Mio zio Slava (cioè Molotov)

Mio zio Slava (cioè Molotov)

L’incontro tra un adolescente e un pensionato in un’estate di vacanza ai tempi dell’Urss apre uno spiraglio sul totalitarismo.

 

Questo articolo di Victor Erofeev è stato pubblicato ne “La Lettura” del 21 luglio 2024, alle pp. 37-39.

 

Nato nel 1890, Vjaceslav Skryabin assunse lo pseudonimo di Molotov (da molot, martello, in russo) quando nel 1906 aderì al Partito socialdemocratico russo, unendosi alla fazione rivoluzionaria guidata da Lenin, i bolscevichi. Morì nel 1986.

 

Cominciamo con un indovinello. Chi tra i dirigenti sovietici firmò il maggior numero di liste di esecuzioni durante il Grande Terrore? Stalin? No, lui ne ha firmate 357. Il primato, 372, è di Vjaceslav Michailovic Molotov.

I miei pensieri tornano spesso a quell’estate del 1962 che da adolescente trascorsi nella dacia nei pressi di Mosca, comunicando quasi ogni sera con una delle persone più strane e fanatiche del XX secolo. Vjaceslav Molotov, Mr. Niet, la seconda persona nell’Unione Sovietica dopo Stalin, capo della politica estera dell’Urss per molti anni, noto al mondo per il patto Molotov-Ribbentrop che aveva diviso l’Europa in zone d’influenza sovietica e hitleriana, viveva nella dacia, accanto a me.

Oggi per me Mr. Niet è più di Molotov. E’ una costante della politica russa, il paradigma autoritario che è emerso anche nella Russia di Vladimir Putin.

In quella lontana estate Molotov era già in pensione, rimosso da Krusciov da tutti gli incarichi. Gli fu assegnata una modesta dacia governativa. Tra le nostre case non c’erano recinti. Mio padre, un diplomatico di carriera, che dal 1944 al 1955 era stato assistente di Molotov per gli affari esteri, e che sotto la sua guida sviluppò, in particolare, la dottrina sovietica della guerra fredda, aveva tutte le ragioni per temere legami personali con lui. Da adolescente io lo chiamavo zio Slava.

A nord di Mosca lungo l’autostrada Scelkovskoe ci sono molti laghi bellissimi, foreste e villaggi turistici. In uno di questi in una tenuta pre-rivoluzionaria con alte betulle secolari, la mia famiglia trascorse l’estate in una dacia di legno.

Quel giorno pioveva a dirotto. I villeggianti avevano appena cenato nella sala da pranzo comune in una grande ex casa padronale con i bellissimi mobili sopravvissuti alle razzie, e ora, rannicchiati nell’ingresso, parlavano rumorosamente, aspettando che passasse il maltempo. Io magro, spigoloso, aprii leggermente la porta d’ingresso e sentii l’odore della pioggia. Ci fu un tuono. In un angolo buio del corridoio, lontano dagli altri, c’erano due piccoli anziani: un uomo con un vecchio pince-nez e una donna dai capelli grigi, il naso a punta e una scodella tra le mani. Venivano qui per riempirla con borsch e una polenta di grano saraceno, per poi tornare nella loro dacia. Nessuno prestava loro attenzione.

L’anziano era Vjaceslav Michailovic Molotov. Accanto a lui la moglie, Polina Semenovna Zemcuzina. Dal modo in cui di tanto in tanto si guardavano, era chiaro che si trattava di una coppia amorevole e devota. Non sapevo cosa avessero passato, ma non riuscivo a staccare gli occhi da loro: appartenevano a un mondo misterioso e pieno di eventi straordinari.

All’inizio non lo chiamavo zio Slava. Io e mia nonna ci lavavamo in cucina, tre le pentole e le tarme. Oppure, se non era una serata calda, in veranda. Non c’era la doccia nella dacia e non avevo sempre voglia di lavarmi i piedi prima di andare a letto. La nonna versò l’acqua bollente.

Beh, è calda? Perché ti immischi con questo Molotov? Ascolta, farai del male a tuo padre. Non bagnare il pavimento”.

“Che cos’ha Molotov? Perché non posso andare da lui?”

“Senti quello che ti sto dicendo? Non è adatto a te. Non vedi che nessuno lo saluta”.

Iniziai a osare di chiamarlo zio Slava in agosto, quando cadono le stelle e, seduti affiancati su una panchina con la spalliera arcuata in stile boulevard, in silenzio esprimevamo i nostri desideri.

