Lo Sperimentale “Stefanini” di Mestre, il libro di Maddalena Muffatto

Tra gli anni Settanta e Ottanta nella storia della città e della scuola italiana.

Descrizione estesa

La ricerca mette in luce, nella ricostruzione del contesto socio-culturale dell’epoca e nell’analisi della legislazione scolastica, la straordinaria innovatività delle maxi sperimentazioni autonome, sviluppatesi nella scuola secondaria a partire dalla metà degli anni Settanta fino alla fine degli anni Ottanta. Il lavoro evidenzia in particolare il contributo dato dall’esperienza dello Sperimentale “Stefanini” di Mestre. Nell’intreccio tra il quadro nazionale e il “laboratorio politico” rappresentato dal Comune di Venezia (Venezia, Mestre, Marghera), emerge l’eccezionale vitalità di una scuola diventata parte integrante della città. Lo studio dei documenti, arricchito dalle testimonianze dei protagonisti intervistati, restituisce il clima dell’epoca e il particolare legame che studenti, genitori, insegnanti, personale non scolastico avevano e hanno ancora oggi con la scuola. Tutto questo sollecita il lettore a riflettere sull’attualità del significato di una scuola di qualità, inclusiva, democratica e che “non lascia indietro nessuno.”

L’ autrice Maddalena Muffatto insegna alla scuola secondaria di secondo grado. Laureata in Scienze Pedagogiche presso l’Università degli Studi di Padova è appassionata di Storia della Scuola e Storia Contemporanea.

Prefazione (a cura di Mirella Topazio)

Tra ieri e oggi: la parola a Mirella Topazio, dirigente scolastica dell’I.I.S. “Luigi Stefanini”.

Il saggio di Maddalena Muffatto, progettato e condotto sotto l’egida della prof.ssa Anna Manao, allieva e collega del prof. Pasquale Palmeri, sul piano teorico ed empirico affonda le sue radici su un’accurata ricognizione delle innovazioni storico-politico-culturali intraprese a partire dagli anni ’68 a livello nazionale ed europeo, accendendo i propri riflettori sugli statuti delle maxi-sperimentazioni che si sono sviluppate in Italia dalla metà degli anni Settanta sino alla fine degli anni Ottanta.

Nello specifico, la ricerca si focalizza sulla sperimentazione attuata in quel periodo in seno all’Istituto “Luigi Stefanini” di Mestre alla luce dei fattori di natura sociale, economica e politica – precedenti e contestuali – che l’hanno consentita, promossa, giustificata.

Attingendo alle note storiche rinvenibili nel sito dell’attuale Liceo e che ne illustrano l’origine e l’evoluzione, merita ricordare che lo “Sperimentale Stefanini” prese avvio nel 1975, trovando la sua legittimazione nei Decreti Delegati del 1974 i quali, al n. 419, riconoscevano e regolamentavano le
sperimentazioni scolastiche in termini di “ricerca e realizzazione di innovazioni sul piano metodologico-didattico” nonché di “ricerca e realizzazione di innovazioni degli ordinamenti e delle strutture esistenti”.

Il lavoro intende dunque da un lato verificare la tenuta socio-culturale della sperimentazione e, nel contempo, individuarne i punti di forza e di debolezza che hanno condotto alle successive fogge dell’Istituto “Stefanini” e, dall’altro, dare protagonismo agli attori di una Scuola reale, vale a dire di un contesto educativo e formativo autonomo, decentrato, capace di rinnovare l’educazione e i suoi metodi come nelle più nobili esperienze delle cosiddette “scuole nuove”, sorte dalle teorizzazioni dell’attivismo pedagogico che si era diffuso in tutt’Europa tra la fine dell’800 e la prima metà del ’900 in risposta al bisogno di rivedere l’organizzazione, i contenuti e i metodi di una scuola non più rispondente ai bisogni di un mondo allora in rapida trasformazione.

