Lo scriba, reso mago e dottore dalla scrittura

Lo scriba, reso mago e dottore dalla scrittura

L’affascinante epopea, dall’Egitto faraonico alla Mesopotamia sumera. Nel saggio del grecista Louis Godart l’evoluzione di una casta unica composta anche da donne, come racconta Gilgamesh.

 

Nella “Stampa” dell’11 gennaio 2024 è pubblicato questo articolo di Silvia Ferrara.

 

Nel mito antico la scrittura è sempre una cosa divina, mandata dal cielo per farci emergere e innalzare dall’abisso della nostra umana ignoranza. Imparare a scrivere significava “accedere alla conoscenza liberatrice che distingue l’uomo dall’animale”. Imparare.

Intorno a questo verbo si dipana il libro di Louis Godart, “I custodi della memoria” (Einaudi). Un saggio ricco, ma anche scritto con intensità, perché ci descrive, con dettaglio certosino, il compito di chi doveva tenere in piedi le amministrazioni, i rendiconti, le parole, i testi e la memoria delle civiltà dell’Egeo (minoici, micenei), dell’Egitto dei faraoni e della mesopotamia sumera e poi assiro-babilonese. Seppur nelle differenze sociali, queste civiltà di 4mila anni fa convergono nel disegnare il ruolo, specializzato, erudito, quasi magico, dello scriba.

Godart fa un excursus storico, ma emotivo allo stesso tempo, cosa rara per un accademico tradizionale. Ci racconta gli scribi che sognano, che si annoiano, che ricevono ordini, che creano come fossero artisti, e che sbagliano come esseri umani. Che si perdono nelle pieghe del tempo e delle civiltà che crollano.

Il libro è organizzato in ordine cronologico, dalle prime attestazioni di cuneiforme in Mesopotamia. Poco spazio viene dato all’acceso dibattito sul proto-cuneiforme, e le sue fasi più antiche, ma si entra subito in medias res con il ruolo degli scribi, come è giusto che sia, vista l’enfasi sulla agency della scrittura, piuttosto che i tanti problemi linguistici. Godart ci spiega che, al contrario di altri contesti in cui gli scribi non parlano mai di sé, nel mondo cuneiforme le annotazioni che li riguardano sono molteplici. Il dettaglio, che poi non è di poca nota, che stupirà il lettore, è che abbiamo testimonianza di donne dedite alla scrittura, in una residenza di Sippar-Amnanum (non lontano da Babilonia), dove circa cento tavolette di esercizi ci rivelano che sacerdotesse tenevano l’amministrazione, e anche più tardi, nel palazzo di Mari (oggi Siria), alcuni scribi erano donne. Se pensiamo all’epopea di Gilgamesh, la dea Ereshkigal si fa leggere una tavoletta da una donna-scriba, che altri non è che la dea Belet-seri. Ma non dovremmo sorprenderci più di tanto: la cultura alta non è la prerogativa di un genere solo.

Imparare il cuneiforme, prima sumerico e poi accadico, non era un’impresa da poco. Godart si sofferma sull’apprendistato della classe degli scribi mesopotamici, e riporta anche dei testi parola per parola, tra cui uno in cui un padre si lamenta che il figlio ha ben poca voglia di impegnarsi a seguirlo nelle sue orme da scriba, e preferisce divertirsi e bighellonare. La scena sembra scritta intorno a un tavolo familiare di oggi, ma rimane il fatto che il cuneiforme è davvero un sistema di scrittura ostico da memorizzare, e “nessuna professione è più difficile dell’arte dello scriba”.

Il libro dedica una minima frazione alla scrittura in Egitto. Questo è un peccato, anche se comprensibile, vista la fama di Godart come filologo egeo. Importante però sottolineare che l’autore si pronunci sul dibattito che circonda l’incipit della scrittura egizia, che è abbastanza acceso e vede gli studiosi divisi: le prime attestazioni di scrittura sono riconducibili alle immagini nelle tombe U-j di Abido? O sono solo, appunto, immagini? Per Godart non sarebbero scrittura fonetica, ma semasiografia, cioè simboli iconici, non dissimili da quelli che usiamo noi oggi per indicare le indicazioni stradali o quelle della lavanderia.

Gran parte del libro è dedicata al mondo greco preistorico, delle civiltà minoiche e micenee. In queste sezioni, Godart entra nei dettagli più certosini e scientifici, e ci guida nei meandri di un manuale universitario. Ma il tono rimane affabile, in un equilibrio perfetto tra competenza tecnica e stile letterario. Un capitolo a sé viene dedicato al venerando disco di Festo, la storia della sua scoperta, e il sistema grafico. Rimane controversa la sua posizione sulla datazione del reperto, che, almeno per chi scrive, è troppo vaga: ormai è chiaro agli studiosi che il disco non appartenga a un orizzonte del tardo bronzo finale. Sono dettagli importanti per gli addetti ai lavori, ma non tolgono nulla al valore del libro.

Rimane la sensazione, che fa da fil rouge a tutto il testo, della scrittura vista come magia, e anche come dono. Platone che la ripudia perché ci toglie la memoria. Godart che invece ci rivela il nostro compito nel mondo, un tempo affidato agli scribi, oggi un imperativo civico: ricordare. Questo libro non è tanto una ricostruzione storica, o meglio lo è, ma è molto di più. Ci riporta all’importanza etimologica del ricordo, da cor, cordis, cuore, in latino. E’ nel cuore che la memoria si annida. E ricordare non è solo un fatto emotivo, è il nostro compito civile. La scrittura è ancora, in questo mondo digitale che dimentica e che si autodistruggerà, lo strumento più dirompente per fare proprio questo, per ricordare.

Il libro di Godart, infatti, fa una cosa forse involontaria, ma potente: ci ricorda perché siamo al mondo e ci spiega come la storia profonda, gli strati remoti di esseri che hanno lasciato tracce nell’argilla, nei pochi oggetti preziosi con i loro nomi incisi, e tutta la nostra storia collettiva, delle nostre parole scritte nei secoli da 4mila anni fa in poi, ci possono ancora insegnare a innalzarci dal nero abisso dell’ignoranza, e fare la cosa più umile e nobile possibile: imparare.

 

                                                                  Silvia    Ferrara