Giacomo Leopardi, “La sera del dì di festa”. Una lettura.

“La sera del dì di festa” di Giacomo Leopardi. Un’ipotesi di lettura.

 

Questo è un lavoro scritto nel marzo 1993 da una studentessa del quinto anno del Liceo Linguistico “L. Stefanini” di Venezia-Mestre. L’esercitazione dimostra che una ragazza di diciotto anni può essere capace di un’analisi accurata e paziente, ricca di osservazioni acute e strutturata su solide basi metodologiche, pur con qualche ingenua ed inevitabile approssimazione. Non ho riportato le notizie e le valutazioni, pur filtrate con intelligenza, sull’autore (biografia, ideologia, poetica), naturalmente ricavate dai manuali e da alcune pagine saggistiche. Mi ha interessato, invece e soprattutto, valutare positivamente la personale “fatica del concetto”, germoglio di buone letture. A diciotto anni un testo non deve solo provocare emozioni ma aprire porte, sviluppare la lunga gestazione di un pensiero, aiutare a costruire un personale e critico punto di vista. Penso che l’analisi di un testo poetico sia molto interessante quando l’interprete riesce a farci capire cosa c’è dietro la sua tessitura linguistica e metrica e perché è stato costruito così in tanti suoi passaggi. Non voglio, perciò, che questi micro-testi siano sepolti nel dimenticatoio terribile degli archivi scolastici, per poi finire malinconicamente bruciati o dispersi.

prof.  Gennaro  Cucciniello

 

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna. O donna mia,

già tace ogni sentiero, e pei balconi                                                5

rara traluce la notturna lampa:

tu dormi, che t’accolse agevol sonno

nelle tue chete stanze; e non ti morde

cura nessuna; e già non sai né pensi

quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.                                    10

Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno

appare in vista, a salutar m’affaccio,

e l’antica natura onnipossente,

che mi fece all’affanno. A te la speme

nego, mi disse, anche la speme; e d’altro                                       15

non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.

Questo dì fu solenne: or da’ trastulli

prendi riposo; e forse ti rimembra

in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti

piacquero a te: non io, non già ch’io speri,                                    20

al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo

quanto a viver mi resti, e qui per terra

mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi

in così verde etade! Ahi, per la via

odo non lunge il solitario canto                                                                    25

dell’artigian, che riede a tarda notte,

dopo i sollazzi, al suo povero ostello,

e fieramente mi si stringe il core,

a pensar come tutto al mondo passa,

e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito                                         30

il dì festivo, ed al festivo il giorno

volgar succede, e se ne porta il tempo

ogni umano accidente. Or dov’è il suono

di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido

de’ nostri avi famosi, e il grande impero                                        35

di quella Roma, e l’armi, e il fragorio

che n’andò per la terra e l’oceano?

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

il mondo, e più di lor non si ragiona.

Nella mia prima età, quando s’aspetta                                          40

bramosamente il dì festivo, or poscia

ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,

premea le piume, ed alla tarda notte

un canto che s’udia per li sentieri

lontanando morire a poco a poco,                                                   45

già similmente mi stringeva il core.

 

Schema metrico: endecasillabi sciolti. Composto a Recanati forse nell’ottobre del 1820, pubblicato nel Nuovo Ricoglitore di Milano in due puntate successive del dicembre 1825 e gennaio 1826 e poi nell’edizione bolognese dello stesso anno. Ebbe fino all’edizione napoletana del 1835 il titolo di “La sera del giorno festivo”.

Seguirò questa partizione: vv. 1-6: contemplazione e descrizione di un paesaggio notturno lunare; vv. 7-11: indifferenza o inconsapevolezza della donna amata; vv. 11-12: il poeta contempla un cielo apparentemente benigno; vv. 13-24: il poeta riflette sul proprio destino, pensa con amarezza ai sogni della donna che non l’hanno mai riguardato, grida la propria infelicità e disperazione; vv. 24-27: percezione del canto solitario di un artigiano; vv. 28-39: l’ineluttabile trascorrere del tempo, la distruzione di ogni cosa vivente, la vanità di un glorioso passato; vv. 40-46: ricordo di una situazione infantile simile a questa. Il silenzio e la quiete sembrano sconfinare nel mesto silenzio della morte.