Analogamente alle scuole attive, le sperimentazioni per il grado secondario di istruzione avviate a seguito della promulgazione dei Decreti Delegati – tra cui appunto quella dell’Istituto “Stefanini” – hanno posto l’attenzione sull’idea di scuola nel contempo capace di:

– rispondere alle attitudini e alle esigenze degli studenti,
– rimuovere ostacoli e condizionamenti culturali e sociali ad impedimento di un sano ed equilibrato sviluppo personale,
– promuovere e facilitare il più efficace processo di insegnamento-apprendimento in vista di un proficuo inserimento sociale e professionale entro la trama di un Paese – l’Italia – allora in esponenziale crescita.

Il fine di dette sperimentazioni, promosse in un momento storico in cui scuola e famiglia vivevano una profonda crisi inerente al proprio mandato identitario, era appunto quello di modificare la rigidità del sistema educativo tradizionale e di renderlo maggiormente adatto all’accompagnamento delle giovani generazioni nella loro formazione di cittadini e futuri lavoratori, ponendosi pertanto a fondamenta per una successiva e organica riforma della Scuola.

Per il suo lavoro Maddalena Muffatto si è avvalsa di una scrupolosa analisi delle fonti bibliografiche rinvenute in buona parte nell’Archivio della prof.ssa Manao ma soprattutto di una ricerca “di profondità”, grazie all’uso dell’intervista biografica – strumento ampiamente utilizzato nelle scienze sociali – nell’intento di raccogliere le esperienze di vita professionale di quei testimoni sensibili che hanno direttamente vissuto la sperimentazione “Stefanini”, al fine di ricavare dati empirici necessari alla lettura e all’interpretazione dell’oggetto d’interesse.

Risalto particolare viene dato alla figura del prof. Pasquale Palmeri, promotore e sostenitore della sperimentazione, che si è instancabilmente prodigato per coordinare un coeso gruppo di docenti impegnati nell’implementare un rinnovamento globale del processo educativo e didattico, facendo tesoro del contributo degli studenti, delle loro famiglie e dell’intero tessuto sociale.

Il saggio è articolato in otto capitoli. I primi tre, soprattutto, si sforzano di contestualizzare e connettere le istanze di rinnovamento della scuola e l’affermazione della sperimentazione dello Stefanini tra gli anni Settanta e Ottanta ai processi sociali, politici e culturali, agli eventi, talvolta anche drammatici, che hanno attraversato la storia di Mestre e del nostro Paese.

Una ricca ed aggiornata bibliografia, oltre che le testimonianze di alcuni protagonisti protagonisti del tempo, supporta un lavoro di ricerca che ha l’obiettivo di fornire, soprattutto ai giovani, strumenti di lettura e comprensione di una realtà complessa che sommariamente viene affrontata dai libri di testo.

Viene, perciò, innanzitutto fornito un quadro sintetico delle riforme e delle istanze innovative che hanno visto la trasformazione della scuola a partire dalla contestazione del ’68 e degli anni immediatamente successivi, caratterizzatasi per quegli importanti movimenti partecipativi degli studenti e del mondo operaio.

Nel secondo capitolo vengono analizzati alcuni tra i principali elementi connotanti il contesto sociale, politico e culturale locale ove la sperimentazione “Stefanini” ha preso forma, per approfondire nel terzo capitolo le istanze sottese al bisogno di molti istituti della terraferma veneziana di un forte rinnovamento didattico.

Il quarto capitolo esplora, invece, il modello organizzativo ed educativo alla base della sperimentazione “Stefanini” attraverso la disamina di molteplici elementi strutturali e funzionali del progetto, tra cui l’atmosfera educativa, la nuova professionalità docente innestata in orari di cattedra e di servizio del tutto flessibili, la rete di coordinamento a supporto della tenuta organizzativa, metodologico-didattica e compartecipativa di tutte le componenti coinvolte, la collegialità, il setting operativo con il superamento dello spazio-classe, l’apertura verso l’esterno e, non da ultima, la responsabilizzazione personale e collegiale nel governo della scuola.

