Leggete Herzen, un grande scrittore russo
Esce il romanzo di un autore che sta alla pari con i giganti.
Ne “La Lettura” del 26 novembre 2023 è pubblicato, alle pp. 18-19, un articolo di Alessandro Piperno che commenta l’uscita del romanzo “Di chi è la colpa?” di Aleksandr Herzen (1812-1870).
Gran parte della fama di Herzen, più che alle sue imprese di romanziere, è legata alle vicende politiche che lo resero inviso al regime oscurantista dello zar Nicola I. Una controversia, quella con lo zar e la sua polizia segreta, da cui Herzen, come del resto la maggior parte dei suoi sodali, uscì con le ossa rotte: prima il confino, poi l’esilio imperituro. Anche per questo, forse, la fortuna letteraria di Herzen è affidata al capolavoro della maturità: “Il passato e i pensieri”. Un’autobiografia di un migliaio e passa di pagine che per sincerità, eleganza e ferocia è comparabile alle imprese dei grandi memorialisti francesi. Non sorprende che tra i fervidi ammiratori di Herzen e del suo monumentale memoir, spicchi un intellettuale dal gusto esemplare come Isaiah Berlin. “E’ strano, scrive Berlin, che questo straordinario scrittore, in vita celebre personalità europea, stimato amico di Michelet, Mazzini, Garibaldi e Victor Hugo, a lungo venerato nel suo Paese non solo come rivoluzionario, ma come uno dei più grandi uomini di lettere, sia tuttora poco più di un nome in Occidente. Il piacere che si ricava dalla sua prosa –per la maggior parte ancora non tradotta- rende ciò una strana e ingiustificata perdita”. Viene da chiedersi, a questo punto, quanto a tale misconoscimento (ahimè, perdurante) non abbia contribuito, per l’appunto, la sua fama di rivoluzionario.
La passione politica di Herzen è di quelle travolgenti che indirizzano la vita di chi la professa in un vicolo cieco. La sua fame di giustizia si manifesta precocemente.
Rampollo di una famiglia altolocata, provvista di mezzi e di ottime relazioni, Herzen vive il fallimento della rivolta decabrista sfociata nel sangue come il classico trauma adolescenziale da cui è impossibile riaversi. E’ lui stesso a confessarlo nelle prime pagine de “Il passato e i pensieri”: “I racconti dell’insurrezione, sul processo, l’orrore che regnava a Mosca m’impressionarono profondamente: mi si stava rivelando un mondo nuovo, che gradualmente diventò il centro di tutta la mia vita morale; non so bene come avvenisse ma, pur comprendendo solo confusamente di che cosa si trattasse, cominciai a sentire che non ero dalla parte della mitraglia e della vittoria, della prigione e delle catene. L’esecuzione di Pestel’ e dei suoi compagni destò definitivamente la mia anima dal suo sonno infantile”. Ciò spiega, forse in parte, perché l’avventura di Herzen narratore si sia esaurita con la pubblicazione del suo primo e per l’appunto unico romanzo: “Di chi è la colpa?” Ma ciò soprattutto spiega perché fino ad oggi nessun editore italiano avesse sentito l’esigenza di tradurlo.
Una lunga negligenza che rende la traduzione appena realizzata dallo slavista Mirco Gallenzi, per la collana degli Oscar Mondadori, un autentico evento editoriale. Benché si tratti di un’edizione economica, il volume si avvale di una cospicua utilissima introduzione in cui Gallenzi dà conto, come meglio non potrebbe, del caso Herzen. E’ encomiabile che di primo acchito il prefatore si soffermi sul mirabile risultato artistico raggiunto dal romanzo di Herzen. Un riconoscimento dovuto, che colloca l’autore appena trentenne tra i grandi scrittori del suo tempo.
E’ utile ricordare che il progresso operato dalla letteratura russa, in quello scorcio di decenni drammatici, non ha eguali in nessun’altra nazione, neppure nella Francia del Grand Siècle, che se non altro, a dispetto della Russia di Puskin, poteva avvalersi di una solida tradizione alle spalle. Da profano, mi sono spesso domandato se tale miracolo non dipenda dalla peculiare conformazione della società russa, così in bilico tra patriarcato feudale e smania di rinnovamento. Di fatto, non c’è grande scrittore russo del XIX secolo che non abbia creduto con ardore messianico nel potere palingenetico dell’arte. A ricordarcelo, con la solita geniale causticità, è stato Vladimir Nabokov, durante una delle sue famose lezioni: “Il veleno ideologico, il messaggio –per usare un termine inventato da riformisti cialtroni- cominciò a contagiare il romanzo russo a metà del secolo scorso, e a metà di questo lo aveva ucciso del tutto”. Pur non essendo uno slavista, e quindi non potendo contare su un orizzonte di conoscenze abbastanza vasto, mi è difficile non sottoscrivere la constatazione di Nabokov. Con l’eccezione forse del divino Puskin e del sobrio e ombroso Cechov, non c’è genio russo dell’Ottocento che abbia resistito all’impulso irresistibile di usare la letteratura russa come un veicolo di ammaestramento delle masse. Un proposito che di solito, almeno in ambito artistico, non paga, ma che in questo caso (ribadisco: è un miracolo) ha prodotto opere d’arte immortali come “Le anime morte, Guerra e pace, I fratelli Karamazov”. Sarebbe ingeneroso e fuorviante, date le circostanze, porre “Di chi è la colpa?” –il primo e unico romanzo di questo aristocratico dilettante- al livello di siffatti capolavori. Eppure…
Eppure bastano i primi capitoli dedicati al ritratto del proprietario terriero Aleksej Abramovic Negrov, della sua spregevole consorte, Glafira L’vovna, e del loro piccolo e crudele mondo antico, per capire che ci troviamo in presenza di un misconosciuto capolavoro che tra gli altri meriti ha quello di dialogare con le opere dei massimi scrittori russi del suo tempo. Ecco a voi Negrov: “Severo, irascibile, duro a parole e spesso crudele nei fatti, non si poteva dire che fosse una persona malvagia per natura. Scrutando i marcati lineamenti del suo volto, non del tutto sommersi dalla carne in eccesso, le folte sopracciglia nere e gli occhi scintillanti, era possibile supporre che la vita avesse soffocato in lui più di una potenzialità”.