Versi 1-6: Il paesaggio notturno.

V. 1: All’inizio il soggetto (la notte) è posto al centro del verso, preceduto dai suoi aggettivi e da un “senza vento”, posposizione che completa il campo semantico di un notturno silenzioso, dominato da pace e quiete, illuminato solo dalla luce della luna. “Dolce e chiara”, coppia di aggettivi di derivazione petrarchesca, al principio del verso acquistano maggior risalto; “dolce” non esprime un colore, un aspetto bensì uno stato d’animo, la notte sentita prima che descritta; solamente dopo, la sensazione dà luogo all’osservazione, “chiara” (luminosa, mite). Qualche critico si è sforzato di ritrovare, al di là di Petrarca, le fonti di questo verso: in un poeta del ‘500 (“dolce e chiara verrà l’aura”), in uno del ‘700 (“notte stellata e senza vento”), c’è già tutto il verso ma è Leopardi l’alchimista che dà alle parole la collocazione definitiva. Comincia da subito il fitto tessuto delle assonanze che tramerà incessantemente il testo: “dolce, notte”, un suono che si distende nel ritmo lento dei bisillabi piani e che completa, in sinestesia e assonanza, la percezione sensoriale dell’attacco lirico: come nell’”Infinito” anche qui è la vista che dà inizio alla meditazione. Nell’ampio polisindeto dei primi versi i numerosi incontri di vocali creano, secondo qualche critico, un effetto musicale di pianissimo, rinforzato dagli aggettivi e dai verbi tutti anteposti ai sostantivi.

V. 2: “queta”, in assonanza con “senza”, precede di molto il soggetto (la luna, v. 3) e indica tranquillità sia fisica che spirituale (vedi “dolce”). I due spazi indicati comprendono la totalità del paesaggio: lo sguardo si abbassa dal cielo sui tetti e tra gli orti (le case e i terreni, la vita degli uomini e della natura) –interessante l’allitterazione in “t”- e si prolunga la melodia dei bisillabi.

V. 3: “posa” (si riposa) riprende il motivo di pace e serenità già proposto con “queta” ma con quanta più vaghezza e immaterialità, con un ritmo poetico magico e lieve (altrettanto farà “il mondo” al v. 38 ma con un senso di profonda desolazione). Con il soggetto, “luna”, finisce la successione dei bisillabi: la luna traspare tra le piante e macchia la campagna di luci e di ombre. “di lontan”: espressioni simili si trovano ai vv. 25 (non lunge) e 45 (lontanando) e sempre esprimono un senso di indeterminatezza, di vastità. Il verbo “rivela” (svela, fa apparire, rende netto il profilo) si contrappone forse alla notte che, seppur chiara, evoca un’idea di oscurità e quindi tende a celare ogni cosa ai nostri occhi. Proprio riguardo alla luce della luna si può leggere in una pagina dello Zibaldone: “è piacevolissima e sentimentalissima la stessa luce (del sole o della luna) veduta nelle città, dov’ella è frastagliata dalle ombre, dove lo scuro contrasta in molti luoghi col chiaro, dove la luce in molte parti degrada appoco appoco, come sui tetti” (p. 1745).

V. 4: “serena”, in magica assonanza con “rivela”, si riferisce a “montagna” ma coinvolge anche la luna; anche questo aggettivo (come “dolce e queta”) suggerisce uno stato d’animo. “ogni montagna”: tutte e ognuna, viste ad una ad una e abbracciate insieme con lo sguardo. Questa descrizione notturna rievoca un passo dell’Iliade (VIII, 555-8), tradotto dallo stesso Leopardi: “Sì come quando graziosi in cielo / rifulgon gli astri intorno della lune,/ e l’aere è senza vento, e si discopre / ogni cima de’ monti ed ogni selva / ed ogni torre…” ed è citato nel “Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica” quale esempio del patetico naturale negli antichi ma si nutre anche di varie reminiscenze letterarie, da Petrarca a Monti a Ossian. I due enjambements (vv. 2-3 e 3-4) e il polisindeto esprimono continuità ma d’improvviso, in mezzo a questo verso, c’è uno stacco brusco, “O donna mia”, in assonanza con “posa”: l’invocazione improvvisa turba la quiete dei primi versi. Ha inizio la seconda parte nella quale il poeta si rivolge direttamente alla donna di cui non conosciamo l’identità, si dubita persino che sia un personaggio reale; molti critici avvertono che non è che il simbolo di una insensibilità e di un’incomprensione più profonda: la natura, che si svela terribile e nega l’amore e la speranza.