Il quinto capitolo esamina le linee programmatiche del curricolo scolastico, caratterizzato da una innovatività educativa esplicitata nella riformulazione degli assi culturali, metodologici e operativi che, dal punto di vista organizzativo e didattico, hanno fornito il basamento strutturale della sperimentazione, fondando quel framework valoriale indispensabile alla sua attuazione.

Il sesto capitolo vaglia le diverse tipologie di maxi-sperimentazioni che hanno diversificato il sistema scolastico italiano tra gli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta, al fine di comprendere se connotassero realtà frammentate e autoreferenziali o, viceversa, esperienze strutturate e fondate su obiettivi e metodologie condivisi.

Il settimo capitolo analizza vari esempi di maxi-sperimentazioni autonome sorte nello stesso periodo in varie zone d’Italia, nell’intento di individuare similitudini di contesto e di cultura tra le diverse esperienze nei confronti dello Sperimentale “Stefanini”, tenuto conto del background socio-politico in cui i docenti si trovavano ad operare, comparando altresì i fattori inerenti la responsabilizzazione e la partecipazione degli studenti, le modalità valutative degli apprendimenti, il livello di produttività dell’esperienza in relazione alla scuola tradizionale.

L’ottavo capitolo approfondisce le motivazioni e le cause che portarono alle riforme del sistema italiano di istruzione e formazione a partire dalla metà degli anni Ottanta, dalle quali è derivata una progressiva normalizzazione delle sperimentazioni autonome, sostanzialmente attuata per via amministrativa nell’alveo di una notevole trasformazione degli ordinamenti della scuola secondaria.

Infine, chiude il saggio una ricca appendice che riferisce del principale protagonista della ricerca – il prof. Pasquale Palmeri – oltre che degli intervistati. Essa contiene inoltre una importante riflessione sulla maxi-sperimentazione della professoressa Lucia Marchetti.

E io stessa, nella mia veste di Dirigente, spesso raccolgo le testimonianze di genitori che, iscritti i figli presso il nostro Istituto, mi esprimono gioia nel ricordo di un periodo di vita assai fecondo per la loro crescita, grazie alla frequentazione dello Sperimentale “Stefanini”, ricco di possibilità di conoscere, di creare, di instaurare relazioni con formatori sapienti e accoglienti, di creare amicizie genuine, di trovare affetti e anche l’amore.

Leggendo le prossime pagine verrà quasi naturale chiedersi quale sia il ruolo fondante, nella crescita e nella formazione delle giovani generazioni, non solo della scuola ma della società tutta. Nell’immedesimazione che offre il saggio sta una delle ragioni della sua forza narrativa, forse per quel suo portarci all’indietro, nel “rimpianto” di modello di scuola inclusiva e aperta alle innovazioni di una cultura in rapida evoluzione e in contrasto con la tradizione, ma forse anche per quelle inevitabili affioranti “critiche riflessive” sulla scuola, sui giovani d’oggi e soprattutto sulla nostra volontà di contribuire a una comunità davvero democratica.

Premessa

I miei perché…

Era il 1997 quando, con grande orgoglio, presentai la mia preiscrizione alla secondaria di secondo grado per iniziare il cammino verso la professione che fin da piccola desideravo fare mia: l’insegnamento. La scelta fu quindi per il liceo socio-psicopedagogico, una delle opzioni tra vari corsi di studio presenti all’Istituto Magistrale St. “L. Stefanini” di Mestre (1). Istituto che però non conobbi mai perché ritirai la preiscrizione, a favore di un’altra scuola, quando il mio professore di lettere della terza media, quello che ritenevo essere un adulto di riferimento, mi disse di fronte a tutto il gruppo-classe che, se avessi intrapreso quel percorso, non sarei mai stata in grado di terminare gli studi e avrei fallito. A questo avvenimento, che ha segnato profondamente la mia biografia, ancora oggi non riesco ad attribuire una valenza educativa, visto che il mio rendimento scolastico, agli occhi di quell’insegnante, e di tutto il corpo docente, veniva ritenuto buono. Non posso fare a meno di ipotizzare che quella scuola mi sia stata sconsigliata solamente per la mia umile provenienza socio-culturale dal momento che, sempre di fronte al gruppo-classe, figli di insegnanti, anch’essi con un percorso scolastico definito buono, erano stati invece elogiati dai docenti della classe per avere scelto lo “Stefanini”.