Sin dalle prime battute, appare chiaro che Herzen appartiene alla fattispecie di narratori provvisti dalla natura del talento di cesellare personaggi. Il piglio giocoso e satirico con cui lo fa ricorda parecchio il suo coetaneo Goncarov, ma per certi versi anche l’appena più vecchio e comunque inarrivabile Gogol’. E a pensarci bene, non è questo il solo tratto gogoliano. C’è dell’altro. Herzen ama perdersi in divagazioni. Apre parentesi, solo in apparenza pretestuose, capaci di arricchire il quadro di mille dettagli deliziosi. Il Narratore onnisciente non fa che intromettersi con commenti inopportuni in cui dà conto dei propri gusti e delle proprie idiosincrasie. “Se fosse possibile, compilerei un dizionario biografico, in ordine alfabetico, di tutti quelli –per esempio- che si radono la barba, tanto per iniziare; per brevità si potrebbe omettere la descrizione delle vite di studiosi, letterati, artisti, eroi militari, statisti, in generale di tutti gli uomini dediti al pubblico interesse, perché la loro è un’esistenza monotona e noiosa: successi, genialità, persecuzioni, applausi, vita tra le pareti dello studio oppure fuori di casa, morte nel mezzo del cammino, povertà durante la vecchiaia… non c’è niente di individuale nella loro vita, essa appartiene per intero all’epoca”.
E’ difficile capire a quale categoria narrativa appartenga “Di chi è la colpa?”. Romanzo sociale? Romanzo a tesi? Romanzo psicologico alla Benjamin Constant? Storia d’amore? Apologo morale? A un certo punto ci viene offerto persino il diario amoroso di una giovane donna. Il montaggio è talmente libero, moderno e spregiudicato che ogni tanto il Narratore anonimo sente l’esigenza di intervenire per creare degli accordi plausibili tra una parte e l’altra.
Herzen, inoltre, ha una quanto mai spiccata capacità di pennellare paesaggi bucolici, un lirismo agreste degno del miglior Turgenev: “L’aria era fresca, satura di un particolare odore intrinseco. La nebbia di rugiada con le sue volute pesanti e bianchicce si ritirava, lasciando dietro di sé milioni di gocce scintillanti. La luce purpurea e le insolite ombre conferivano un’aura di novità, di strana grazia agli alberi, alle isbe dei contadini, a tutto l’ambiente circostante. Gli uccelli cantavano con voci diverse, il cielo era terso”.
Ma “Di chi è la colpa?” non è solo un romanzo di personaggi, divagazioni e paesaggi, ma anche di struttura. Il congegno narrativo, allestito con rara sapienza, ha una sorprendente coerenza interna. Il ménage a trois che coinvolge i tre eroi positivi (e infelici) del romanzo –il romantico precettore Kruci Ferskij, la svagata bellissima Ljubon’ka (figlia illegittima di Negrov) e il dandy byroniano Bel’tov- sembra ricalcare il modello della passione impossibile dell’Onegin puskiniano e della sua adorabile Tatiana.
Spero solo che questa selva di assonanze da me maldestramente enumerate, a puro scopo esemplificativo, non risultino fuorvianti al lettore. In realtà, in questo romanzo non c’è nulla di fatuamente derivativo. Esso è tutto fuorché il divertissement di un letterato colto e disinvolto, animato dal desiderio di omaggiare (o parodiare) le prodezze dei suoi grandi contemporanei. Non c’è paragrafo, infatti, che non riveli una griffe inconfondibilmente herzeniana. Il tono della prosa, destinato a raggiungere una pienezza meravigliosa ne “Il passato e i pensieri”, ha una grazia agra, ironica e dolente che, per il poco che ne so, non ha eguali tra i suoi contemporanei.
L’essenza del romanzo è tutta nel rovello morale posto da quel titolo. Di chi è la colpa? – si chiede il Narratore nelle ultime strazianti pagine del romanzo. Chi bisogna accusare se una donna onesta come Ljubon’ka si è innamorata dell’irresistibile Bel’tov esponendo il suo povero sposo all’ennesima frustrazione? A chi addebitare la responsabilità per una società così intrinsecamente gretta, ingiusta e crudele? Un mondo in cui i signori la fanno franca, perché intanto ci si può sempre rifare sugli umili e sui servi. Herzen (è lui il Narratore anonimo) non ha risposte. Né crede di poterle ottenere dalla letteratura. E questo sì che lo distingue dai massimi scrittori russi del suo tempo.
Alessandro Piperno