E’ da brividi il potere smascherato da Tiziano

E’ da brividi il potere smascherato da Tiziano

Tiziano, “Ritratto di papa Paolo III con i nipoti”, olio su tela, 1545-1546. Napoli, Museo nazionale di Capodimonte.

 

Senza questa tela micidiale non avremmo forse mai avuto i ritratti di Velàsquez, Goya, Francis Bacon. Perché qua Tiziano ha la forza morale e il coraggio di colpire il potere, e proprio mentre è chiamato a celebrarlo. Lo fa con l’unica arma che possono (e devono) usare artisti, scrittori, intellettuali: dire la verità.

Papa Paolo III –il grande pontefice del Concilio di Trento e del Giudizio Universale di Michelangelo- è un vecchio rattrappito: la testa curva che si gira a fatica, la gobba, le gambe lunghe e magre tese sotto la veste papale. Ma la mano che si aggrappa come un artiglio al bracciolo del trono e la pelliccia maculata che fodera (con indicibile fasto orientale) l’interno della manica ci dicono che questo vecchio terribile è un grande di questo mondo.

Tiziano lo ritrae come il motore immobile di un sistema di potere governato da leggi tanto ferree da rendere gli uomini alla stregua di automi. Accade ai due nipoti: l’ecclesiastico e il laico, il cardinale e il principe, il rosso e il nero. Le due anime del potere papale: sulle anime e sui corpi, spirituale e temporale.

Il cardinale Alessandro, diritto nella sua sofferente dignità: l’unico a guardarci, con occhi che svelano un fondo di malinconia che è forse l’unico indizio di umanità in questo quadro terribile. E Ottavio, piegato untuosamente in un falsissimo inchino: lo sguardo viscido, la mano sinistra che regge la spada.

E poi l’orologio d’oro, sul tavolo rosso, frammento di natura morta che svela implacabilmente i congegni del potere: lo zio papa è vecchio, bisogna far presto. Perpetuare il potere: ordire congiure, costruire Stati, ricattare, fare cardinali, disfare principati.

Cinismo, familismo amorale, rapacità ipocrisia, servile opportunismo: davvero un ritratto fatale del carattere di un potere (quello italiano, sempre indelebilmente curiale) destinato a perpetuarsi nei secoli, e fino a noi eguale a se stesso.

Tiziano usa lo strepitoso successo del suo colore divino per far cadere il velo. Impone la verità ai suoi stessi padroni. Che la subiscono: perché –come ha scritto Hannah Arendt molto tempo dopo- “la verità, anche se priva di potere, e sempre sconfitta nel caso di uno scontro frontale con l’autorità costituita, possiede una forza intrinseca: qualsiasi cosa possano escogitare coloro che sono al potere, essi sono incapaci di scoprire o inventare un suo valido sostituto. Persuasione e violenza possono distruggere la verità, ma non possono rimpiazzarla”.

 

                                                                  Tomaso Montanari

 

(articolo pubblicato nel “Venerdì di Repubblica” del 6 ottobre 2017)

 

Fin qui la rubrica di Montanari con una sintesi mirabile ed efficace. A me sembra che Tiziano tragga spunto dal “Leone X e i due cardinali” di Raffaello. Anche qui si sta svolgendo un colloquio riservato tra il papa e uno dei presenti, mentre l’altro, il card. Alessandro, è in posa ufficiale, in un misurato ma accorto distacco, e guarda lo spettatore. Anche qui si interpretano tre diversi caratteri. Ma, più di Raffaello, Tiziano sonda spregiudicatamente l’intimo del loro animo, soprattutto del papa e di Ottavio: da un lato il vecchio pontefice, rotto a tutte le astuzie della politica, le spalle curve per il peso degli anni, i piccoli occhi acuti scrutatori, la mente attenta a cogliere ogni piccola sfumatura del discorso, diffidente, volpino, forse anche crudele; dall’altro Ottavio, strisciante, ambiguo, ipocrita, il cappello in mano, l’altra mano posta a sostegno della spada mentre si accinge a inginocchiarsi, nell’atto formale e interessato dell’ossequio. Con analisi penetrante e acuta definizione psicologica ha reso il carattere ambiguo dei personaggi di questa scena: la gamma dei rossi si dispiega con rapide modulazioni di luce sui panneggi dei protagonisti e sui tendaggi che stanno alle loro spalle. Il distacco di Alessandro si contrappone all’atteggiamento viscido di Ottavio, che si rivolge con ossequiosità untuosa e servile al vecchio papa.

Dei tre personaggi il nostro pittore evidenzia con magistrale acutezza la peculiarità dei rispettivi caratteri, sottolineando non tanto la loro fisionomia fisica quanto quella morale e sottoponendo la trama delle relazioni familiari di casa Farnese, che il colloquio dei tre esponenti è chiamato a significare, a una disincantata e impietosa indagine.  Bertelli sottolinea che l’immagine, svuotata di qualsiasi sottolineatura anatomica ed evidenza spaziale, dimostra come il confronto diretto con l’ambiente artistico romano, invece che confermare l’interesse di Tiziano per le problematiche formali legate al plasticismo di impronta michelangiolesca, lo avesse semmai attenuato a favore di una personale e inedita interpretazione delle istanze intellettualistiche della Maniera.

 

                                                        Gennaro  Cucciniello