V. 5: “tace ogni sentiero”, ora entra in campo l’udito e con una metonimia la viuzza di campagna è umanizzata. Il sentiero non può tacere ma, poiché non risuona più delle voci di coloro che lo percorrono in questa tarda ora della notte, è muto. Per la seconda volta il poeta usa il sostantivo preceduto da un aggettivo indefinito, “ogni”, a indicare l’insieme indeterminato delle vie, come prima delle montagne. Già Leopardi, ai suoi tempi, aveva commentato: “Palazzo bello. Cane di notte dal casolare al passar del viandante”.

V. 6: “rara..la..lampa”: assonanza delicatamente ambigua: nel borgo scarse sono le finestre illuminate e fioco e tenue è il chiarore che da loro traluce. Col verso precedente, tutto silenzioso, e con il bellissimo enjambement costruisce insieme metafora e sinestesia: è caduto il silenzio in ogni sentiero, si stanno spegnendo tutte le luci. Il campo semantico è omogeneo: la notte silenziosa, la pace, la quiete, la luce della luna, ed è uniformato dalle allitterazioni in “t, n, r, l”.  Crea effetti suggestivi la ripetizione di serie di a toniche accompagnate da liquide o da gruppi di nasale più consonante: “ràra traluce la notturna làmpa”. In una nota dello Zibaldone (1927-29) si legge: “Nelle mie passeggiate solitarie per le città, suol destarmi piacevolissime sensazioni e bellissime immagini la vista dell’interno delle stanze che io guardo di sotto dalla strada per le loro finestre aperte”. Motivo unificante è anche la percezione del tempo: in questi primi versi ci è stata presentata la micro-storia del villaggio, addormentato nella sera.

VV. 7-11: indifferenza o inconsapevolezza della donna idoleggiata.

vv. 7-8. Il poeta si rivolge ancora alla donna e il primo “tu dormi” è in armonia con la pace della notte, col sonno tranquillo nelle stanze silenziose. “Chete stanze” è una variante della “queta luna”  dei vv. 2-3. Il poeta insiste sulla facile tranquillità del riposo della sua interlocutrice per creare un effetto di contrasto con la sua successiva drammatica condizione. Il contrasto è accentuato anche dall’uso frequente di particelle (pronomi, aggettivi) riferiti alla donna: tu, t’accolse, tue stanze, ti morde. Nella percezione del tempo alla piccola storia del villaggio comincia ad intrecciarsi la vicenda dell’individuo

vv. 8-9. Il ritmo si fa concitato e i suoni più aspri, le negazioni insistenti (non, né, nessuna). La donna non è tormentata da alcun affanno: cura nessuna, la posposizione dell’aggettivo ne rinforza il valore.

vv. 9-10. Ancora le negazioni sono centrali (non sai, né pensi) rafforzate dal “già”, le assonanze si infittiscono (quanta piaga, in mezzo al petto), anche con enfasi retorica. E’ interessante il tempo del verbo, “apristi”: passato remoto, in contrasto col presente insistito di “dormi, morde, sai, pensi”: la ferita amorosa risale ad un tempo anteriore alle notazioni di questa sera festiva.

VV. 11-12: contemplazione d’un cielo apparentemente benigno.

Ora l’anafora del “tu dormi” è isolata, chiusa dalla punteggiatura, e prepara il brusco passaggio all’antitesi dell’io (invece). “M’affaccio a salutar” : la frase è ambigua, può descrivere il giovane Giacomo che fiducioso dalla finestra guarda il cielo sereno o il poeta che sembra quasi esibire un gesto di sfida a quella natura considerata ormai come avversaria. In realtà la natura è il vero oggetto dell’amore del poeta, che ne è tuttavia respinto; la figura della donna amata è soltanto una personificazione di tale esigenza di amore, non corrisposto. “antica”: rafforza l’onnipotenza della natura, riporta il suo potere a tutti i millenni passati, a tutte le lunghe ere trascorse.

