellezza e lo affascina l’idea di raccontare in pochi versi qualcosa di compiuto e definitivo. Poeta acido e straziante.

Le terzine.

Se lo scandalo di Roma è nel papa e nei cardinali, la testa del corpo sociale, come meravigliarsi se poi nel corpo, cioè nel popolo, trionfano l’indolenza e l’apatia? Questo popolano cialtrone e scansafatiche esprime d’istinto un’eversiva potenza visionaria. Il mito borghese ( e che poi sarà marxista) del lavoro come attività liberatoria e quello cristiano come opera che possa rendere l’uomo più degno di salvezza sono negati e radicalmente ribaltati: al vertice c’è l’immagine straordinaria e sconveniente, tutta straniante, di un paradiso di volgarissimi sfaccendati, immersi in eterno in un nulla invidiabile. Non ci dobbiamo scandalizzare: le sue forme linguistiche sono affermazioni di un ordine mentale mai repressivo e chiuso ma sempre germinante e imprevedibile.

 

Qualche giorno prima, il 26 gennaio 1833, Belli aveva scritto due sonetti dedicati al tema delle catacombe. Ne riporto il primo:

 

                                                           “ Le catacomme”

 

Indov’antro c’a Roma se pò vede

le catacomme de san Zebbastiano,

dove una vorta er popolo cristiano

fece a nisconnarello pe la fede.                                                                     4

 

In quer zagro arberinto, chi ce crede,

trova d’erlique un cimiterio sano:

e qui abbusca uno stinco, e lì una mano,

là un osso-sagro, e una ganassa, e un piede.                                 8

 

Dov’è er lume perpetuo che sse smorza

ar zentì l’aria, lì ss’ariccapezza

corpi-santi da venne e empì la borza.                                             11

 

Si uno schertro nun è tutto, s’arippezza;

e quanno è ffatto un martire pe fforza,

indovinela-grillo, e sse battezza.                                                      14

 

Dove altro se non a Roma si possono vedere le catacombe di San Sebastiano (cimitero posto sulla via Appia), dove nei tempi antichi i cristiani nascosero i propri morti? In quel sacro labirinto chi è credente trova un cimitero intero di reliquie: e qui trova in sorte uno stinco, lì una mano, là un coccige, e una ganascia, e un piede. Nel posto in cui la fiamma della lucerna si spegne al contatto con l’aria, lì si raccolgono corpi santi da vendere e ci si riempie la borsa. Se uno scheletro non è intero si rappezza, e quando è fatto un martire a forza (c’era l’uso di considerare come appartenuti a martiri uccisi dai pagani tutti i corpi che si ritrovavano nelle catacombe), come lo risolvi il problema? Lo si battezza (L’indovinala-grillo era un gioco diffuso a Roma, una specie di consultazione da mercato per conoscere la sorte futura).

Nel 1990 Sebastiano Vassalli ha pubblicato, per i tipi di Einaudi, “La chimera”, la storia di Antonia, bruciata sul rogo come strega nel Piemonte del 1610, vittima sacrificale offerta alla “normale” crudeltà della folla secondo un rito antichissimo ma ancora attuale. Nel capitolo dodicesimo del romanzo, intitolato “I Corpi Santi”, l’autore ci racconta del commercio delle reliquie catacombali che da Roma raggiungevano le periferiche diocesi della cristianità. Belli anticipava già i metodi e gli imbrogli di questo sacro commercio.

 

                                                                       Gennaro  Cucciniello