“Eccone una”, dissi, “guardate, un’altra!”

“Sì, cadono”, concordò improvvisamente zio Slava col dolore nella voce. Viveva nella dacia tranquillo e ogni volta che partiva per Mosca mi feriva profondamente. Una Zim nera, tutt’altro che nuova, si avvicinava alla dacia e lui usciva con un impeccabile abito scuro, una cravatta scura e un cappello scuro. Preciso in ogni movimento, corretto e un po’ confuso, si calava lentamente sul sedile posteriore della Zim. Ricordo l’odore di fumo blu dal tubo di scarico di questa Zim. L’odore della nostra separazione. Passando accanto a un adolescente magro, dalla bocca grande e timida, alzava e abbassava il braccio. Anch’io alzavo la mano in segno di addio e rimanevo a lungo sul sentiero e sentivo come la Terra, girando, girava le ruote della sua macchina.

Alla dacia, zio Slava indossava un completo chiaro, senza cravatta e un cappello chiaro. Gli piaceva camminare in tondo e non si allontanava mai dalla dacia. Ave a sempre con sé il suo bastone. Semplice, con un manico semplice. Era inflessibile, come una piccola cassaforte. I villeggianti, vedendo da lontano lo zio Slava, tornavano indietro e quelli che lo incrociavano gli passavano accanto senza alzare gli occhi. Mia nonna non mi permetteva di ascoltare il transistor. A quel tempo era una novità sorprendente. La nonna lo avvolgeva in uno straccio e lo nascondeva nell’armadio. Era una scatola rosso brillante, con una maniglia di plastica bianca, per qualche motivo prodotto in Norvegia.

“Papà mi ha dato il permesso”, dissi.

“E allora”, replicava la nonna. “Tu rompi tutto e romperai anche questo”. Mi faceva piangere, poi spariva e tirava fuori il transistor con lo sguardo abbattuto di un bulldog offeso.

Ogni sera verso le nove io e lo zio Slava ci incontravamo su una panchina sotto un’alta betulla. La nonna non interferiva mai né sentiva quello che ascoltavamo. Si limitava ad aggrottare la fronte. “Ma cosa vuole da te?”. Ero sempre il primo ad arrivare ed avevo sempre paura che non venisse. Molotov arrivava mezzo minuto dopo. Ci scambiavamo una stretta di mano silenziosa. Sui 31 metri di onde corte nel caos radiofonico pescavo le voci.

La Voce dell’America parla da Washington”, si sentiva in russo. Prima, come al solito, trasmettevano un breve notiziario, poi il comunicato completo. Lo zio Slava metteva i palmi delle mani sul manico del bastone e vi appoggiava il mento. The Voice of America spariva tra le interferenze e dovevo cercarla continuamente. Ci lasciavano ascoltare le notizie internazionali, ma quando arrivavano a noi o al Muro di Berlino, per ordine di qualcuno interveniva il disturbatore di frequenze e diventava quasi impossibile ascoltare. Con tutta probabilità questo jammer a suo tempo era stato installato su ordine dello stesso Molotov per combattere la propaganda americana, ma ora interferiva con lui.

Quando cominciavano le interferenze, lo zio Slava non se ne andava e non esprimeva la sua irritazione: trattava il jammer come un inevitabile fenomeno della natura. Rimaneva imperturbabile, restava seduto e attendeva che trovassi quella zona intermedia dove dai rumori emergevano delle voci. Era silenzioso, sempre gentile, ma la sensazione inquietante che fosse qui per caso non mi abbandonava: come se per caso si fosse seduto su una panchina con un ragazzo che aveva acceso la radio e per caso ascoltasse qualcosa di proibito, una voce nemica: per cui il vecchio cospiratore comunista non aveva alcuna colpa. Ma poiché questo capriccio della sorte avveniva di sera in sera, lui recitava questo ruolo non davanti a me, ma davanti al mondo intero che non esisteva: la panchina era sorda e solo nostra. In quel momento eravamo soli nell’universo: lui e io, cospiratori silenziosi che ascoltavano voci proibite, un pioniere e un pensionato, clandestini, che per qualche motivo non si tradivano a vicenda. Di volta in volta, ascoltando la Voce dell’America, era sempre più gentile con me e le nostre strette di mano più amichevoli. Non ero più solo un ragazzo, avevo un nome. Delicatamente mi faceva capire che non era arrabbiato con me per quello che non si udiva e a poco a poco non ero più imbarazzato in sua presenza o per il fatto che non sempre avevo la meglio contro il jammer.