VV. 13-24: riflessione sul proprio destino, infelicità e disperazione gridate.

vv. 13-14. L’eterna onnipotente natura che, creandomi, mi destinò al dolore. I due aggettivi, “antica, onnipossente”, ai lati del sostantivo, “natura”, posti in un unico verso, ne dilatano semanticamente il respiro poetico e il significato cosmico: il senso della perennità, dell’irriducibilità della vita e il segno della maestà e della potenza della madre natura. Ritengo utile a questo punto riallacciarmi a una lettera che Leopardi aveva scritto a Pietro Giordani il 6 marzo 1820. Vi si legge: “Sto anch’io sospirando la bella primavera come l’unica speranza di medicina che rimanga allo sfinimento dell’animo mio; e poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro, un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale ero certo di ritornare subito dopo, com’è seguìto, m’agghiacciai dallo spavento, non arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo; delle quali cose un anno addietro si componeva tutto il mio tempo”.

vv. 14-16. Il poeta immagina e riporta le parole che la natura gli rivolse quando, creandolo, lo destinò al dolore. Qui è la Natura stessa che parla, quella natura che è il vero oggetto del suo amore e che tuttavia lo respinge. Voglio sottolineare che Leopardi parla solo di sé, “mi fece” e non ci fece, non accomuna se stesso agli altri uomini (vedi: “a te nego, mi disse, gli occhi tuoi”). L’enjambement tra i vv. 14-15 crea un forte effetto di sospensione in quanto separa la speme, complemento oggetto, e il verbo nego, che subito l’annulla. Il tema della speranza è ripreso per rimarcare la negazione di ciò che pure è concesso agli altri uomini. “Brillin gli occhi tuoi di pianto”: qui riesce a rendere negativo anche un verbo come “brillare”; gli occhi brillano normalmente di gioia ma i suoi sono destinati a brillare solo di lacrime. In questa immagine è sintetizzato il suo dolore continuo, la sua eterna sofferenza. Il ritmo sempre più drammatico è segnato dai verbi numerosissimi (in sei versi, 11-16, se ne contano ben otto) e dalle assonanze (onnipossente, fece, speme, solenne) e più in là (prendi, piacesti, speri).

vv. 17-21. Dopo essersi abbandonato a considerazioni sulla sua triste condizione il poeta torna a rivolgersi alla donna, sempre connotata da passività, e costruisce nuovamente opposizioni. Non dimentichiamoci che la contrapposizione è tra due figure giovanili: quella della fanciulla che si abbandona fiduciosa alle sue gioie e alle sue ingenue vanità, in armonia con la quiete notturna, e quella di Giacomo, destinato dalla natura all’infelicità. Fu: il passato remoto indica che il giorno festivo è ormai terminato; si contrappone a or (seguito poi da un verbo al presente, prendi). La donna si riposa dopo “i trastulli” , e la parola dà l’idea della spensieratezza, della vita totalmente priva di affanno, soprattutto se si collega all’agevol sonno del v. 7, alle chete stanze del v. 8, o anche alla cura nessuna  del v. 9. La donna, poi, non prende riposo da un lavoro, da fatiche ma unicamente dagli svaghi che l’hanno occupata durante il giorno. Sembra che il poeta ora penetri facilmente nei pensieri femminili. Forse ti rimembra: al chiasmo costruito sull’andirivieni di sguardi cupidi e di pensieri compiacenti, a quanti oggi piacesti,  e quanti piacquero a te, Leopardi fa seguire la sua consapevolezza dolorosa, due io, posti a brevissima distanza e preceduti da due negazioni. Ancora una volta è centrale il tema del tempo: è trascorsa la giornata festiva e siamo immersi nella sera di Recanati, tutto è pace e silenzio, la festa è già caduta nell’oblio, essa continua –forse- solo nei sogni della donna. Nel “Passero solitario” il poeta ritornerà a descrivere quel guardare e vagheggiarsi reciproco dei giovani paesani in un giorno festivo (“Tutta vestita a festa / la gioventù del loco / lascia le case e per le vie si spande;/ e mira ed è mirata, e in cor s’allegra”). Il dolore appartiene alla vicenda individuale ma sta incubando il pensiero della grande storia del mondo, come tutte le cose naturali che passano e finiscono.

