Derek Walcott, “Uva di mare” (1976)

Derek Walcott (1930), “Uva di mare” (1976)

 

Quella vela che s’appoggia alla luce,

stanca di isole,

una goletta che bordeggia i Caraibi                                                  3

 

verso casa, potrebbe essere Odisseo,

diretto a casa sull’Egeo;

quel paterno e coniugale                                                                                  6

 

non veder l’ora, sotto nodosi aspri grappoli, è

come l’adultero che sente il nome di Nausicaa

in ogni strido di gabbiano.                                                                   9

 

Questo non porta pace a nessuno. L’antica guerra

tra ossessione e responsabilità

mai finirà ed è stata la stessa                                                              12

 

per chi erra sul mare o per chi è sbarcato

e ora traffica coi sandali per andarsene a casa,

da che Troia esalò la sua ultima fiamma,                                        15

 

e il masso del gigante cieco sollevò il flutto

dalla cui onda lunga i grandi esametri arrivano

alle conclusioni della risacca esausta.                                                           18

 

I classici possono consolare. Ma non abbastanza.

 

                                               “Sea Grapes”

That sail which leans on light,

tired of islands,

a schooner beating up the Caribbean                                                          3

 

for home, could be Odysseus,

home-bound on the Aegean;

that father and husband’s                                                                   6

 

longing, under gnarled sour grapes, is

like the adulterer hearing Nausicaa’s name

in every gull’s outcry.                                                                             9

 

This brings nobody peace. The ancient war

between obsession and responsibility

will never finish and has been the same                                           12

 

for the sea-wanderer or the one on shore

now wriggling on his sandals to walk home,

since Troy sighed its last flame,                                                                      15

and the blind giant’s boulder heaved the trough

from whose groundswell the great hexameters come

to the conclusions of exhausted surf.                                                18

 

The classics can console. But not enough.

 

Se c’è un trauma contro cui Walcott ha dovuto lottare per tutta la vita, è la propria origine geografica: Saint Lucia, nelle Piccole Antille, è solo uno dei grani di quella collana di isole che si inarca da Portorico fino alla costa sudamericana. Senza una vera identità culturale che non derivi dalla colonizzazione, passata di mano quattordici volte tra Francia e Inghilterra prima del definitivo dominio inglese (ancora oggi nello stemma conserva il giglio di Francia insieme alla rosa dei Tudor), selvatica e montuosa, dotata di un patois creolo senza ambizioni letterarie, rappresenta uno di quei luoghi da cui uno scrittore non può che emigrare; ma è anche l’eden da cui è duro staccarsi, la natura prima che Adamo la nominasse, la sinfonia d’acqua luce e colori che regala un imprinting indelebile tra rimpianto, tenerezza e complesso d’inferiorità.

La luce, prima di tutto (Lucia è nome di luce, anche nel motto della loro bandiera oltre che in Dante); una luce così pastosa e solida che la vela inclinata sembra appoggiarvisi –stanca di peregrinare tra troppe isole. Si presuppone un tramonto, un navigante che rientra; i pescatori tornavano a sera, quando Walcott era piccolo, ed era un passaggio pericoloso tra gli scogli; “più ci si avvicinava a casa”, scrive nel poema Omeros, “più crescevano le paure / e i pescatori lo temono proprio come Ulisse / finché non vedono lampeggiare l’unico occhio del faro”. La nostalgia (intesa alla greca come desiderio del “nòstos” cioè del ritorno) appartiene anche a lui, ogni volta che si trova all’estero per studiare o insegnare; l’archetipo mitico non può essere che Ulisse/Odisseo –e le isole caraibiche si duplicano nell’identità letteraria delle isole egee.

In tutta l’opera di Walcott agisce questo meccanismo di traduzione, o nobilitazione: ogni forma naturale, o persona, della sua isola senza storia viene paragonata a un elemento della grande cultura europea –i poemi omerici prima di tutto ma anche la Bibbia, e Dante e Shakespeare e la pittura del Rinascimento. E’ una specie di esotismo all’incontrario, che attira in periferia le figure del Centro. Quel che lo affascina è l’impasto tra vitalità selvaggia e raffinatezza, tra l’Africa nera dei suoi antenati e la Grecia classica; il sangue vergine può rinforzare l’esausta Europa, mentre la maturità della cultura europea può educare le nature troppo semplici (“i nostri miti sono ignoranza, i loro letteratura”). Un esempio di integrazione come piace a noi del Primo Mondo, che per questo nel 1992 gli abbiamo conferito il Nobel; un riconoscimento della nostra supremazia, sia pure con qualche perdonabile scatto d’orgoglio (“questo non è l’Egeo viola-uva,/ non c’è vino qui, né formaggio, le mandorle sono verdi,/ le uve di mare aspre, la lingua è quella degli schiavi”; “il progresso è la barzelletta sporca della Storia”).

L’uva di mare (nome comune della Coccolobauvifera) è un arbusto tropicale che dà bacche acidule di color rosso scuro, simili agli acini d’uva o alle olive. Perfetto esempio di condensazione: selvatico quanto basta ma anche allusivo di mediterraneità classica (gli olivi, appunto, e il “mare colore del vino” di omerica memoria). Sotto i suoi stenti grappoli l’anonimo padre e marito sente nel grido onomatopeico dei gabbiani il nome di Nausicaa; la profondità dell’amore familiare non esclude l’avventura erotica, con forzatura libertina del casto episodio odisseico. Walcott in genere è poeta epico e visivo ma qui si avvicina alla psicologia drammatica e romanzesca: la guerra tra ossessione e responsabilità significa ammettere in se stessi una duplicità non sanabile –la duplicità è un altro tema di Walcott (nato gemello): due sono i picchi montani della sua isola, due le lingue che parla e usa nei testi, doppio il cammino di conoscenza che impone a se stesso (“ci sono due viaggi / in ogni odissea, uno sulle acque agitate,/ l’altro accovacciato e immobile nel silenzio”).

Il dissidio non ha soluzione se non poetica: con un volo pindarico il pellegrino dei mari e l’umile pescatore caraibico sono ricondotti alla vicenda leggendaria, dall’incendio di Troia all’episodio di Polifemo –e dal masso che il gigante scaglia nasce un’onda (fatta di esametri, di cui viene mimato al v. 17) che attraverso chilometri e secoli viene a spegnersi sulla battigia di Saint Lucia. Lì cultura e natura arrivano alla sola possibile conclusione: la cultura serve a temperare le ossessioni più crude ma la vita proporrà sempre nuove spine. L’isola di Saint Lucia è stata contesa storicamente come Elena lo fu a Troia; l’unico occhio di Polifemo è anche l’occhio del faro di cui si parla in Omeros (“il faro cieco / si soffermò come un gigante, una nuvola di marmo nelle mani,/ per scagliare il suo macigno / … / poi un pescatore negro alzò la vela di sacco / e scandì il primo verso del nostro epico orizzonte”). Rete sotterranea di metafore, coerenze forse celate al loro stesso autore; che in un tessuto metrico libero ma fitto di echi (“name / same / flame” rimati in tre terzine successive, e anche “war / shore”, poi le rime visive “home / come” “trough / enough”, la mezza rima “islands / husband’s”) sa chiudere intere una coscienza, un’antropologia, una storia.

 

Walter Siti, in “La Repubblica”, domenica 7 dicembre 2014, p. 58