Ho trascorso l’intera estate in compagnia dello zio Slava in qualità di ascoltatore. Molotov ascoltava raramente i commenti radiofonici americani che seguivano la notizia: non ne aveva bisogno. Li commentava per i fatti suoi. “Bene, devo andare”. Si alzava e se ne andava dopo il notiziario. Solo una volta abbiamo sentito il nome dello zio Slava. Si diceva che gli studenti dell’università di Beirut stavano lanciando bottiglie molotov contro la polizia.

Lanciai un’occhiata furtiva allo zio Slava: come avrebbe risposto al suo nome? Il suo volto non fece una piega.

Zio Slava”, cominciai timidamente, incrociando le gambe sotto la panca. “Sì?”. “Cos’è… beh, questa bomba molotov?”.

Non mi ha mai chiesto nulla e anch’io non gli avevo mai chiesto nulla prima di questo incidente. Fece una pausa e poi, voltandosi leggermente verso di me, disse, agitando dolcemente la mano, “Sì, non è niente”.

Mio padre non ascoltò mai The Voice of America in russo con Molotov e rimase meravigliato quando, molti anni dopo, gli raccontai per la prima volta questa fantastica storia. Nel corso degli anni più apprendevo cose sul conto di Molotov, più rimanevo stupito del nostro incontro. Il destino mi ha fatto incontrare uno dei principali artefici di quel magico totalitarismo che aveva incantato il mio Paese con il sogno comunista, con uno strano cocktail psicologico di entusiasmo e panico. Questo sogno è costato decine di milioni di vite umane. Se Stalin non scrisse mai memorie e portò nella tomba i motivi segreti delle sue azioni, Molotov invece fu in grado di giustificarle, dichiarando che la sanguinosa collettivizzazione dei primi anni Trenta era necessaria quanto il Grande Terrore del 1937. Secondo le norme del diritto umano, avevo a che fare con un vero boia che meritava il processo di Norimberga. Mio padre, Vladimir Ivanovic Erofeev, era uno dei rari testimoni della politica del Cremlino dell’era staliniana. Di tanto in tanto gli chiedevo del suo ex capo. Molotov fa parte da tempo della nostra mitologia domestica.

Svelare il meccanismo del totalitarismo magico significa oggi non solo toccare il passato della Russia, ma anche immaginare il suo possibile futuro.

“Perché Molotov veniva chiamato “Mr Niet” in Occidente?”. “Era parte di un grande gioco”, sorrise il papà. Distribuzione dei ruoli. Molotov, come un cattivo ragazzo, portava al fallimento i negoziati con gli occidentali. Si comportava come una specie di macchina programmata. Il ruolo di Mr. Niet si adattava perfettamente al suo personaggio. Era completamente privo di senso dell’umorismo. Ma poi appariva il bravo ragazzo Stalin e iniziavano i sorrisi. Molotov, secondo mio padre, era un uomo istruito. Da giovane, prima della rivoluzione, suonava il violino nei ristoranti. In ogni caso, a quanto pare era l’unico membro del Politburo che, dopo la morte dell’ideologo del partito Andrej Zdanov, nel 1948, poteva affermare con fermezza che Balzac non aveva mai scritto un romanzo intitolato Madame Bovary. Amava le lunghe passeggiate nella natura, andava a pattinare sul ghiaccio, beveva Narzan (una marca di acqua minerale) con il limone e lasciava perplesso mio padre: “Cosa sai dei benefici della polenta di grano saraceno? Scoprilo e segnalalo!”. L’idea di longevità, come spesso accadeva tra i comunisti, era per lui un sostituto dell’immortalità. In privato, Molotov ha mostrato interesse non solo per il porridge di grano saraceno. Nel 1947 nell’Urss ebbe luogo una riforma monetaria. Un anno e mezzo dopo, una notte, mentre lavorava, Molotov chiese a mio padre: “Per caso avete dei soldi con voi?”.

“Soldi?”. Papà rimase stupito e cominciò a frugarsi nelle tasche per tirare fuori il portafoglio. Il ministro degli Esteri dell’Urss esaminò con interesse le banconote del suo Paese. “Buoni soldi”, approvò. Mio padre era in servizio nell’ambasciata sovietica in Svezia quando nel 1944 Molotov lo convocò per lavorare nella sua segreteria. Qualche tempo dopo mio padre gli chiese perché avesse scelto a suo tempo come soprannome di battaglia “Molotov” dato che aveva un cognome così bello e sonoro come Skrjabin (era un lontano parente del compositore).