vv. 21-24. Ora il poeta impreca contro la Natura che l’ha destinato esclusivamente a soffrire. “Intanto io chieggo”: ritorna la contrapposizione tra la donna e Leopardi, introdotta da un avverbio che indica la contemporaneità dell’azione; la giovane donna dorme e sogna compiaciuta, il nostro autore si tormenta. Il destinatario della domanda non è espresso ma abbiamo motivo di credere che si tratti di sé stesso e della natura onnipotente. C’è angoscia, si sente escluso dall’armonia naturale e destinato al dolore e a una vita priva di speranze. Il poeta ama la natura: in fondo la figura di questa donna amata non è che la personificazione di questa esigenza di amore ma che non è corrisposto. In una lettera al Giordani del 24 aprile 1820, quasi negli stessi giorni perciò, Leopardi aveva scritto: “Io mi getto e mi ravvolgo per terra, domandando quanto mi resta ancora da vivere”. L’accumulazione di polisindeti, pieni di enfasi (mi getto e grido e fremo) sfocia nell’esclamazione: “Oh giorni orrendi” del v. 23 (con la predominanza della vocale “o”), mentre la “verde etade” del v. 24 (età così giovane) è caratterizzata dalla vocale “e”. Il chiasmo “giorni orrendi” (sostantivo + aggettivo) / “verde etade (aggettivo + sostantivo) è il primo e unico, anche se vago, riferimento alla sua età. All’epoca in cui Leopardi scrisse questo idillio aveva 22 anni. Si accentua così il contrasto drammatico, non solo di contenuti: con l’allitterazione in “r” si denota la terribilità della sofferenza mentre il colore verde spiega le speranze e i sogni della giovinezza.

vv. 24-27: Si ode un canto solitario. Ahi, per la via sento non lontano il canto solitario di un artigiano che, dopo i divertimenti della festa, torna a tarda notte alla sua povera casa. Questa parte del racconto poetico si apre con l’ascolto di una voce solitaria: è una sensazione che nello “Zibaldone” Leopardi pone tra le indefinite e più care: “E’ piacevole per se stesso, cioè non per altro, se non per un’idea vaga ed indefinita che desta, un canto (…) udito da lungi o che paia lontano senza esserlo, o che si vada appoco appoco allontanando” (pp. 1928-29). Si insiste perciò sul “non lunge” che riprende il “di lontan” del v. 3 e anticipa il “lontanando morire a poco a poco” del v. 45. Il passaggio è alla metà del verso 24: “in così verde etade! Ahi per la via…”: c’è una forte pausa, segnata dal punto esclamativo; sostengono alcuni critici che il legame possa essere: sono orribili i giorni del poeta ma anche questa infelicità è un nulla, è destinata a svanire nel passare inesorabile del tempo, come vedremo più avanti. Da qui, da questa sensazione uditiva che in apparenza distrae il corso dei pensieri del poeta, si avvia una dolorosa e struggente meditazione sullo scorrere del tempo. Questo canto che rompe il silenzio della notte ha la stessa funzione che nell’Infinito aveva svolto il vento che stormiva fra le piante. Ancora in un passo dello Zibaldone Leopardi aveva scritto: “Dolor mio nel sentire a tarda notte seguente al giorno di qualche festa il canto notturno de’ villani passeggeri. Infinità del passato che mi veniva in mente, ripensando ai Romani così caduti dopo tanto romore e ai tanti avvenimenti ora passati ch’io paragonavo dolorosamente con quella profonda quiete e silenzio della notte, a farmi avvedere del quale giovava il risalto di quella voce o canto villanesco” (pp. 50-51, del 1819). In “sollazzo” c’è l’idea dell’allegria rumorosa cui s’abbandona la gente semplice nelle sere di festa.