Nel 2020, inaspettatamente, mi si è presentata l’opportunità di fare ricerca proprio su quello che avrebbe dovuto essere, secondo me, il “mio Istituto”, al cui interno, oltre quattro decenni prima, si era elaborato un progetto complesso di sperimentazione, realizzando un modello di scuola che sapevo essere stato molto innovativo per il momento in cui nasceva (2).

Fin dall’inizio, ho confidato perciò di trovare conferma a quanto da ragazzina avrei voluto conoscere e vivere, cioè una scuola “aperta a tutti”, dalla quale nessuno venisse escluso. Da lì, dallo “Stefanini”, sviluppando ulteriormente il mio percorso, mi sono avvicinata poi ad altre esperienze di maxi-sperimentazione autonome presenti in Italia all’epoca, che perseguivano finalità comuni.

Dal confronto con queste varie realtà e dalla loro contestualizzazione, mi sono allora posta l’obiettivo di capire “com’era” una scuola che voleva reagire a una visione elitaria e selettiva dell’istruzione, interrogandomi su quale modello educativo era stato messo in atto per garantire inclusione, ma anche un apprendimento di qualità. Un modello di scuola che, nel mio passato, mi era stato negato.

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(1) Nel 1997, non c’era più la maxi sperimentazione di cui invece tratterò nel presente lavoro. Mi sarei iscritta perciò ad uno degli “indirizzi Brocca” che avevano soppiantato i corsi sperimentali autonomi, conservando di essi però diversi aspetti.

(2) La maxi-sperimentazione allo “Stefanini” iniziò a metà degli anni Settanta sulla “spinta al cambiamento” data dai vari movimenti – studenteschi, operai, femministi, etc. – sorti attorno al Sessantotto e successivamente. Essi reclamavano una scuola “democratica”, di  “qualità” e “aperta a tutti”: una “scuola nuova”. Con quest’ultima espressione, si intende normalmente una specifica corrente pedagogica, ma nel corso della ricerca con essa si indicano anche più in generale le istanze di rinnovamento della scuola che si affermavano nel tempo, in linea con i principi dell’attivismo pedagogico. Il periodo da me considerato ha come fulcro una quindicina d’anni circa: dalla fondazione della sperimentazione nel 1974-75, agli interventi del ministero, concentrati tra il 1985 e il 1988, che segnarono progressivamente la fine della piena autonomia sperimentale e l’eliminazione dei tratti più originali del progetto. Questo periodo ha come protagonista primo Pasquale (Lino) Palmeri, fondatore e coordinatore dei corsi sperimentali, andato in pensione nel 1986.


Introduzione:  “Da dove” e “assieme a chi” nasce questa ricerca   (in PDF)


Il link su www.cleup it

https://www.cleup.it/product/41129377/lo-sperimentale-stefanini-di-mestre


Copertina


RASSEGNA STAMPA

“Lo Sperimentale Stefanini di Mestre” il saggio che ripercorre l’avanguardia educativa tra gli anni ’70 e ’80. Non è solo la storia di una scuola, ma il racconto di una città in fermento e di una rivoluzione didattica che ha fatto scuola in tutta Italia.

Oggi (09 aprile 2026) ne parla Il Gazzettino, celebrando il lavoro di ricerca e le tantissime testimonianze raccolte in oltre 600 pagine.

scheda libro
https://www.cleup.it/product/41129377/lo-sperimentale-stefanini-di-mestre

Il Gazzettino