“Vedete, rispose Molotov, io balbetto, ed è difficile per me pronunciare S-S-Skryabin”. Secondo le osservazioni pluriennali di mio padre, Stalin prendeva in considerazione solo Molotov. Tutti gli altri erano artisti. Insieme governavano l’Unione Sovietica. Su di loro si riversavano tutti i problemi di uno Stato estremamente centralizzato, dalle questioni internazionali al taglio delle camicette delle donne e alla sistemazione dei bagni di Mosca. Stalin e Molotov avevano alcune divergenze di opinione, ma ciò non influì sui loro rapporti personali e professionali. Dalla fine degli anni Quaranta, però, le cose cominciarono a cambiare. L’anziano Stalin divenne sempre più sospettoso nei confronti di Molotov.

Il totalitarismo, alla fine, divora anche i più devoti. Molotov, che con Stalin era stato responsabile della distruzione senza precedenti sia della leadership del partito che della popolazione del suo stesso Paese, finì nel mirino. Stalin sferrò il suo primo colpo nel punto più sensibile di Molotov, chiedendogli di divorziare dalla sua amata moglie Polina Semenovna Zemcuzina in quanto persona politicamente inaffidabile. Alla fine del 1948 furono costretti a divorziare. Molotov lo prese molto sul serio. Stalin la espulse sistematicamente dal Comitato centrale e da tutti gli incarichi. Stalin non si fidava di lei perché era stata amica di sua moglie, Nadezda Allilueva. Poche ore prima del suo misterioso suicidio nel 1932, camminarono a lungo intorno al Cremlino di notte e forse Zemcuzina conosceva il segreto della sua morte. Un nuovo colpo a Molotov fu inferto nel febbraio 1949, quando Zemcuzina fu arrestata con l’accusa di aver preparato un tentativo di omicidio contro Stalin e di legami criminali con i circoli sionisti. L’arresto avvenne dopo che Polina Semenovna aveva incontrato il primo ministro israeliano Golda Meir in visita ufficiale a Mosca. L’apparato di Molotov era a conoscenza della breve conversazione tra i due leader. “Non si imprigiona qualcuno per niente, Vjac”, disse Stalin a Molotov, chiamandolo con il suo nome troncato, quasi all’americana. Stalin amava imprigionare le mogli dei suoi più stretti collaboratori… Ecco Zemcuzina in décolleté che beve champagne ai ricevimenti del Cremlino, tutta profumata, sorride agli artisti popolari, dà pacche sulla spalla all’attore che interpreta Ivan il Terribile, il bel Cerkasov, ed eccola qui spogliata e nuda per ordine del medico del carcere.

La moglie di Molotov trascorse un anno nei sotterranei della prigione della Lubjanka, poi quasi tre anni in esilio in Kazakistan. “E’ sorprendente”, esclamò mio padre, “nessuno le sentì dire parole contro Stalin né mentre lui era in vita né dopo la sua morte”.

Anche mia madre non riusciva a capirlo. Una volta, già ai tempi di Breznev, passò tre giorni con Polina Semenovna nello stesso reparto dell’ospedale clinico centrale e rimase stupita da questa pasionaria russa. Litigarono in modo accalorato non trovando un linguaggio comune. Zemcuzina, morente di cancro al fegato, chiamò affettuosamente Stalin Josif. Molotov andava a trovarla ogni giorno. Molotov come altri aveva subito l’arresto di sua moglie, ma da allora ogni volta che parlava con Stalin, tornava estremamente irritato. A papà, soprattutto all’inizio, sembrava che il suo lavoro al Cremlino si svolgesse in una galleria di tableaux vivants. Stalin, Molotov, Kalinin, Kaganovic, Vorisilov, Berija erano appesi in milioni di copie in tutto il Paese. Molotov era all’altezza del suo ritratto: nel suo sobrio sorriso provinciale c’era qualcosa di felino, vagamente disgustato, come se gli fosse appena passato davanti un pezzo di merda. Quando perse le caratteristiche del ritratto, e con queste la pazienza, sembrò che stesse iniziando la fine del mondo. Si trasformò in un gatto arrabbiato (non fu forse pensando a lui che Bulgakov inventò il personaggio di Behemoth?) e si mise un pince-nez sul naso. Di ritorno da Stalin, il gatto gettava le carte sulla scrivania dei suoi assistenti e gridava: “Ebbene, perché siete seduti lì, idioti?! Mettete in ordine!”.