vv. 28-39: Il trascorrere del tempo, la distruzione di ogni cosa vivente, la vanità di un glorioso passato. E mi si stringe crudelmente il cuore pensando come tutto al mondo passa e quasi non lascia traccia. Al giorno di festa segue quello feriale e il tempo porta via con sé ogni vicenda umana. Dov’è ora la fama risonante di quei famosi popoli antichi? Dov’è la gloria dei nostri illustri antenati, e il grande impero della famosa Roma, e le armi e il fragore della sua potenza che si sparse per le terre e per i mari? Dappertutto c’è pace e silenzio, e il mondo sta immobile e muto e dei popoli antichi non si parla più.

Fieramente mi si stringe il core: se al v. 10 (quanta piaga m’apristi in mezzo al petto) il cuore del poeta era ferito dal suo amore per la donna, anche ora il cuore si contrae ma la ragione di questo dolore non è l’amore bensì il pensare. Molto interessanti, nei vv. 28-30, l’allitterazione in “r” che dà una sensazione stridente di tormento (fieramente, stringe, core, pensar, orma) e l’assonanza (tutto passa / orma non lascia) che riassume la vanità di tutte le cose terrene. Con l’Ecco, a metà del v. 30, sembra che Leopardi voglia dimostrare con l’esempio concreto la verità appena enunciata; e in quell’è fuggito il verbo spiega lo scorrere veloce, inarrestabile del tempo. Nel v. 32 l’aggettivo volgar indica il giorno lavorativo ma nel termine noi lettori moderni avvertiamo una sfumatura di squallore (è un disdegno per l’ordinario, per il ritorno alla vita consueta? Non so). Il chiasmo (E’ fuggito il dì festivo, verbo + soggetto / il giorno volgar succede, soggetto + verbo) indica stupendamente l’incessante susseguirsi dei giorni, sottolineato anche dai verbi espressi tutti al presente. Al v. 33 ogni umano accidente (ogni + il sostantivo) suggerisce ancora una volta la totalità (v. ogni montagna del v. 4 e ogni sentiero del v. 5). In questo stesso verso iniziano le domande retoriche improntate sul sistema molto usato in letteratura (Petrarca, Young, Ossian, il Foscolo dell’Ortis) dell’Ubi sunt. Il termine fragorio del v. 36 ha un doppio significato: il clamore delle armi durante la guerra e l’eco della grande fama di Roma; e questa parola chiude il climax ascendente, tutto giocato sull’udito, cominciato con suono e proseguito con grido; il climax, unito al polisindeto dei vv. 35-36, alla ripetizione “Or” dei vv. 33-34 e al tono dell’interrogativo retorico dà un ritmo concitato al periodo. “Per la terra e l’oceàno” suggerisce la vastità del pianeta, l’oceano segnava per gli antichi il confine della terra; lo spostamento dell’accento di oceàno serve a dare vastità sonora alla parola. E’ bellissimo il v. 38, Tutto è pace e silenzio e tutto posa il mondo. La pace si contrappone alla guerra, alle armi; il silenzio contrasta chiaramente col suono, grido, fragorio dei popoli e degli imperi antichi; posa , in una posizione accentuata dall’enjambement, è lo stesso verbo usato al v. 3 in riferimento alla luna: il silenzio della notte dopo la giornata festiva corrisponde dunque al silenzio indifferente del mondo e della natura di fronte al trascorrere della storia; Tutto, ripetuto per due volte nello stesso verso 38, sembra quasi essere il soggetto ma in realtà, nel verso 39, ci accorgiamo che il soggetto è il mondo; non si ragiona, a fine verso 39, è in assonanza significativa con posa: questi due versi, 38 e 39, hanno un ritmo lento e uguale con prevalenza di bisillabi e monosillabi, e sono l’espressione della profonda malinconia del poeta di fronte alla vanità (se ne è persa la memoria) di ogni opera e di ogni sforzo dell’uomo. Dalla concezione lineare del tempo mi sembra che Leopardi sia passato a quella ciclica, con una immersione abbandonata nello spazio immenso del passato e del suo svanire.

vv. 40-46: Ricordo d’una situazione infantile simile a questa. Nella mia fanciullezza, età nella quale si aspetta con desiderio ardente il giorno della festa, non appena esso era finito io mi sdraiavo addolorato sul letto e restavo sveglio. E quando la notte era già avanzata, un canto che s’udiva per i sentieri morire a poco a poco allontanandosi già allora mi stringeva il cuore nello stesso modo di adesso.

