Ulisse torna a Itaca e inventa l’etica della responsabilità

Ulisse torna a Itaca e inventa l’etica della responsabilità

La genesi antica di un concetto alla base della giustizia

 

Nel Corriere della Sera del 12 giugno 2022, a pag. 41, è pubblicato questo articolo di Eva Cantarella, global professor alla New York University Law School, già docente di Diritto romano e greco all’Università Statale di Milano, autrice di numerosi saggi.

 

L’epiteto tradizionale che in Omero accompagna il nome di Ulisse è polymetis (dalle molte astuzie). Ma non è su questa sua celebratissima caratteristica che mi soffermerò bensì su un’altra delle sue qualità, assai meno nota, che ne mette peraltro in evidenza un aspetto del quale ci si interessa molto più raramente. E che è, invece, quella che fa di lui un personaggio importante, al di là della storia della letteratura, in quella dell’umanità: nella storia di noi, esseri umani.

Ulisse infatti è l’eroe che ci pone di fronte al momento fondamentale della nostra storia, rappresentato dalla presa di coscienza di essere dei soggetti liberi di autodeterminarsi: alla scoperta della nostra libertà morale, quella di essere, ciascuno di noi, un soggetto. La consapevolezza di quella che gli anglosassoni chiamano authorship, infatti, non è un dato innato. Per molto tempo gli esseri umani si sono sentiti in balia di forze esterne, superiori e incontrollabili, a cominciare da quelle della natura, spesso divinizzate. E a testimoniarlo stanno i poemi omerici, che con grande frequenza, per non dire regolarmente, attribuiscono le azioni umane al volere divino. Ma questo non impedisce che, a volte, gli eroi mostrino di essere in grado di determinarsi: come, più di una volta, l’Ulisse del quale parleremo.

Ulisse, infatti, era un eroe che ovviamente possedeva tutte le qualità necessarie per essere tale: la capacità di imporsi in tutte le occasioni, dal campo di battaglia alle contese verbali nelle assemblee, accompagnato dalla forza di vendicare i torti: chi li subiva senza farlo era considerato un vile, e il suo status sociale ne veniva irrimediabilmente diminuito. Ma questo non impedisce che, proprio in quelle circostanze, Ulisse si dimostri sensibile a istanze ad altri sconosciute, come l’aspirazione a una giustizia che tenesse conto di quello che oggi chiamiamo l’atteggiamento soggettivo dell’agente, vale a dire la volontarietà o la involontarietà dell’atto offensivo, e sulla base di questo arrivi a perdonare come dimostra, in particolare, il suo comportamento dopo il ritorno a Itaca.

Finalmente arrivato in patria, il suo primo pensiero è organizzare la vendetta contro i ben 108 proci, che in sua assenza avevano insidiato sua moglie e occupato la sua reggia, comportandosi da padroni. Trasformato da Atena in mendicante e ammesso ad assistere alla famosa gara dell’arco (al cui vincitore Penelope sarebbe stata assegnata in moglie), Ulisse –quando uno dopo l’altro tutti i proci falliscono- entra finalmente in azione: aiutato dal figlio Telemaco e da Eumeo e Filezio, due dipendenti rimastigli fedeli, dà inizio a una vera carneficina: uno alla volta i proci cadono. Vani i tentativi di alcuni di questi di giustificarsi. Ulisse neppure li ascolta: la vendetta è una questione d’onore: contano i fatti, non le intenzioni. Ma il suo atteggiamento cambia quando arriva il momento di punire i suoi dipendenti infedeli. Tra questi sta anche Femio, l’aedo, che peraltro, come Telemaco conferma, aveva cantato per i proci per necessità (ananke), vale a dire costretto. E per questo viene risparmiato, così come per la stessa ragione l’araldo Medonte: l’uno e l’altro sono incolpevoli (anaitioi).

Ulisse capo-casa è diverso da Ulisse-vendicatore. E’ diverso perché sono diverse le logiche che ispirano la sua azione. Come vendicatore risponde alla logica dell’onore, che ignora colpe, atteggiamenti mentali, stati soggettivi. Ma come capo-casa, quando amministra la giustizia domestica, non deve riequilibrare un rapporto sociale alterato da un comportamento offensivo. I dipendenti non sono suoi pari.

Nei loro confronti deve riaffermare il suo ruolo di capo e garantire l’ordine all’interno del gruppo. E in quella veste è l’eroe di un nuovo mondo: con lui, in quel momento, si profila una nuova organizzazione sociale, nella quale alla base della responsabilità non sta più il semplice rapporto causa-effetto: sta la colpevolezza.

Per la prima volta Ulisse afferma una nuova etica che, di lì a poco, si affermerà come principio fondamentale anche nella sfera pubblica: nel 621/620 a.C., infatti, la prima legge ateniese porrà questo concetto alla base anche della giustizia cittadina. Nasce, con questo, l’etica della responsabilità: quella che nella sfera della giustizia privata era stata anticipata da Ulisse.

                                                                  Eva Cantarella