L’arresto della moglie di Molotov fu solo il preludio. Al successivo congresso del partito, Molotov fu rimosso dalla direzione centrale del Pcus da Stalin. La morte di Stalin, avvenuta il 5 marzo 1953, salvò mio padre dal Gulag e me da un orfanotrofio per i figli dei nemici del popolo. Le circostanze della sua morte sono avvolte nel mistero. Molotov, disse mio padre, ammise di non escludere la possibilità che Berija abbia avuto una parte in questa morte. Ciò che induce al sospetto è che Berija, insieme a Malenkov, fossero nella dacia di Stalin la notte  prima della sua morte e avessero bevuto vino con lui, e quando al mattino il leader cadde per terra bisognoso di cure mediche urgenti, Berija, colui che avrebbe dovuto chiamare i medici, ritardò quanto possibile il loro arrivo. All’inizio dell’estate dello stesso anno anche Berija fu arrestato. Dopo il suo arresto, nell’ufficio di Molotov fu installato un altoparlante speciale, attraverso il quale fu trasmesso l’interrogatorio di questo mascalzone. Si alternavano singhiozzi e suppliche. Molotov che aveva chiesto a Berija di restituirgli la moglie poche ore dopo la morte di Stalin, e che così facendo aprì le porte del Gulag, a volte ascoltava queste grida e a volte no. Le urla di Berija divennero un’abitudine, poi scomparvero: gli spararono.

Dopo la morte di Stalin e l’esecuzione di Berija, Molotov non si sentiva più minacciato, ma altri pericoli lo attendevano. La disputa tra gli eredi del leader defunto divenne acuta. Alcuni membri dell’ex Politburo stalinista resistettero a Krusciov e alle sue iniziative per cambiare la politica estera e la vita del Paese. Molotov era particolarmente attivo tra loro. Fu inviato in Mongolia come ambasciatore, dove rimase tre anni. Avrebbe potuto restare lì più a lungo se il Centro non si fosse preoccupato della sua influenza filo-stalinista sulla leadership mongola, non lontano dai cinesi. Nel 1960 fu trasferito a Vienna come rappresentante permanente dell’Urss all’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Ma Molotov non mantenne nemmeno questo incarico. Dall’Austria inviava lettere al Comitato centrale del Pcus a Mosca criticando la politica della direzione. Quando condannò il nuovo programma del partito, definendolo antileninista e falso, Krusciov non poté sopportarlo, lo richiamò e lo espulse dal partito. Fu reintegrato solo nel 1984, ma durante questi 21 anni contribuì regolarmente a pagare la tessera, continuando a considerarsi un suo membro.

In Austria, Molotov, come ricordava mio padre, fu trattato bene: apprezzavano che avesse firmato il trattato del 1955 sul ripristino di un’Austria indipendente e democratica. Nessuno sapeva che durante la sua permanenza a Mosca aveva rallentato a lungo la realizzazione di questo trattato: non voleva affrettarsi a ritirare le truppe sovietiche dall’Austria.

Molotov morì l’8 novembre 1986 all’età di 96 anni. Dopo pranzo si era sdraiato per riposare come al solito e non si era più svegliato. Morì senza funerali di Stato. Sulla Pravda (da lui creata e di cui fu il primo redattore capo) comparve solo un modesto messaggio in una cornice nera del Consiglio dei ministri dell’Urss: “E’ mancato un pensionato importante per l’Unione, membro del Pcus dal 1906, V. M. Molotov”.

Ricordando quella lontana estate, quando ancora non conoscevo bene il significato storico mondiale del mio vicino, lo zio Slava, mi chiedo perché i metodi di Stalin e Molotov, il loro comune odio per l’Occidente imperialista e soprattutto per l’America, la loro xenofobia e il desiderio di isolare a tutti i costi la Russia dall’influenza nemica delle democrazie occidentali, siano resuscitati ancora una volta nel mio Paese, sotto la guida del presidente Putin, l’attuale Mr. Niet. Il totalitarismo magico è un copyright di Stalin. In Russia non c’è energia sufficiente per sviluppare una forma di liberalismo occidentale o altre modalità di leadership. Ogni governante russo si sintonizza involontariamente sull’onda stalinista. Che l’anima russa sia stalinista per natura?

 

                                                        Victor Erofeev

 

Erofeev è nato a Mosca nel 1947. Ha trascorso buona parte della sua infanzia a Parigi. Studioso di letteratura, dopo l’invasione russa dell’Ucraina si è trasferito in Germania. La sua opera più nota è il romanzo, “La bella di Mosca”, Rizzoli 91.