Nella mia prima età: dopo le considerazioni sul destino universale il poeta ritorna a se stesso, alla sua fanciullezza; si lascia andare al ricordo di quell’età spensierata in cui tutti (Giacomo compreso) attendono con ansia e desiderio il dì festivo. Nei suoi ricordi, dunque, è viva l’illusione, ne ha la memoria, è capace di ritrovare nella contemplazione attuale gli incanti e le malinconie degli anni passati. “Bramosamente” è un pentasillabo –accentuato dall’enjambement-  che rallenta il ritmo e sottolinea l’intensità ingenua dell’attesa, per quelle promesse di divertimenti e di gioia sempre sperati. In quel “ch’egli era spento” del v. 42 il participio è usato in relazione a qualcosa di vitale che viene meno (altrove l’ha usato in riferimento alla giovinezza, alla speranza); qui si indica la fine della giornata: quando il sole non splende più il giorno si spegne e cede il posto alla notte. Io doloroso in veglia: alla bramosa attesa della giornata di festa seguiva, poi, un dolore acuto, cupo, profondo, che toglieva il sonno. “Premea le piume”, v. 43: il verbo ha un senso forte, esprime forse lo sfogo delle sofferenze aumentate da un “riposo forzato”. “Piume”: è metonimia, sta per “letto”. La “tarda notte” ha la stessa collocazione temporale del v. 26. “Un canto che s’udia per li sentieri”: il verbo in costruzione impersonale e l’indicazione ancora una volta vaga dello spazio vanno collegati al verso seguente, “lontanando morire a poco a poco”: il gerundio è il tempo dell’indefinito soprattutto se legato (come in questo caso) all’allontanamento (di lontan, v. 3; lunge, v. 25) e al graduale e lento dissolversi del suono; potremmo dire che il passato si estenua nel gerundio per perdersi nell’infinito. All’inizio del canto la luna (immagine visiva) aveva avvicinato la montagna, ora il canto (sensazione uditiva) sta allontanando la natura. “Già similmente”, v. 46: l’angoscia sottile del fanciullo è simile a quella del giovane. Ma mentre allora, nella sua prima età, il poeta non conosceva la ragione di quell’angoscia, ora –a 22 anni- l’impressione si è fatta più matura e consapevole. Di conseguenza, il dolore avvertito è più acuto, è ragionato. In questa ultima sequenza il ritmo si è fatto ampio e mesto, i suoni cupi; le parole lunghissime (bramosamente, doloroso, lontanando, similmente) rallentano ulteriormente il ritmo fino a farlo spegnere in un’eco di struggente mestizia, di pena misteriosa. La malinconica conclusione di un giorno di festa segna la fine dell’illusione del tempo, il senso della precarietà della vita e della sua irrimediabile labilità. Dal silenzio che torna a dominare paese e campagna è nata lieve e improvvisa la rimembranza che accompagna e trasforma la malinconia di un tempo, misteriosa e innocente. Mi sembra davvero che cali un’atmosfera di delusa solitudine.

La critica sottolinea che in questo componimento il tema del Tempo svolge l’importante ruolo di elemento unificante. Esso è visto in tre situazioni; ognuna di esse, attraverso un raffronto, esprime il suo inesorabile trascorrere: la sera di Recanati rispetto al giorno festivo ormai terminato, il presente storico rispetto al passato delle grandi civiltà ora scomparse, la realtà vissuta dal poeta al momento della scrittura dell’idillio (primavera del 1820, forse) rispetto alla sua fanciullezza. La grande storia del mondo, la piccola storia del villaggio, la vicenda del singolo individuo, tutto è accomunato dal monotono fluire del tempo che offusca, corrode, annulla ogni cosa, in modo struggente.

Monica  M.